MEMORIE
DELLA
CARNIA DI
ANGELO
ARBOIT
Angelo Arboit
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MEMORIE DELLA CARDIA
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MORII DILLI m\\i
ANGELO ARBGIT
Volumti unico
1871
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(Esclusiva proprietà letteraria dell' autore)
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A VOI
MIEI BUONI E CARI GENITORI
QUESTO LIBRO
CONSACRO
SEGNO DI ETERNA GRATITUDINE
PER L' ISTRUZIONE
CHE
CON INCREDIBILI SACRIFICI
M'AVETE
TRA MILLE DIFFICOLTÀ PROCURATO.
POSSANO ALTRI PARENTI
IMITARVI :
LETTERA
U Prof. (ì. «ccioni-Bdiiaffgns
Proemio e Conclusione
Min Caro Beppi!
Avvezzo a farli parte delie mie imprimimi,
parrebbemi dimezzata il piacere- <!' ima mia gita
in Gamia, se non lo rliriilesH con le.
Dòtti quindi la pazienza di leggerne la lunga
e particolareggiata descrizione nelle pagine eh- fi
premilo come pegno della nostra amicizia.
Tu sai gitili pensiero mi movimi? a cisilurr la
Corina.
Quell'alpestre reijionc ultimo lembo italico della
Provincia friulana, è poco nota fra noi, e i geografi
ci fanno grazia, nominando appena le me Alpi-
no coluto riparare in qualche modo i torti
altrui, prendendoli' a lenta di quiriti mio toh/metto ').
Se ci sia rimalo, o meno, sp.'iia a te giudicare.
Lanciando alla Statisliai, all'Economia pubblica,
e, ad altre Scienze il compilo di trattar seriamente
certe, gravi quistioni che la rìst/nardann, io mi sono
limitato a notare tutto ciò che ho credulo degno di
considerazione; e parrai di non aver dimenticalo
Ho toccato infatti della storia, della geografia,
della statistica, della topografia, dell» iradiiinni.
delle leggende, dei costumi, e, di molte altre, cose
che. alla Gamia si rifesii>cono.
Tu mi vedrai insistere particolarmente sulla
necessità d' un istruzione che non sia illusoria ;
e perckè? Perchè ho il courinrimento che la prospe-
rità vera della nostra Patria dipende solo dall' i-
Alpl Gamiche. Pjj lyrfN' ■: . * ,wi .'.rjr farcitimi dnll'tgragi*
yi'inii* ji'.gnvr iti!!, p .lica.-ì, * Antign. h ■ '■,r. , r.j //.-i,/ p?-irtt .Uti' >n\-: iute
ifilMliK.'w. Quii 11) -1 rinjrMJiarr t,tn, , t nStt, pMlìwwlill.
2
straziane,, e dalla eoliaeguei'tr edarazìone del fri-
volo.
I Cor nielli , in generale., sono gente sveglia,
operosa, intraprendente, ma il loro sviluppo fisiro
f intellettuale si deve più presto alla natura e al
cielo ehe li favoriscono, di quello the all' istruzione,
la quale, tranne i luoghi da me segnati, è assai
Esaminandi! sitpi'rfb.-j.aliiienti' la statistica si di-
rebbe che tulio m a meraviglia, giacchi non e' è
fra i trenta, un solo comune eh" non abbia almeno
una scuola : ma in questa, come in mille altre cose
della vita umana e soriale, 1" apparenza inganna.
Io mi sono persuaso che. qui. come in molti altri
luoghi d' Italia ria me risitati, I' istruzione prima-
ria non darà i benefici reali che. se n'aspettano,
H .SVWwne, pur non iner tfji." u h itilriu vivimi p vil.n
wuife, pure h> roceilli inrm-ni.mi r -.'«ti ùimri. vii lunghi, fin putrir
parlari tu mjJi&iiiK ili cura. . ; f il' wiriHiw Dlfn, i al jiì/i illefl martiri,
tulli gli olili poemi pxi. ;: ■■: . ivnrii. .1 .in: ,1-ih.jh.j, o non raglino
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se non muga più efficaan/enie sorvegliata, che oggi
(incora non fin, da parie del Governo,
Credi bene- che te ispezioni annuali, a straor-
dinarie, non approdano a nulla dì sodo.
Le visite dei Pror.ceditnri agii studi, pei- quanto
Simo illuminati e. zelanti, come nel caso nostro,
facilmente ai paralizzano.
I Consigli comunali colle loro lesinerie, e te
popolazioni da essi rappresentate coli' avversarne
per oyni genere dì ciriltà, cospirano a far abor-
tire in germe le più utili istituzioni.
Parlo per esperienza.
La votata obbliga lori «tà dell' istruzione rime-
dìe-rà in parte ai mali effetti dell' inerzia paesana;
ma le indocili e prave inclinazioni fomentate dal-
l' ignoranza e da< j;reijì:idizi .«iranno assai difficili
a sradicare nel popolo.
Amante della libertà, più che altri mai, ma
esperto del mondo e della natura umana, posso
dire francamente, che l' istruzione lasciata in balia
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dei comuni, senza un' iixjzrenza 'ittica, incensante,
illuminala, da farle dello Stata, ripimnhnebbe
f Italia nell' antico caos, o ne fartbbe, quanto al
morate, tm abito d' arlecchino.,
V intervenga quindi la mano del Governo,
prussianamente forte, e senza cerimonie. Perchè
la legge «'obbligatorietà non dovrebbe esten-
dersi anche agli adulti?
Se io fossi il Ministri) Correnti, (T Italia fa-
rebbe tm brutto cambio, ma si dice, pur dire,) ema-
nerei un editto concepito in questi sensi:
Articolo unico:
«Il Comune, che, passato un anno, im mese, e
un giorno, lase.ierà presenitirsi lilla coscrizione, dei
giovani, e alle nozze, dell? fanciulle che non sap-
piano scrivere nell' awiiirofi il loro nome, pagherà
all' Erario pubblico tante migliaia di lire quanti
saranno gli analfabeti che si presentano.»
È certo che prima d' un anno i Comuni avrebbero
provveduto al modo di non lasciarsi cogliere in fallo.
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i quattro Maestri governativi sie-no pure ispettori
ordinari delproprio Mandamento, (muti a visitarne
te scuole due volte il mese, e a riferirne all' Ispet-
tore provinciale.
Sulla fine di notata semestre ogni maestro
abbia dal R. Provveditore agli Studi un ordine
del giorm, di lode o <ti biasimo, secondo i meriti,
e. al caso, un premio o nna punizione.
Torno a ripetere che senza un esatta control-
leria in materia di studi non si riesce a buon
Mi sono poco occupato in questo libro dell' a-
gricoltura, perchè non avendo la Carnia che ima
quaranlesima parte de' suoi terreni coltivabile, non
potrà mai aspettarsi dall' agricoltura dei grandi
vantaggi. Rivolgendo invece le sue cure alle selve
cke coprono 29,490 ettari, e ai prati e pascoli,
che si estendono per una superficie di 53,565, di-
venterà uno dei paesi piii floridi.
Riguardo all' industria c' è molto ancora a
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desiderare, e. il commercio si tornio anch' esso,
ansai modestamente, al legname. La Carnia per-
ciò ha li' «Ppo d' un impulso che lo spinga acauli,
le bisogna un interesse. Un allenamento che (reni
l'emigrazione, e acerete/i h forze del paese, al (/Ha-
te non mancano ''ertamente uè gl' ingegni, né ol>r>
elementi di pubblica prosperità.
L' istruzione e l' educazione del popolo faranno
il resto.
Se franerai che ho detto male di qualche luogo,
non attribuirlo a passione, ma a desiderio di ri-
sarò contento di rifare il mio giudizio pubblica-
mente subito che i fatti mi dieno torto.
Per ora molta parte dì quell'alpestre popola-
zione è tuttavia superstiziosa, ignorante, e assai
lontana da ogni progresso civile ; sebbene il prete
eamico non sia in generale, ne impostore, ne fac-
cendiere , nè intollerante, come in certi altri
paesi. |
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autorevole,, e upermissimo, li aiuterà ad avverare
le laro giuste aspirazioni.
Il cielo vsmiilimi undici brava gente!
E tu vaglimi tiene, che io ti sono
Udine, ti 10 moggio 1871.
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MEMORIE DELLA C ARNIA
Toloiezzo.
Era il ili agosto del 1870, giorno di festa per
tutto il mondo catolico, e di solennità dinastica
per la Francia imperiale. Quel di io mi trovava
a Tùlmezzo, capoluogo della Carnia.
Le briose figlie (ielle alpi, sulle cui guancie
spiccavano i colori di" 1 ! figlio a d^lla rosa uscivano
in sulla sera a passeggiare, e rallegravano i cuori
coli' amabile loro cinguettio. Pulite nelle vesti,
graziose nei modi, erano cosi vispe, che parea
movessero a danza. Si comprendeva facilmente
eh' esse non si davano alcun pensiero di ciò che
poteva decadere a Wòrt e a Wissemburgo. né
prevedevano certo il disastro dì Sèdan. Povera
Francia ! . . .
Quando due popoli si stanno di fronte, I' un
contro l'altro armati, è impossibile che il nostro
animo resti neutrale. La natura non ammette diplo-
mazia e ci dichiariamo li sol fatto per uno dei due.
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Quel di io m' era bello e deciso in favore
dulia Prussia. Le smargiassate dei Francesi, e la
politica insolente e vanitosa dei loro ministri,
stereotipate nel famoso joinnìs di Rouher e nelle
provocazioni di Cassagnar. m'avevano fallo nascere
il desiderio che fosse data alla Francia una buona
lezione. E molli italiani sì sarebbero alleati col
diavolo per fargliela toccare. Le nostre simpatie
erano quindi per la Prussia che s' era incaricata
di farle da maestra.
Oggi però quella lezione ha oltrepassato ogni
limite, e la divina Provvidenza che s' è messa al
servizio di Re Guglielmo sembra troppo crudele.
Per quanti peccati pesassero sulla Francia, do-
vrebbe già averli scontati. Perciò molti le tornano
amici, e protestano contro la temuta prepotenza
del vincitore, (1)
Ma il 15 agosto passeggiando per le vie e per
le due piazze di Tolmezzo non si poteva aste-
nersi dall' approvarli la oiwi.'iwanza dei tolmezzini
che disputando animatamente sulle cose politiche
propendevano per la Prussia.
— Vedi? mi diceva un amico, fin quassù tra
le alpi è venuta a ficcarsi la politica !
— Bella scoperta ! risposi. I tolmezzini l' hanno
per eredità la passione politica. Fin dai tempi di
(1) Era voce che volesse intervenire anche in Italia,
contro la liberta naiionala.
— 11 —
Cesare erano gente temuta, e i Patriarchi di
Aquileja, principi sovrani del Friuli, gli ebbero
sempre in grande considerazione, di modo che
nulla d' importante accadeva nella provincia, senza
il loro intervento.
— Io mi ricordo, aggiunse un vecchio nona-
genario, che sotto la Serenissima, T dimezzo era,
come si direbbe, autonomo, con prerogative quasi
sovrane. S. Marco, succeduto ai Patriarchi, prin-
cipi deboli e ormai senza credito, riconobbe tutti
i diritti e i privilegi che questi aveano concessi
alla Carnia in tempi molto lontani, e ci lasciò vi-
vere a modo nostro fino al 1797, epoca fatale,
in cui cadde egli stesso fra gli artigli dell'aquila
napoleonica appena uscita del nido.
Cosi favellando, e camminando
a nostro beli' agio uscimmo fuor delle mura. Il
vecchio additandoci un' arma scolpita in pietra
sopra la porta delia città:
— Quest' arma, disse, è quella del patriarca
Raimondo della Torre che sul finire del 1200
lece inalzare queste mura. A quel tempo Tolmezzo
non era che un mercato aperto, e la sede di un
Tribunale erettovi mezzo secolo prima.
— Tolmezzo non è dunque molto antico? osservò
qui una signora eh' era nostra compagna di viaggio.
— La città nò, rispose il vecchio ; ma la torre
è antichissima, giacché la si dice fabbricata da
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Tulio Mezio, duce romano, onde la Terra proba-
bilmente ha preso il nome.
— Ma la torre non esiste più ? domandò la stessa
signora.
— Vedete voi In cima di questo monte? conti-
nuò il vecchio indicandoci un luogo elevato che
sovrasta al paese fra settentrione e levante. Se
guardate bene infra le piante che lo coronano,
distinguerete ancora le vestigio di quella torre.
Più sotto poi, da codesta parte, all' altezza del
campanile, era 1' antico castello, nel quale dimo-
ravano i Gastaldi patriarcali.
— Che erano questi Gastaldi? ridomandò la
nostra compagna.
— Erano una specie di commissari che pre-
siedevano agli affari amministrativi e politici della
Carnia, prosegui la vecchia guida. Vi fu un' epoca
nella quale i rappresentanti di Tolmezzo presie-
duti dai Gastaldi avevano diritto di vita e di morte,
r. trattavano da tu a tu coi duchi di Carintia e d'Au-
stria, coi re d'Ungheria e cogì' Imperatori Romani.
Le lettere di quei Principi sono tutte dirette ai
nobili, egregi, •prnAmiì. e mri abitanti dì Tolmezzo.
Pare che costoro ci tenessero in alta considerazio-
ne, o per lo menoche avessero bisogno, o paura di noi.
Roberto duca di Baviera e re dei Romani,
volendo far passare nel 1401 dalla Germania in
Italia una parte del suo esercito, prega i tolmez-
zini di non impedirglielo, assicurandoli che le sue
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truppe non avrebbero recalo verun danno al paese.
E quasi temendo che questi alpigiani gti dessero
una negativa : ■ Vi preghiamo e desideriamo vi-
vamente, egli scrive, che permettiate alle dette
nostre genti di passare « vuvalit) per le. terre e
— I lolmezzmi che non avevano voglia d i-
nimicarselo, «li permisero di passare, ma sola-
mente dopo ricevuta la fede che i tedeschi a-
vrebbero pagate le vettovaglie e risparmiato agli
abitanti ogni molestia.
Dicianove anni dopo, cioè nel 1420, i Bar-
gelli si diedero volontariamente, ma salvi i loro
staluti. alla Repubblica di Venezia.
Questo falto portò l'estrema rovina al poter
temporale dei paiviarchi d' Aquileja. che da tjuet
momento non ha più potuto rialzarsi.
— Speriamo che assisterete alla caduta d' un
altro potere ecclesiastico -civile, osservò malizio-
samente uno della comitiva,
— E perchè ne ? rispose il Nestore della Carni;*.
il mio voto al nostro deputalo politico, se non
I' avessi ci'eduto seguace di libertà e avverso a
un' istituzione ibrida e ormai incompatibile colla
civiltà eh' essa combatte.
— E
tuli:
dono a qu
lunque eqi
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Quando il vecchio aveva finito di parlare ci
trovavamo sol sito devo sorgeva anticamente il
castello. Egli vi si era arrampicato con ima leg-
gerezza giovanile. Avevamo di là da noi la torre
romana, in luogo eminente, e sotto i nostri piedi
la Terra. Il vecchio seduto sulle macerie feudali
mi pareva l'anello di transazione fra il passato e
il presente: mentre la signora che meravigliando
10 sogguardava e lo applaudiva poteva darci l'idea
dell' avvenire . . .
Dopo un istante di muto rac-
coglimento, il nostro canuto cicerone si alzò in
piedi, e protendendo la destra nella direzione del-
l' occidente ci disse:
— Eccovi il più largo, e. direi quasi, l'unico
gran hacino della Carnia. Lo divide a meU il "ra-
gliamento, fiume regale che, come vedete, viene
quasi in linea retta fin presso a Tolmezzo. poi
si ripiega alla nostra sinistra, per ishoceare dopo
sei o sette chilometri nella valle del Fella, cui
foglie ingratamente il nome e V autorità, secondo
V uso dei prepotenti. Da questo punto potete
farvi un'idea corografica della Carnia, giacché
tutti i fiumi di questa regione montana portano
11 tributo dello loro acque al Tagliamento. È
per questo che lo vedete correre si pieno e si
maestoso. Il monte a! quale volgiamo le spaile è
lo Strabul, sentinella avanzata della Mariana che
— 15 -
sorge più a oriente. Questa montagna altissima
la cui vetta conica e brulla È teatro favoloso di
spinti e di tregende, spesso ravvolta in ampio
turbante di nubi, colle sue falde sporgenti, colle
sue valanghe di ghiaie, che avete dovuto girare
per venire a Tolmezzo, chiude oliasi del lutto
questo vasto bacino, per modo, che entrativi non
sapete più per dove siate venuti- Infatti per quanto
volgiate intorno lo sguardo non vedete nn' uscita,
e la Gamia vi sembra un piccolo mondo.
Chi , volgendo il dorso a mattina , da sopra
Tolmezzo s'affaccia alla gran valle dai Tagliamento,
vede a sè dinanzi un piccolo inondo; pianure,
colli, monti, valli, altissime alpi, e spaisi qua e là,
prati, boschi, ghiaie, frane, brughiere, opera della
natura e dei secoli, sulla cui scena infinitamente
svariata sorgono di tratto in (ratio, quali macchie in
un quadro, gruppi di case-, villaggi, chiese isolate con
torri, ad attestar (a presenza e I' opera, dell' uomo.
Il fiume giunlo di rimpetto a Tolmezzo sembra,
come abbiamo detto , ritorcersi in sè medesimo
incerlo della via che debba seguire. Non è impro-
babile che questa conca fosse un tempo un gran
lago come ve n'è uno più sotto, discinte poro
più di tre miglia fi).
Le alpi crmiii'he :xlY età ehi; precedette quelli
del Trias erano uh' isola (T. Taramela).
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Assoni nella contemplarne di queir immensi)
panorama, il borgo di Tolmezzo the ci stava a
due passi perdeva a' nostri ocelli una gran party
del suo prestigio; tanto si scolora l'opera umana
in faccia a quella della natura !
Eppure Tolmez/o non è paese da dispreizarsi (l).
Grosso borgo ili l'orma quadri imi sia. con bella piaz-
za nel mezzo liancheggiata da case civili, ed anche
eleganti, lien volta la sua faccia a sera, verso la
valle da me descritta, conio a respirare a pieni
polmoni l'aria libera, e ventilala del Tagliamene.
Tutto il caseggiato in generale ti dà l'idea d'un
luogo di agiatezza e di pulizia: e (i rallegra la
vista I' acqua limpida d'un ruscello die gli scorre .
pel mezzo, sotto e sopra la piazza principale.
Al sud del paese mirasi ancora la grandiosa
fabbrica di telerie della famiglia Linussio, erotta
un secolo e mezzo fa con bellissima simmetria,
la quale oggidì non serve che ad uso privato e
al lavoro di pochi telai.
Il vecchio accennandoci quella fabbrica parve
assai triste e:
— Stringe il cuore, ci disse, vedere uno sta-
bilimento che fu tanto rinomato per quasi un se-
colo, in bella postura, ricco d' acqua o d' aria
(1) Il comune ha 10 frazioni (Tolmezzo, Caneva-,
Casanova, IHcrìo. biporti. Cucimi™, Tm<>. Canaan, Lo-
reninso, Fnsen), con t.'>:ìr> ;!lìi;;inti, SPS scolari, 35 sco-
lara (?), e 506 operai emigranti.
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salubre, fornito a dovizia d'ogni cosa bisognevole
(ndar sempre più deperendo per la nostra pO'
;hezza d'animo.
— Che e' entrate voi coi signori Linnssio? gl
venne a dir la nostra compagna.
Mi recenti sistemi, próvve<
li nuove macelline, accinti
issoldare artisti e operai ,
:ome se questa fabbrica
centro dell' operosità e del
e disporre ogni cosa
avesse a diventare il
industria carnica. <cii'i
zione di piccoli capitalisti |trusict!uta e regolata
da un uomo di genio, potrebbe non solo ridonare
alle nostre manifattore, esenzialmente cantiche,
I' antica lama, ma si ancora portar in queste no-
stre valli quel benessere ebe da sei a settemila
dei nostri einieraiHi vanno cercando invano niori
di slato.
— Sci o settemila emigranti 1 esetaitrò Giovan-
nino. E su' quanti abitanti?
— Su' 46,600; signore: poco meno che una
sesta parte <St tutta la popolazione.
— E perchè non si fa questa società? gli
eh iesi.
— Perché? Perchè nei nostro paese non c'è
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né unione, né fiducia reciproca, signor mio; per-
chè l' invidia vi dissemina la discordia e il mal
talento, e perchè gli ultimi avvenimenti politici
v'accesero inimicizie inestinguibili, sebbene affatto
segrete.
— lo sono stato altre volte a Tolmezzo, gii
dissi, e non mi sono accorto di siffatti guai. Ho
(rovaio questi abilanli assai ^Militi e cordialmente
ospitali, né potrò mai dimenticarmene.
— É vero, è vero, signore; ma sotto la ce-
nere covano i malumori o le dissensioni.
— Questo ho trovato in pressoché tutti i
paesi. Che volete ? Le vicende politiche lasciano
sempre una mala coda. 61' interessi diversi for-
mano i partiti, e la malizia dei partigiani vi soffia
per entro; ma questa è peste comune, special-
mente in Italia, dove lo straniero ebbe troppo
tempo da spendere perchè non abbia potuto riu-
scire a dividere gli animi. Ora però le lividure
vanno sparendo, e ogni screzio sarà tolto per
mezzo dell' istruzione.
— Dio lo voglia 1 replicò il vecchio tenten-
nando il capo; ma ne temo assai. Che ha fallo
sin qui la comunità di Tolmezzo per riaccendervi
la vita? Quali istituzioni di utilità pubblica vi ha
fondate? Capoluogo e centro naturale di trenta
comuni, mercato di tutti questi alpigiani che de-
vono accorrervi da ogni parte, sede di Commisa-
nato, di Esattorie, di Uffici forestali, abitato da
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persone civili ed agiate, Toimezzo s'è adoperato
assai poco per mettersi al punto di trarre il mag-
gior profitto possibili: dalla sua posizione e ricon-
quistare la già perduta importanza.
Voi mi parlate d' istruzione. Noi non abbinino
qui che due scuole elementari, una pei masclu e
una per le femmine, proporzionatamente meschine,
mai pagate, mal sostenute, poco frequentale, non
una scuola tecnica, non tina classe ginnasiale. E
siamo a cinquanta chilometri da Udine, capoluogo
della nostra provincia !
— Sicché la gioventù carnica crescerà sii
senza coltm-a vegetando come gli aheti delle
vostre selve? osservò Giovannino, il mio compagno
di viaggio.
— La gioventù povera, sissignore, aggiunse
il nonagenario. Quanto ai signori è un altro af-
fare. La maggior parte di essi, n mantiene in
casa dei maestri fatti venir dal di fuori, o manda
i fieli agli studi fuor di paese: sicché i giovani
di huooa famiglia si ponno dire istruiti ed anche
in generate bene educati : la qua! cosa avviene
specialmente delle nostre figlie, che, quanto a
istruzione e a gentilezza, non la cedono a quelle
delle più grandi città.
È vero, gli dissi. Almeno per questa ragione
i loro padri meritano di essere iodati.
— D' iniziativa individuale non mancano, con-
tinuò il vecchio; ma se questi signori unissero
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le loro forze e te dirigessero ad uno scopo co-
mi! ne quanto più non ne guadagnerebbe il paese'?
li ai lempo stesso quanti risparmi non si fareb-
bero ? Ma come vi dicevo dapprincipio v' è uno
spirito di dissoluzione nella nostra piccola società,
lì per questo die quella povera fabbrica (e ac-
cennava .ilio stabilimento Linussioj giace da tanto
tempo muta ed inoperosa.
Decisamente il nonno filava sii questa idea, e
voleva farcene interessare.
— E con vi arride speranza di rivederla in
attività? domandò con gentil premura fa moglie
di Giovannino.
— Chi sa ? rispose il vecchio. Io sono coi più
sulla tomba, ma non dispero ancora del tutto.
Presentemente le idre corrono colla celerità del
telegrafo e potrebbero appigliarsi a tali die aves-
sero volontà e mezzi di attuarle, Il nostro depu-
talo G ha mostratu un grande interesse anche
per questa Fabbrica. Egli e come privato, e come
persona pubblica, ha grandi mezzi di poterci gio-
vare. Chi sa? ...
Il sole era presso a nascondersi
e le ombre cominciavano a cadere di là dai monti
di Ampezzo coprendo tutte le valli. Era uno di
quei tramonti che raramenle si veggono fuor della
Carnia. Le nubi somiglianti a lina lanugine tinta
di porpora e di indaco, cambiavano gradatamente
— 2i —
figura e colore, e presentavano un curioso con In-
sto col verde cupo dei boschi. Le ombre faceva no
maggiormente spiccare le ossature dei monti che
vanno abbassandosi fin presso le ghiaia del ra-
gliamento e disegnavano distintamente le Talli.
Illuminati dagli ultimi raggi del sole noi eravamo
tona pianura. Ammiravamo in silenzio quella
splendida scena, e ci pareva che il maggior astro
lasciasse a malincuore questa conca erbosa e fio-
rita, dove' sembrava essersi mollemente riposato
durante ii giorno da lunghissimo viaggio.
infantile la nostra amica, salutandolo della mano.
Ed egli maestosamente avvolto nel suo drappo
di nubi ch'era allora d'un rosso infuocato, scen-
deva dietro le Alpi del bellunese.
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n.
In po' di eorograGa.
Eravamo in piedi sul prato, disposti ad in-
camminarci verso Tolmezzo, quando la nostra
guida ci domandò se avessimo ancora il pensiero
di viaggiar tutta la Carnia.
— Si, e più che mai, gli risposi.
— Avete fatto il vostro itinerario? riprese.
— A un (Appresso, ma vi pregherei di vedere
se meriti la vostra approvazione. E gii consegnai
ima cwta sulla quale avevo tracciato il progetto
di quella escursione.
Come V ebbe letto :
— Va bene, mi disse. La Carnia, come ve-
dete, ha pressoché la figura d' una foglia di vite,
f tre Canali, di S. Pietro, di Gorto, e del Lumièi,
ne sono le grandi nervature. TI Tagliamento che
traversalmente divide la Carnia al mezzogiorno,- e
accoglie l' acqua dei tre Canali, potrebbe essere
rappreseli lato sulla foglia di vile da una grossa
linea, un po' tortuosa, che venisse da sera a
mattina, e dividessi; i suoi lembi inferiori nella lor
maggiore larghezza per andar poi a confondersi eoi
picciuolo. In questo figura il fiume Degano che
bagna la valle di Gorto sarebbe, come a dire, il
nervo principale, il lìut e il Lumiéi che gli corrono
quasi paralleli negli altri due canali, i secondari.
— Si ponno vedere di qui? domandai.
— Quel ponte che scorgete alla nostra destra,
a pochi passi fuori di Tolmezzo, è sul fiume Bui
che scorre pe! Canal di S. Pietro, rispose il vec-
chio ; onde vedete che la prima grande vallata è
vicina. L'altra, che si chiama di Gorto , o
del Degano , è subito di là da quella prima
montagna , alla stessa mano, e precisamente in
faccia a quel]' immenso scoglio che come un
isolotto del Tagliamento si solleva di molto della
pianura.
— Quello che ha una chiesa e un campanile
sul dorso?
— Benissimo: è la parecchia d' Invidino. La
terza valle poi, quella de! Lumièi. è di là dal-
l' ultimo colle che vedete, verso occidente.
Quasi tutta la C.trnia è dunque a settentrione
del Tagliamento. Posta essa stessa nell' estremo
lembo settentrionale del Frinii, è chiosa ad ovest
dal Bellunese, a nord dalla Carinlia, ad est dal
Fella e dalla terra dì Moggio. Chi vuol percorrere
— Si-
li Carnia con economia di tempo deve seguire
appunto l' itinerario da voi tracciato, cioè visitar
prima il Canale di S. Pietro fino a Monte Croce,
coll'appendice dell' Incanii o, a sinistra ; poi da Pa-
Degano dall' alto al basso, vi trovate già in faccia
alla parecchia d' Invillino che sì vede di qui.
presso il paesello di Villa che giace dietro la vi-
cina costa. Da Villa poi, seguendo per qualche
tratto b sinistra del Tagliamene si va per Val
di scavalcar la montagna por montare a Sauris,
avrete pressoché Unito it vostro viaggio.
Così parlava il vecchio, e siccome :
« Non lasciavam I" andar perdi' ei dicessi ■
così eravamo rientrati in Toìmezzo avanti ch'egli
terminasse di fare le sue osservazioni.
Quivi, prima di lasciarlo, sovvenendomi del-
l' istituzione della Banca del popolo, fondata in
pochi giorni in quel paese l'anno passato:
— E questa, gli dissi additandogliela, è forse
opera della discordia cittadina?
— È un primo passo, rispose; chi sa?...
Digiuni] by Cui
IH.
Une Santi.
Il di seguente imboccai la valle del Bui col-
intenzione di recarmi ad Arta. Avevo dato 1' ar-
rivederci a Giovannino e alla sua signora, che
insieme ad altri m'avevano fatto passare un'al-
legra serata all' Albergo d'Italia (1), e pensatu.
camminando, a una fanciulla savia, beila, e assai
colta che due anni prima avevo conosciuto a Tot-
mezzo, e che questa volta non m'era stato dato
di rivedere.
— Chi può conoscere a fondo tutti 1 tuoi
pregi, o fanciulla ? . . . E non finivo di meravi-
gliarmi die un fiore cosi gentile fosse stato edu-
cato con tanta cura, fra quelle alpi. Gli uccelletti
saltellando fra le siepi e le macchie cantavano
deliziosamente ìe loro ariette mattinali, e il sole
(1) È albergo da raccomandarsi ai viaggiatori.
5 Memorie della Cuoia
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— 2IÌ —
cke aveva già compitilo il suo viaggio notturno,
dalla cima della Mariana mandava il buon giorno
alla natura che s' era appena risvegliata.
Quanto più m' inoltravo nel seno di quella
valle, tanto più andavo persuadendomi che la
Carnia rassomiglia alla Svizzera. Dall'una e dal-
l' altra sponda del fiume che serpeggia come stri-
scia d'argento fra i saliceti e le ghiaie, vanno
sii gradatamente assottigliandosi lungo il dorso
dei monti fioriti prati e boschi assai deliziosi.
Alla sinistra del But, sulla cima d' un alto colle
è la chiesa di S. Floriano, alla destra non molto
lungi da quella, sulla vetta d'un monte, la par-
rocchia di S. Pietro, celebre pel suo Capitolo e
per aver dato il nome a tutto il canale. Le
due chiese coi tetti acuminati e i campanili ad
uso germanico par che tocchino il cielo. Perchè
nel medio evo si costruivano 'le chiese in luoghi
eminenti, spesso lontane dall'abitato? Io stara
cercando ima risposta alla mia domanda, allorché
una donna che aveva deposto sul muricciuoto
della strada il suo gerlo, forse per vedermi pen-
sieroso, mi disse :
— Scommelto, signore, eh' ella non sa chi
abbia fabbricato quella chiesa lassù, e accennava
alla chiesa di S. Floriano.
È facile immaginarlo, risposi ; la gente di questi
dintorni.
— OibòI replicò la donna con un sorriso di
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— 27 —
compassione. Si vede bene eh' ella è forestiero
da queste parti.
— E cbi dunque? Ic domandai.
— S. Floriano in persona, riprese con aria
di autorità; o quella là, aggiunse indicando la
pa mischiale, l'ha costruita S. Pietro.
— Che, facevano i muratori codesti Santi?
— SÌ, facevano i muratori, lauto per diver-
tirsi, e lavoravano contemporanei mente. Il bello
poi è, che avendo in tati' e dtte una sola caz-
zuola se la buttavano da un colle all' allro a vi-
cenda, affinchè uno non facesse maggior lavoro
dell' altro. Cosicché le due fabbriche furono ter-
minate quasi allo slesso punto.
— La storia è curiosa, osservai ; ma e i vostri
antenati che cosa facevano intanto?
— Conducevano il materiale. Tanto è vero
che un giorno, mentre un nostro paesano se
n' andava sù sbadatamente pel dirupo guidando
un paio di buoi che traevano un carro di pietre,
questi messo il piede in fallo precipitarono dalla
a, e ... .
— Chi s' ha visto, s' ha visto, le feci.
— Piò, chi s'ha visto, s' ha visto, soggiunse
tosto la donna ; che' c' era il Santo di mezzo.
— Ali! c'era il Santo?
— E come! Egli si fece subito dal carradore
eh' era rimasto li sud' orlo del precipizio sbalor-
dito come uno stupido, e: va, gli comandò, a
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ripigliar le tue bestie. Si figuri lei, se le bestie
cadule da tanta altezza avrebbero dovuto esser
virel Eppure . . .
— Eppure?
— Eppure, quando corse giù dalla costa le
incontrò belle e sane eh' era una gioia a vederle.
Si traevano dietro il loro carro e risalivano l'erta,
come se niente fosse nato.
— Le gran belle cose succedevano a quo'
tempii biascicai fra me stesso; peccato che non
abbiano più a rinnovarsi!
— Che le ne pare eh? domandò !a donna.
— Mi pare che S. Floriano era un gran Basto,
le risposi ; ma un santo burlone, giacche faceva
i miracoli così per giuoco, tanto da far restart
un villano con un palmo di naso.
— S. Floriano veramente, proseguì !a me-
schina, è sopra gl' incendi, e ci difende dal fuoco.
É per questo che lo dipingono con una brocca
in mano in atto di versar t' acqua sopra una città
in fiamme.
E avrebbe continuato a parlarmene chi sa fino
a quando, se non me ne fossi andato pe' fatti
miei, persuaso che ì pompieri oggidì gli hanno
tolto il mestiere.
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IV.
Z tiglio.
lo seguiva sempre !a via.che per Aria e Pa-
luzza molte poi sui confini delia Carinlia ; e giunsi
in breve a Zuglio(I).
È questo un paesello di umile apparenza,
sulla destra del But, le cui poche case sono sparse
lungo la strada, -e alle radici dei monti sovra uno
strato protuberante di terra e di ghiaia, appiè di
S. Pietro. Nessuno direbbe, al vederlo, che questo
villaggio è l' unico erede legittimo della citta ro-
mana di Giulio Carnko tanto un dì celebrata,
sulle cui rovine egli sorge.
È l'ironia della sorte.
Ho veduto, molte rovine di città celebri sulle
(1) Comune; d'i quattro Fruitimi luglio, Formeaso,
Sena, Fielisj con 1212 alitanti, 130 scoi n ri , 102
emigrati.
— 30 —
quali cresce l' erba o qualche solitario cespuglio
di ginestra; ne ho veduto altre sulle quali ven-
nero sovraposte città nuove, piccoli villaggi, o
gruppi di meschini tuguri. Nel sito dove fu Car-
tagine nulla esiste che possa attestare la gran-
dezza passata della polente emula di Roma, tranne
qualche cisterna rovinata. Di Alba Fucenso non
rimangono che alcune mura pelasgichs, perché
indistrulibili, e una chiesa costruita colle reliquie
di tre civiltà. Sulle macerie di Marruvio, antica
citta dei Marsi. fu costruita Valeria, e caduta
quella, S. Benedetto, piccolo borgo presso le spon-
de del Fucino.
In Sardegna sparì senza quasi lasciar vestigio
di sè la citta di Nora che, come Alba, fu temuta
capitale di un popolo; e quella di Tharros, nella
slessa isola, che lascia solo indovinare la sua esi-
stenza e la sua passata opulenza dalla quantità e
preziosità artislica dei gingilli d' oro, di perle, e di
diaspro, che vanno scoprendosi nella sua bella
necropoli.
E non parlo di Pompei, di Ercolano, e di
altre città famose distrutte dal Vesuvio, o dai
Barbari, nè specialmente di Coma, or povero al-
bergo di miseri pescatori ; le <juali tutte al primo
vederle mi strinsero il cuore d'infinita pietà.
Ma quelle rovine, quei torrioni in parte pre-
cipitali, quelle mura ciclopiche impossibili a scas-
sinare non che a distruggere, quel terreno guer-
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— bi-
nilo e misto di cocci d' urne, e musaici, que'
luoghi stessi, e queir aria che li ravvolge hanno
un iihe di solenne, di misterioso, di desolato, che
ti parla il linguaggio dei secoli, ti trasporta e
solleva al di sopra dell' età presenta.
Qui, nel sito di Giulio Carnico (dello anche
in seguito Mima Costruiate) nulla di simile.
Non voglio già confrontare questa città, sentieri
fondata da Cesare, colle altre da me accennate;
che non ebbe mai nella storia una grande im-
portanza ; ma vorrei vedervi almeno uno spazio,
sul quale portandosi la mia immaginazione potesse
evocare le memorie romane, e le agguerrite le-
gioni di colui che qui, forse, pronunciò il famoso
dello: meglio primo qui, che secondo in Roma.
Questo spazio però non esiste, giacché la valle
del But è cosi angusta in tiueì punto da raccor-
ciar io ali alla più fervida fantasia. E se la scoperta
di lapidi, di musaici, di monete, e persino di due
coni, uno de' quali colla testa di Augusto, e
molti altri argomenti, non ci attestassero che
quivi appunto fu Giulio Carnico, si sarebbe ten-
tali a non crederlo.
Ma il dubitarne, come dissi, non è permesso,
tanto più che lo stesso Antonino descrivendo nel
suo Itinerario la via militare che da Aquileja riu-
sciva in Germania, pone Giulio Carnico a trenta
miglia da Tricesimo, la qual distanza corrisponde
perfettamente a questo luogo.
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Il nome stesso dell' attuale villaggio, sebbene
corrotto, richiama quello dell' antica città, e i vi-
cini paeselli di Formeaso (Formia), Sezza (Seni)
ecc. ricordano pure dei nomi romani.
Giulio Carnico ebbo diritto di ei.tadinanza ro-
mana e volava con Aquileja nella tribù Velina.
Come è sparita questa citta ?
Pare che ciò avvenisse per opera dei Barbari
verso il principio del seicento in conseguenza
d'una vittoria che costoro ottennero sn Gisiilfo.
duca del Friuli. P. duce degli Avari dopo la morte
di Gisulfo, perito valorosamente in battaglia, s' im-
padroni a forza di Cormons, di Artegna, di Ge-
nuina, di Osoppo, d' Invillino, e investì poco dopo
col suo esercito vincitore questo Jiilium Castrense,
dove sapeva essersi rifugiata co' suoi tesori in-
sieme ad aitre nobili longobarde Romilda, la ve-
dova dell'ucciso Gisulfo.
Nè sarebbe stato agevole il prenderlo, essendo
fortemente munito, se la curiosità femminile non
avesse fatto di Romilda un'altra Eva, adescandola
con un frutto assai pericoloso, ch'ella volle gu-
stare a prezzo della libertà e della vita.
Un dì il re degli Avari andava cavalcando intorno
le mura, come a diporto. Era bello, si reggeva ben
sulle staffe, e scuoteva al vento una magnifica
chioma che cadeva scherzando sulle sue larghis-
sime spalle. Il di lui vestito era splendente d'oro
e di perle, e tutta la sua persona spirava grandezza.
Digitizéd by IjOOgle
— 33 —
Romilda che per combinazione si trovava sulle
mura al passaggio del principe, lo vide 'cara-
collare e . . .
« E solo un punto fu quel che la viuse. »
De-mandò subito di capitolare in tutta l'estensione
della parola, e la capitolazione fu accettata. Ma
i patti non le vennero mantenuti da! Barbaro. Dopo
averla degnala de' suoi amplessi, !a consegnò ad
altri, e secondo quel che ne scrive Paolo Diacono
rifereiìdo lo slesso fatto cerne successo a dividale,
fu mandata a finire, come s'usa dei malfattori
in Turchia.
Ella aveva capitolalo troppo presto 1
Il duce degli Avari dopo averla fatta cosi
ignominiosamente morire, diede la città al sac-
cheggio e alle fiamme; e non contento di questo.
in tempi non molto remoti fu sede di
Ita, non
e fondamenta,
isda riedificata, poi di nuovo di-
fi tuttavia un falto, che anche
e d' un capitolo, e che la chi
quale dall'alto domina Zugli
nella storia ecclesia si ica. La q\:
che di luoghi eh' ebbero in
importanza.
ini
i li orna lìss ima
non avviene
una qualche
Ho volut
ftiesa per -
r quella
qualche
cchè un
segno di vetastà ; ma rimasi
antico messale gotico e altre
memor
ie che mi si
i & i grt i ged- by Google
— 34 —
diceva esistere lassù, hanno preso congedo, e sono
partite chi sa per dove. Vi si conserva tuttavia
tuia pianeta di velluto ricamata in oro, di qualche
pregio. Una tribuna, o pulpito, lavorata in una
sola pietra farehbe ancora bella mostra di sè, se
l'anima grossolana di non so quale vicario non
l'avesse fatta imbiancare, come il muro nuovo
d'una casa di contadini, il resto della chiesa è
in disordine, e se la si lascia andare, fra non
molto r umidita il vento e i topi la renderanno
inservibile.
Notai il mio nome accanto a quelli di parecchi
amici, che vidi con istupore sulle pareti dell' atrio,
e ridiscesi verso Zuglin.
Prima eh* io partissi, il eappellano di Fielis
mi additò poco lungi dalla chiesa un praticello,
sul quale il Preposto dei canonici anticamente giu-
dicava le lili.
Formano ora il capitolo, che si raduna una
sola volta I' anno, i parrochi di tutta la valle pre-
sieduti da quello di Zuglio.
V.
Poche centinaia di passi di !à da Zuglio si
trova il fiume But e vi si passa sopra per un
ponte di legno. Chi da questo ponte guarda a
tramontana si vede innanzi i villaggi di Aria e
Piano, ha dietro a sè, a destra, il paesello di
Cedarcìs. e a sinistra, in alto, ia chiesa di S. Pietro,
già nominata, che semhra sospesa a perpendìcolo
sopra le ghiaie del torrente. É una veduta che ha
dei pittoresco. Di quinci ad Arta è una passeg-
giata di venti minuti.
Quando giunsi all' Albergo di Peìlegrini non
ci trovai che degl'invalidi: tutta la gente che
possedeva due gambe sane se n' era ita alla Fonte.
— Che fonte? dirà qualcuno de' miei lettori.
— Chi non conosce Arta? rispondo io. Ma
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.-' ha chi non la conosca gliene farò in due
Danno virtù prodigiose. Ricche ài magnesia e di
zolfo tornano assai giovevoli alla salute di coloro
che hanno il sangue sovra hbondante. o malattie
di pelle, o ingorghi, o croniche infiammazioni.
Ho veduto un uomo che pareva un lebbroso gua-
rir perfettamente in un mese.
(1) Comune rii 8 Frazioni (Arto, Arosncco, Cabbia,
Oiìm-is, l'imiti. Rivalilo, Vidfp, Lovorr ron 2384 abi-
tanti, 5 scuoio, 183 scolari, 306 emigrati.
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— 37 -
Quanto è bello sparire ad ud tratto dalla scena
pubblica e anfanata della gran società, e trovarsi
come per incanto fra le braccia della verde na-
tura, con persone nuove, attiratevi esse pure da
un pensiero identico al nostro!
Là, in quella valle, cadono le convenzioni ipo-
crite, i cuori si espandono, e le simpatie lietamente
si manifestano. In pochi giorni ci sentiamo rinvigoriti
il corpo e lo spirilo; e le nuove forze ci basteranno
' fino ali' altro ritorno.
É per questo che molti forestieri accorrono
da ogni parte alle Acque di Aria, le quali hanno
già acquistato una meritata celebrità.
. Mi diressi tosto verso !a fonte, dove, speravo
di vedere un po' di movimento. Infatti appena
lasciai la strada maestra per calar sulle ghiaie,
vidi a poca distanza il nuovo stabilimento erettovi
l'anno scorso, e intorno ad esso, e in una mac-
chia vicina, gruppi d' uomini e di signore che an-
davano passeggiando; e poco più discosto, alcune
vispe fanciulle saltare e correre folleggiando, ch'era
un piacere.
Appena giunto alla fonte, senza pagare il tri-
buto del primo bicchiere (1), colsi dell'acqua e
la mandai giù a larghissimi sorsi . . . Lettrici mie,
(1) Chi fa la cura delle acque, ba da pagare cinque
lire alla consegua ihì (.rimo Iiktìiutc. Sono esenti ria
questa tassa i viaggiatori, e chi uou vi si ferma che
uno, o due giorni.
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è un fetido gusto quello delle acque pudìe. Se
noti l'avete provato, figuratevi di mangiare ora
putride, e n' avrete un' idea.
Ma i sensi a tutto s'ausano; e chi continua
a nere di quelle acque tanto più le gusta quanto
più appestano ii palato. Onde molti bocchini di
belle e delicate signore giungono a berne dai di-
ciotto ai venti bicchieri in una mattina.
La sala terrena della trattoria presentava un
quadro curioso. Molte persone disposte intorno'
a parecchi tavoli si davano a esercizi diversi. Chi
mangiava delle bistecche e le umettava con vini
generosi, chi 'si frullava dei tuorli d' uova con zuc-
chero e panna e domandava il cane da versarvi
sopra, chi leggeva i giornali, chi ammirava i fi-
gurini giunti allora allora, chi giuocava, e chi se
ne stava commodamente conversando.
Dopo tre buone ore di cammino io mi sen-
tiva un'appetito da twrisie e feci un'abbondante
colazione.
Ripreso fiato, mi diedi a esplorare i dintorni.
Dissi poco inanzi che alla riva sinistra dol
-But scende il declivio della montagna fin presso
la fonte; or devo aggiungere che quella riva è un
luogo deliziosissimo.
Cento passi sopra uu ciglione coronato di ce-
spugli e d' arbusti sormontati qua e colà da alte
piante, s'apre un verde praticello coperto di fine
erbetta e seminato di fiori. Tutto circondato di
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— 39 -
abeti e solcalo d' amono vallette, accoglie a pie-
coli intervalli macchie d'arboscelli assai pittore-
sche a vedersi, tra lo quali non osano penetrare
i raggi del sole.
lo mi aggirava estatico in mezzo a tanta ver-
zura tutto raccolto in dolci pensieri. Le curo o lo
brighe della città non potevano penetrare in miei
paradiso; mi sentivo rinato, e mormoravo fra
me Stesso:
« Un di sol Hi sì nlai-idn vita ■
« Val cent' nnni di torbidi dì. »
E sedutomi all' ombra Sopra un rialzo del prato,
co' piedi in una conca erbosa formala delle on-
dulazioni del terreno, trassi l'album per diso-
gnarvi un nbonzo del paesello di Piano che mi
stava quasi davanti, quando dal vicino boschetto
odo prorompere uno scroscio di pazze risa. Vol-
turni da quella parte scorgo venirmi incontro un»
hrigatella di signore e Ira queste, due di mia
conoscenza.
— .Ohi anche voi qui ! dissemi una di quelle.
— Si: risposi levandomi in piedi, e son ben
contento ohe voi animiate colla vostra persona
questa helbssima scena.
La mia giovano amica mi presentò allora a una
graziosa signora colla quale pochi giorni prima
aveva stretti amicìzia. Quella signora bionda fresca
e gentile aveva un'aria di grande malinconia. Inna-
morata dell'Italia, entusiasta de' suoi grandi scrittori
Digitized by GoogI
amica di parecchi de' nostri migliori ingegni, essa
viveva sotto Governo straniero. Mi parlò come di
cari amici di Dall' Ongaro, d' Aleardi, del Prati e
di Giacomo Oddo, ed era amicissima di Giuseppe
Occioni-Bonaffons, mio collega ed intrinseco; onde
facilmente incontrammo subito quella specie di
relazione che germogliata da sentimenti comuni
non ha bisogno di tempo e di complimenti sdolci-
nati per maturare. Ahimè! un mese dopo quella
delicata esistenza era franta, ed io non dorava più
rivederla ! . . . 11 giovane marito piange ora incon-
solabile la perdita della virtuosa compagna, pianta
prima dalle amiche e dall' eco pietosa delle verdi
vallate della Carnia.
Ella si piegò, colse tra i molti un ciclame, e
me lo diede in ricordo della contratta amicizia. 11
ciclame bello e vivamente odoroso si e dissecato,
ma la memoria è qui dentro nel cuore, più viva
che mai...
H bosco di aheti che riveste tutto ali' ingiro
il dorso del monte risuonava ancora di chiassose
grida e di canti e vi si vedevano tuttavia per
entro vesti svolazzanti dì diversi colon, quando
noi ricalammo alia sorgente.
Io mi recai allo Stabilimento di Piano. É una
magnifica fabbrica, mobiliata e tenuta secondo le
esigenze del più fino buon gusto. Olire le com-
modilà, i conforti, e gli agi della vita, ci si trova
il lusso, come io una capitale. Trattoria, caffé
Digitized bf GoogI'
— 41 —
albergo, bagni semplici, docde, tutto vi trovi;
non esclusa la farmacia e il sevizio medico. La
cucina e la bottiglieria meritano encomi, e ti as-
sicuro, lettrice mìa, che dopo certi effetti im-
mancabili delle acque pudie, e una buona pas-
seggiata, alla tavola ci si fa onore, anche senza il
solletico della musica che pure di tratto in tratto
va a rallegrare il convi.Uo.
finito il pranzo, chi andò di qui e chi di là;
alcuni però rimasero fermi al loro posto, decisi
ad equilibrar col vino tutta l'acqua bevuta. Mi si
disse che taluno resta a tavola dall' ora di pranzo
fino a quella d'andare a letto, por non avere l'in-
comodo di tornarvi all'ora di cena. É un me-
todo curioso di far la cura delle acque, ma che
spesso riesce in bene. Mi ricordo a questo pro-
posito del parroco d'un certo paese, che, essendo
malaticcio, fece una colletta per poter andare alle
acqua di Recoaro. I suoi parrocchiani gli sì mo-
strarono generosi e parli dai monti con un buon
gruzzolo di denaro. Io non so se egli avesse
proprio intenzione di andare alle acque , o se le
acque gli servissero di prelesto per la colletta, ma
fatto sta che giunto a Breganze, e sentito che là
c' era del vino eccellente, vi si fermò, e in pochi
giorni mangiando bene e bevendo meglio si senti
perfettamente ristabilito, e tornò alia parrocchia
bianco rosso e tondo come una mela rosa. I suoi
fedeli corsero tosto a rallegrarsi con lui degli effetti
3 »f motto della Gamia
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sorprendenti delle acque, e non finivano mai di
lodarne la virtù, ma stanco finalmente di sentir
tante lodi usurpate, spiattellò il fatto, e da quel
giorno allargò un po' la manica nel confessare i
bevitori abitudinari.
Non è impossibile che le cantine di Piano, e
di Arta, ben provvedute dei vini di Bulton e
Compagni, non compelano colla fonLe delle ac-
que pudie.
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VI.
Lis Villottis.
Sul far della sera mi misi a girare iì paese
che è al di sopra del lo Stabilimento, e mi fermai
dì tratto in tratto presso qualche casa, ammaliato
da certi canti che scendevano all'anima. In quei canti
villerecci (villottis) c'era tanta malinconia, tanto af-
fetto, tanta parte di anima, che è impossibile non
rimanerne colpiti ; specialmente se l' inflessione e la
dolcezza della voce vi aggiungono dell' espressione,
specialmente se l'eco della valle mestamente va ri-
petendone le cadenze.
Di che si trattava f Ascoltai. Una voce di
donna cantava :
Ufii(l) preà(2) la bielle stelle
Dugg (3) i sanz del Paradis
Che il Signor fermi la «èrre (4)
E '1 mio ben resti in pais. *
(1) Voglio - (2) pregne - (3) lutti - (1) guerra
Jò doman partis voi vie
Povenn disfortunat:
Il miò cur a ti lei doni
E tu tènlu conservai
Prima voce:
Scloppecur(J), passiona peDOsis
Slan tai curs innamoràz,
A vai (2) nuje(3) no zove(4)
Nè muri da d i sperà z.
Uomo :
Di sospir di che (5) bocciate
Distaccai propri dal cur
Ti sòi grat, o bambinutte,
Ti sòi grat infìn che mur.
Donna :
Jò no puèss parale vie
Jò no puès parale tur
Cheste gran malinconie
Penetrade tal mio cur.
Uomo :
Mi dìress un deprofundis
Quan che senlires a di,
Che sarài sul ciamp de uèrre
Tra lis armis a muri.
♦
(1) Crepacuore, amarma — (2] piangere — (3)
— (4) giova — (&) quella.
— ig-
lò pensava che queste villottis a botta e ri-
sposta si cantassero per diietto, ma seppi dappoi
che erano l' espressione di una passione vera di
due cuori che statano per dividersi, forse per
sempre. Il giorno prima era venuto un ordine
di partire a tutti i soldati in permesso, anche a
quelli che credevano di non esser più richiamati.
Eravamo ancora sul principio del gran dramma
guerresco, e si bucinava che il nostro Governo
avesse già impegnato la sua parola coli' Impera-
tore Napoleone di mandargli centomila uomini.
La notizia non aveva aspetto di verità, ma la
voce ne correva, cosicché i giovani partivano a
.malincuore. Perciò il prossimo distacco del sol-
dato del quale avevo udito la voce ispirava d' un
sentimento profondamente malinconico la prima
strofa della fanciulla:
Uèi preà la bielle stelle,
Dugg i sanz del Paradis,
Che il Signor fermi la uérre
E 'I mio beo resti in pais.
Prega, prega, fanciulla, e ti esaudisca il cielo I
Il fiore della gioventù s' incalza verso lo scan-
natoio senza sapere il perchè, e ve la spinge
l' ambizione dei potenti. Il suono della banda, il
fragor dei cannoni, e ÌI calpestio de' cavalli, co-
priranno le grida strazianti di cento e più. mille
feriti e gì' impediranno di chiedere perché siano
caduti. Prega, o fanciulla !
.IQjgitiisd by Google
Quando si combatte per la Patria, l'entusia-
smo ci trascina al campo come se a festa si mo-
vesse. È bello iì morire, bello ancbe il pensare
alla morte, quando s' ha a difendere il luogo na-
tio, i vecchi parenti, la sposa, le sorelle, l'amante,
l'onore. E vile e infame sarebbe l'uomo che non
volesse dare la vita per sottrarre i cari suoi ai danni
e all' onta dell' invasione straniera.
Ma essere cacciali alla guerra come un branco
di pecore per servire di sgabello all' ambizione
d' un conquistatore è cosa tale che ripugna alla
ragione, e a ogni senso d' umanità. Maledizione
a chi abusa della forza per cacciare i popoli al
macello !
Mi allontanai da quella casa per la via di
Avosacco che è tra Piano ed Arta, paesuccio di
centoquarantadue abitanti. Avevo sempre nelle
orecchie il suono delle meste cantilene udito
poco innanzi, e quell'eco mi faceva osservare
che tutti gli abitanti della Carnia sia nel canto
che nel parlare hanno una eerla cadenza somma-
mente triste, che sembra il ritornello secolare
d' una grande sventura e che mi veniva voglia di
paragonare ad un ahimé t
Questo modo ereditario d' inflettere la voce
difficilmente si muta anche per chi abbia com-
piuto gli studi, e sia passato sotto altro cielo. Il
figlio delle alpi carniche si conoscerà dovunque
i
— 47 —
per siffatta cadenza, e più ancora pel suo modo
di pronunciare col palato ì! d invece che coi
denti. La pronuncia di questa lettera s' accosta
di molto a quella del doppio dd siciliano e sardo,
ma si fa sentire con meno di forza.
Il Sindaco dì Aria.
Facevo tra me e me queste considerazioni quan-
do, seduto su d' un muricciuolo presso il ponte
di Avosacco, trovai il Sindaco di Arta, che stava
godendo i! fresco di quella magnifica sera rischia-
rata dalla luna.
— Guardate, mi disse, quella chiesetta laggiù
fra i campi.
— A mezza strada tra lo stabilimento Seccardi
ed il Bùt?
— Appunto. Non vi pare che sia pittoresca
così lumeggiala a tratti dal chiaro della luna?
Infatti la luce andava a sbalzi, e si perdeva
in diversi punti fra l' ombra cupa degli alberi
che circondano la chiesuola.
— Oh, sì! Ma perchè 1' han fatta laggiù quella
chiesa? gli domandai.
- 49 -
— Sembra che il villaggio fosse più basso
allora, e presso gli iirgini dei fiume: Unto è vero
che la chiesetta si chiama tuttavia S. Nicolò de-
gli Aneti.
— Oli curiosa !
— Più curiosa poi è la storia di questa
chiesa. Essa apparteneva ai Cavalieri di Malta
che lì presso avevano un ospizio. Il volgo crede
ancora di vederli vagolar dì notte pel campo,
avvolti nelle loro bianche vesti. In quel piccolo
piano che sta davanti alla chiesa si teneva pe-
riodicamente il mercato, e secondo la tradizione
essi ne facevano di belle.
; — Cose da feudatari, osservai.
. — Dicesi che s'impadronissero a forza delle
più belle donne e delle più belle bestie; e che
a chi ne incresceva facessero dar delle busso. Si
racconta pure che profittassero senza scrupoli del
jus -prima noctis.
Io non poteva rinvenire dallo stupore pensando
che in quelle gole di monti fossero andati ad
abitare que' cavalieri.
— E, fino a quando, durarono? gli chiesi.
— Il loro monastero fu distrutto per un de-
creto del Concilio di Vienna nel 1312, mi rispose,
ma venne poi restaurato e abitato dagli Spedalieri
di S. Giovanni, che ne godettero le rendite fino
agli ultimi tempi. Non è molto però che la chiesa
di S. Nicolò cessò di pagare trentasei lire annue
a un Commendatore di Malta per certi beni che
erano annessi a! sopraccennato Ospizio.
Appressatomi a quella chiesa vidi che é molto
bassa e con una specie, non dirò di atrio, ma di
porticato sul davanti, come sono in generale tolte
le chiese antiche della Carnia.
Passando di discorso in discorso mi accorsi,
lettrici mie, che il sindaco dì Atta la sa ben
lunga, e che è una vostra e mia vecchia cono-
scenza. Vi sovviene di certe Novelle che si leg-
gono di tratto in tratto nella Ricamatrice di Mi-
lano, come, per esempio, il Savorgnam, e la
Negra? Ebbene, sono lavori suoi; sono produzioni
d' un bello ingegno che vive modestamente lon-
tano dall'umano consorzio, fra queste montagne,
senza ambizione, senza desideri, senza vizi; il
che è un raro vanto per chi sul fior degli anni
ha già corsa l'Italia come emigrato politico, ed
è stato giornalista in una delle sue città princi-
pali. Per quanto si studi di vìvere ignorato non
ha potuto però rifiutare la rappresentanza del
suo comune e del suo distretto, come sindaco e
come consigliere provinciale.
Quando cala a Udine per assistere alle pub-
blichi; sedute voi lo distinguete fra tutti i consi-
glieri per la sua toaleita d'una semplicità ricer-
cata. Qui, come a Milano, come ad Arta, indossa
un giaccheltone alla cacciatora, e gli copre il capo
— o'| —
un cappello da vero alpigiano. É giovane robusto
di corpo, cogli occhi cilestri, e una fisionomia
virile, assennato, gentile, e poeta.
Egli è Giovanni Gortani. Studia la storia e i
costumi della piccola Patria, ed ha raccolto in un
volumetto lo più scelte canzoni del dialetto friu-
lano. Ma più ancora ha diritto di aspettarsi da lui
il suo paese.
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Vili.
Le mie compague di viaggio.
11 dì dopo dovevo partire da Arta per Pa-
tulla e aspettai in casa del sindaco, ad Avosacco,
la diligenza; ma ahimè! l'aspettai senza frutto.
La diligenza di Paluzza è una specie di carro
lungo e stretto con due o tre panche per tra-
verso e due scalari per lungo a guisa di sponrte.
La panca di mezzo è imbottita di pelle ed offre
i posli distinti; le altre nude e grossolane ser-
vono per la gente ordinaria. Questa gente però
ha il diritto di porre le sue scarpe ferrate e le
sue ginocchia contro le tue, e di appoggiarsi
confidenzialmente in caso di folla sulle tue spalle.
In giorni di pioggia o di canicola la diligenza è
coperta ad arco da una grossa stuoia. Come la
vidi venire a stento trascinata da due cavalli,
piena zeppa di persone, in modo che non ci si
vedevano che teste, spalle, e gambe penzolanti,
ne rimasi contrarialo, e senza speranza di tro-
varci una nicchia. Infatti il conduttore mi disse
tosto die non ci capiva più un grano di miglio.
Onde fatta di necessità virtù decisi di proseguire
il cammino a piedi.
Passavano in quel momento per Avosacco tre
donne armate le spalle dell' indivisibile gerlo:
— Andate a Paluzza? dissi loro.
— Ja, twin Herr; mi rispose l'anziana.
— Volete portare la mia sacca da viaggio?
ripresi.
— Ja, tool, mein Herr,
Feci portar la valigia, e gliela posi nel gerlo
con sòpravi il mantello, e il cache-nez (Dio mi
perdoni il vocabolo). Quanto all' ombrello non mi
dava più noia, essendomi stato destramente in-
volato da Tolmezzo ad Aria. Ed è* appunto di
questo arnese che sentivo la mancanza in quel-
l' istante, giacché il cielo era nuvoloso e minac-
ciava la pioggia. Goriani, che s' accorse del mio
bisogno, me ne recò uno di suo; ci demmo un
bacìo, ed io mi posi in cammino. Le tre donne,
che dovevano essere la mia scoria, ridevano tra
loro con una certa aria di malizia ch'io non sa-
peva comprendere.
— • Che avete? dissi loro salendo la riva di
Piano. (La riva di Piano? É un antitesi, ma vat-
tela a pigliare con chi diede il nome di piano ad
un' erta , o lettore, che io non ci ho colpa).
— Ridiamo, rispose ia bella Calme che si
fece interprete delie compagne, perchè Hot avete
baciato il signor Zannilo.
— E che, c'è male in questo? domandai.
' — Oh, non e' è male, riprese, ma tanto e
tanto baciarsi fra uomini è poco gusto.
— E baciarsi fra uomo e donna f
— È peccato, osservò la vecchia.
— Secondo; aggiunse furbescamente la gio-
vane.
— Perchè, secondo?, le chiesi.
— Non la sapete, la villotla? riprese.
— Che villòtta, di grazia*
— Volete che Te la canti?
— Eh cantala, che mi farai piacere.
Le due giovani s' accostarono 1' una all' altra,
si posero (é mani sovra le spalle, e così tenen-
dosi e guardandosi cantarono :
0 ce bie! lusor di lune
Che 'I Signor nus ha mandat . . .
A bussà(l) fanlatis(2) bieliis
No l' è frega! (3) di pecciat.
La loro voce armoniosa si ripercuoteva in un
bosco di abeli che andavamo rasentando, appena
scesi in una valletta di là da Piano ; ond' io in-
(1} Baciare — (2) rigane — (3) bricciolo.
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— ss —
voglialo di sentirle più a lungo le pregai di can-
tarmi qualche altra cosa.
— Ebbene ; quella dell' Amore I sclamò Caline.
— Sì, quella, ripetè l' altra.
E cantarono :
Se savessis, fantacinìs(l),
Ce che son sospirs d' amor!
É si mur(2) si va sottierre (3)
E anciemò(4) si sint dolor.
E ripeterono:
0 beaz(S) ehei che no pco?in
Ce che son sospirs d' amor l . .
E' si mur si va sottierre,
E anciemò si sint dolor 1 . . . . .
— Via via, ragazze, consolatevi, disse la vec-
chia, alla quale pareva che la canzone fosse ai-
quanto malinconica, o scappò fuori ella stessa con
una voce di baritono, cantando: ]. ,
E' no jè mai stado ploe (6)
Che bon timp noi sei tornai;
Nancie (7) un cor di malavòe (8)
Che noi sedi (9) consolàt.
E la ripeterono in coro mentre si traversava il
bosco, e s'era giunti quasi in faccia a priola.
Se qualcheduno de' miei amici m' avesse ve-
duto , alto come un gonfalone , andar innanzi
(1) Domelette — ffi) muore — (3) sotterra —
[4) ancora — (5) felici — (6) pioggia — (7) neppure
— (8) malincouico — [9) sia.
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— 56 —
con quelle donne di razza equivoca, e godere in-
gcnuamenle dei loro tanti, ne avrebbe fatte le
matte risa, e per verità ne rideva io stesso, pen-
sandolo; ma che vuoi, mio caro lettore? Fra i
boschi della Gamia non ci sono ne etichette né
certi riguardi sociali, e ciò che piace senza of-
fendere la dignità umana, si fa.
Pioveva dirottamente, e ci riparammo fra una
macchia, sotto un gruppo di pini. Di là dal But,
sulla sponda destra, in faccia a noi, e un pò più sii
dì Nojariis era il paesotto dì Priola, umile frazione
del comune di Suttrio che giace dalla slessa parte
un miglio più sopra, non molto lungi dal fiume.
Priola è quasi nascosta fra gli alberi, e i co-
perti delle sue capanne rivestiti di paglia e di
$canMe{\) le danno una meschina apparenza.
— Che paese miserabile ! esclamai.
— Miserabile? È ,una delle più ricche fra-
zi oni della Carnia, rispose Catine.
— Come è possibile? ribattei.
— Vedete voi quella chiesa che sorge sul
collo tra Priola e Suttrio?
— La veggo. : " ' ' ' ' p
— È la chiesa di Tutti i Santi. Nel sito do-
v' è fabbricata v'era anticamente un castello appar-
(1) Parola latina liei documenti medievali, ohe s'usa
nel dialetto beli un tic imi h-.i ma italiana. Sono tegole
di legno a guisa di assicelle.
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— 87 —
tenente ai Conti Priola. L'ultima contessa di questo
nome è morta, non é gran tempo, lungi di qua,
ed ha lasciato una gran parte de' suoi beni agli
abitanti di Priola.
— In che consistono questi beni? ie domandai.
— Consistono in boschi, rispose. Quest' anno
i priolesi ricavarono da un solo taglio da circa
trentamila lire, ch'essi ponno dividersi; notate
che non ci sono a Priola più di trenta famiglie,
e che i tagli si ponno ripetere.
— Perchè dunque vivono in quelle catapec-
chie? osservai
— Hanno intenzione di rifabbricarle più belle a
all' Italia, nel quale si parla il peggior tedes
de! mondo. Ve ue riparlerò iu seguito ; per o
andiamo a Paluzza.
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Pullula e il su» farmacista.
Seguendo sempre la strada lungo la sinistra
del fiume, il viaggiatore si vede aprir dinnanzi
un largo bacino, nel cui centro si formano a croce
tre valli. Il braccio più lungo di questa croce è
rappresentalo dal canal di S. Pietro da noi seguito,
il destro dalla valle della Pontaiba che mette nel-
P lncarojo, il sinistro oltre il But che lo spartisce,
dalla Giadega di Yalcalda. Quel bacino è circon-
dato da diversi vaghi paeselli, tra cui Rivo, Pa-
luzza, Castions, Treppo a destra di chi va a ri-
troso del fiume, Sutrio e due Cercivento, a si-
nistra. E in faccia, di lontano, verso Timau, a
destra, si vede Rocca Bertranda (o Moscarda).
È un hel colpo d' occhio.
Raimondo della Torre patriarca di Aquilcja,
uomo di grande animo, potente e ambizioso, fu
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— Sg-
allettato dalla bellezza di questa posizione, e rite-
nendola molto opportuna alle sue mire a te va
deciso di fabbricarvi una nuovi Milano, dio s'ap-
pellerebbe dal suo nome. Ma la morte gli ruppe
in niente i progetti.
Quando i miei lettori sappiano che questo ar-
dito prete strappò colle armi Trieste alle branche
del Leone di S. Marco, ond' era protetta, non si
maravigleranno s' egli osasse concepire il disegno
di costruire delle città.
Paluzza(l) è un vago borgo posto in pianura
alla sinistra del But, bagnato in parte dal torrentello
della Pontaiba. Capoluogo un giorno di distretto,
e quindi sede d' un Commissariato e di altri
Uffici, era pieno di vita; ora non tanto. Ha però
case signorili e ben costruite, un buon albergo, hei
negozi, farmacia, e ufficio postale. Un po' di mo-
vimento c' è.
Giunto alle prime case presso un noce, il più
grande eh' io m' abbia veduto in vita mia, licen-
ziai le ragazze che per la pioggia sempre cadente
avevano ancora le sottane rovesciate sul capo, e
dalia vecchia mi feci accompagnare all' albergo
dello Posta, dove fissai per qualche di le mie
tende.
li paese non offre nulla di raro.
(1) Paluzza oolle sue tre frazioni di Rito, Cleulis, e
'fimaii c un comune di 2<)2ii :ìni:;:i:, ha quattro scuole
con 339 scolari, <: olii (Vi emigranti.
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— 60 —
Verso sera, recando 1' ombrello del sindaco di
Arta al farmacista che gli è compare, entrai nella
sua bottega e ini parve di trovarmi in una specie
di gab inulto di storia naturale.
Tulli gli animali indigeni della Carnia, tranne
i domestici, vi figurano, compresi i volatili e i
lepidopteri. Tu li vedi bene imbalsamati, in bel-
l'ordine, e disposti quasi in azione di vita, dal
camoscio fino al piccolo topo, dal falco reale Ano
all' ultimo degli aligeri. Io non pensava che tanta
varietà e ricchezza zoologica nutrissero le nostre
terre, e mi sorprese più di lutto la vista dei
zibellini, e degli ermellini, la cui pelle è d'una
candidezza abbagliante. Tra gli uccelli è imponente
per grossa mole il Cedrone della famiglia dei gal-
linacei, poco conosciuto in Italia, che raggiungo
il peso di diciollo, o anche venti libre; per bel-
lezza poi si distinguono il corvo reale ed i falchi.
La raccolta delle farfalle è completa. Quante
varietà 1 quanti colori ! L' Apollo e una delle
più rare.
11 farmacista con molta pazienza mi mostrò e
mi chiamò a nome ogni bestiuola. E rallegrandomi
io con lui dell' aver egli formato la sua collezione
di animali lutti indigeni, perchè più facilmente
gli sarebbe riuscito di completarla:
— Così feci anche per le monete, mi rispose,
limitando le mie ricerche e il mio studio a quelle
dei Patriarchi.
— 61 —
— Anche numismatico? gli dissi.
— È mia cosa da nulla, riprese. Ho voluto
raccogliere tutte le specie deile monete coniai»
dai sedici Patriarchi sovrani (I) del Friuli, da Voi-
cìierio che regnava nel 1204, a Ludovico di Teck,
il cui principato civile cadde Del 1420.
W introdusse allora in un gabinetto più an-
gusto, e tirati da vino scrittoio alcuni cassetti™,
mi pose dinnanzi tutte quelle monete d' argento
schierate in ordine cronologico.
— E d' oro e di rame non ne coniarono? gli
domandai.
— Nò, mi riSpete; non coniarono che de-
nari d'argento. Questi qui corrispondono pel va-
lore a 25 dei nostri centesimi.
— E Si contava tutto per denari?
— I conti grossi si facevano per monete ideali,
quali erano la lira e la marca. La lira compren-
deva venti denari e corrispondeva al nostro pezzo
da cinque franchi, e la marca che ne conteneva
centosessanta, a quaranta lire. Cosi il ducato,
zecchino, o fiorino, equivaleva a sedici lire ita-
liane. V'era pure una marca adusato Curia' pei
conti maggiori e si ragguagliava ad ottocento <ìi
ijueite monete, pari a duecento franchi.
— E dove li avete acquistati questi denari ?
gli domandai.
(1) La sovranità dui Patriurclii era moderata dal
Parla mento, e dai feudatari.
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— Molti furono trovali qui in Carnia, mi rispose,
e parecchi dei più rari sullo rovine ili Aquileja.
10 presi in mano alcuno di quelle leggerissime
monete e mi diedi a considerarne le due faecie.
Il denaro patriarcale ha sul diritto un vescovo
in pallio, con pastorale nella destra, libro al-
zalo nella sinistra, e il suo nome in giro. Nel
rovescio si scorge un frontone di tempio con cu-
pole e torri sormontato dalla croce, o una parie
di città colle parole Crètto Aqvilrjp. In alcuni c'è
io stemma gentilizio dei patriarca, come ad esempio
in quelli di Raimondo della Torre.
11 signor Milesi, che tale 6 il nome di quel
1 ;avo farmacista, m' avrebbe dalo una lezione di
numismatica e di zoologia, se la signora alberga-
Iriee non m' avesse fatto avvertire che le trote
enao all' ordine.. Al qua! proposito devo dirvi,
lettori miei , che non si può andare a Paluzza.
senza mangiarvi le troie di Timau, giacché pochi
pesci hanno il sapore squisito di questo.
Da l'iilunii a LigosaHo.
La mattina seguente lasciai Paluzza per fare
un' escursione nell' Incarojo , e m' avviai per la
valle della Pontàiba. Sulle ghiajc di questo pic-
colo torrente scórsi un monello che piangendo
e bestemmiando correva alla disperata con un vin-
castro nelle mani. Egli gridava di tratto in tratto:
mostre di vaece, eia» da Dio di vacce !
Domandai a una donna ebe veniva cof gerlo
che cosa avesse quel biricchino:
— Co/ii 7 nance malamente, sior, mi rispose
quella passando, 'l nasce de triste piante.
Poco dopo il fanciullo cantava e zuffolava con-
tento come una pasqua. Che era stato? Aveva
raggiunto una mucca che prima gli era fuggita.
Percorso appena un chilometro di strada mi
— 64 —
vidi innanzi, a sinistra, il grazioso villaggio di
Treppo, e più lontano, su! dorso dei monti, Tati-
sia e Ligosullo.
Treppo (i) ha case commode e beile, onde tra-
spira il benessere e l' agiatezza degli abitanti.
Prima di giungervi m' incontrai in una lorosetta
che guardava l'armento, e:
— Dove abita il sindaco? le domandai.
— Passata la prima contrada, mi rispose, di
là dal Rio, alla vostra destra.
— Che, si deve ancora ripassar la Pontaiba?
— No no, replicò, noi chiamiamo Rio V acqua
d' un ruscelletto che passa a mezzo il villaggio e
ci serve di fontana,
— Ben detto] pensai.
In tutta la Carnia ho trovalo poi bene appli-
cata questa parola, cioè nel vero senso italiano,
tanto eli' è divenuta quasi il nome proprio di
tutti i ruscelli.
Ho conosciuto nel Sindaco di Treppo una per-
sona intelligente seria e beneducata. È un ex -
negoziante che ha vissuto a lungo in Germania,
a Milano ed a Como. Ritiratosi nel paesello natio
dopo aver fatto fortuna, dedica parte del suo
tempo, i suoi lumi e le sue cure all' amministra-
(1) Piccolo comune diviso nelle frazioni di Siajo.
Taosia, Zeoodis, eoa 1236 abitanti, 135 scolari, e 359
emigranti !
zione del comune che sotto si buona scorta va
ognor più prosperando.
Anche I" istruzione vi ò curata, giacché sa
circa 1200 anime, cmtoventiciinfwì fanciulli dei
due sessi ranno alla scuola.
Ho sempre veduto in tutti i paesi da ma vi-
sitati, che dove c' è un sindaco istruito, onesto, e
senza pregiudizi religiosi, le cose del comune
vanno bene e si tengono a livello della civiltà.
L'emigrazione dei lavoratori, e dei mercaniinì
girovaghi di questa valle raggiunge il maximum ,
nudando all' estero !a quarta parte degli abitanti,
onde non m' imbattevo camminando che in donne,
fanciulli, e vecchi.
Le ragazze di Treppo hanno una freschezza
e un' aria di salute eh' è un incanto a guardarle.
Ripresi via costeggiando la destra della Pnn
taiba fino all' erta, per cui si sale a Tausia. Appiè
della costa m' incontrai in un signore che aveva
l' apparenza d' un gastaldo di campagna, e la fa-
vella corrotta di oltre Isonzo... Appena mi vide
Si tolse del capo un cappello di paglia a larghe
falde e mi salutò. Avendogli io corrisposto :
— Và a Val d' dira? Mi chiese.
— Che dice? risposi,
— Le domando se va a Val d'aira? replicò.
— Non ho mai sentito nominare questo vil-
laggio.
Digilized by Google
— Non è un villaggio, riprese il buon uomo:
è una villetta alpina della signora Cr . . di Trieste.
— Chi è la signora Cr . . ?
— La vedova d' un Console eh' era nativo di
Ligosullo. Ella abila colla sua famiglia per tre o
ijuattro mesi dell' anno a Val a" arra, e siccome
riceve molte visite, cosi credevo che anche lei . . .
— E do»' è questa villa ?
— Un'ora e mezzo di salita sopra Ligosullo.
— Grazie tante delle sue informazioni, gli
dissi; ma la signora è troppo in alto.
E salendo la costa mi tornava a mente l' In Alto
di Auerbach, e la povera Irma che è andata ad
espiarvi un bacio reale. Seppi dappoi che la si-
gnora Cr . . e il modello delle buone madri di
famiglia, e m increbbe di non averla conosciuta.
Digitizsd by Google 1
ligasullo e la bielle jnt.
Da Tausìa, dove giunsi tutto trafelato, passai
inventi minuti a Ligosullo(i), capoluogo di sè stesso,
e centro della parrocchia. Non avendovi trovatoli
sindaco, la donna di lui mi condusse dal curalo,
assicurandomi che questi più che il marito avrebbe
potuto fornirmi certi dati statistici che diman-
davo.
Entrato in casa del prete, una sua nipote,
gentile oltre la portata del paese, m' introduce in
un bel gabinetto e mi prega d' accomodarmi ci,
quando il curalo apparisce in sul!' uscio e mi do-
manda, che cosa io voglia, e chi io mi sia.
— Che m'abbia preso per un brigante? pensai.
(1) Piccolo comune sema frazioni, ili 53S anime con
71 scolari, e 120 emigranti, tutti arrotini, tranne due.
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— 68 —
E gli dissi il nome e l' ufficio, e lo scopo delle
min peregrinazioni;
tOod'ei lavò le ciglia un poco in soso» e:
— La prego, mi disse, d' assettarsi, che sarà
stanco.
E soddisfece alle mie domande con tale cor-
tesia da non parer più V uomo di prima. Intanto
eh' egli andò in cucina per dare non so quali or-
dini, girando gli occhi per le pareti, ci vidi ap-
pesi, fra i ritratti di sua famiglia, due magnifici
quadri, 1* ano rappresentante il Re, l' altro Gari-
baldi. Il che bastò per darmi la chiave della se-
conda fase della nostra conversazione.
Vedendolo tanto umano, lo pregai di farmi
trovare una guida per poter continuare il cam-
mino senza errori pei boschi, e giungere per la
più diritta nella Valle dell' Incarojo.
— Volete andar pel Durone, o pei prati?
— Per la più breve, risposi; pel Durone ci
tornerò.
È da notarsi che il monte Durone sorge di
riscontro a Ligosnllo al di là della valle, e pre-
senta in certi punti i fianchi scoscesi, e la vista
di orrendi burroni. La sua cima, coronala un di da
forte castello, diede il soggetto a una leggenda ver-
seggiata da Dall' Ongaro, il cui contenuto vi raccon-
terò fra poco. Ora bisogna sndare, poiché a furia dì
pescare per tutti i dintorni mi s'è trovato una guida.
Volete conoscerla?
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— 69 -
È un nano sciancato, colla testa d'un algerino
d" una bruttezza assai rara. Era tutto ciò che si
potè trovare dì meglio a Ligosullo, fra i maschi
poveri, non emigrati: un campione!
Quale contrasto colle eleganti e snelle figure
delle giovani che strappavano il canape, dai campi,
o rastrellavano il fieno pei prati ! Che graziosi tipi t
— Sono tutte così belle le vostre ragazze?
chiesi al mio nano.
— Si, e anche gli uomini sono lutti belli;
riprese.
— Davvero? dissi guardandolo ben fìsso.
— In verità, ripigliò; tutte biella jnt (i) a
Ligoml.
— Eccetto (e, povero il mio scorpione, mormorai.
Si camminò molto per boschi e per prati
sempre salendo fino allo sparti-acqua che è a
guisa di sella tra il monte Durone e la Costa
Robbia. Lasciato il versante che guarda il Canal
di S. Pietro si cominciò a scendere verso est,
per quello dell' lucarojo , finché inoltratici nel
mezzo d' un folto bosco di abeti e di larici, ci
trovammo sul Piano degli Angeli. È questo un
bel praticello rotondo un po' sollevato nel mez-
zo e contornato di alberi , guardato da un
gran Crocefisso di lagno. V erano ancora sparse
per la verde erbetta delle fragole, e sulle pianti-
li) C-ente.
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— 70 —
celle dei mirtilli spiccavano tuttavia dei neri co-
rimbi. Il mio inoro si diede a raccogliermi di
questi piccoli frutti, e parecchie manate ne rac-
colsi io stesso, avendoli trovati d'un sapore
.issai gustoso. In quel sito era giugno quando
il calendario metteva agosto!
Riposandomi sii quel praticello alla fresca om-
bra degli alberi mi pareva di veder passare so-
gnando tutte le illusorie fatuità della vita cittadina,
e mi semhrava che non valessero quelf ora di
riposo gustato in seno della natura. Aprii gli
ocelli, e continuavano a passare variopinte a mille
colori. Che era mai? L'n nugolo di farfalle che
gironsavano e carolavano per l' aria, burlandosi
del mio sciancatelo che le inseguiva col parasole
e non poteva pigliarle.
— Il sogno piglia corpo, esclamai. Le farfalle
sono le illusioni, lo sciancatello è l'uomo!*
Quando inseguiamo una felicità che ci sfugge,
quando vorremmo raggiungere le dolci illusioni
che Ci accarezzano, non ci sentiamo noi, tutti,
zoppi o sciancati?
Ma ripigliamo la via.
Per eaìar sulla valle è d' uopo seguire uno
stretto sentiero assiepato d'alberi e di cespugli,
poi il letto d'un torrentello pieno di ciottoli e
massi enormi; onde il mio povero strambo mi
faceva gran pena. Alla fine, giungemmo per Villa-
mezzo a Paularo.
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Paularo e l' eremo del cav. Sassi.
P;iularo (Ij è un bel borgo, posto ne! fonilo
o" una conca naturale, alte radici di due catene
di montagne, che quasi quasi s' incontrano. É sede
degli uffici comunali e della parrocchia. Pas-
sagli per mezzo un' acqua che i paesani chia-
mano il Rio. la quale non è altro che il Ctiiarso,
quella stessa che in faceia a Zuglio, presso Ce-
darcis, va a entrare nel But. La valle come si
disse, è angustissima, e i monti lutti coperti di
boschi e di prati vanno a finire in nevose vette
presso i confini della Cariolia. Vi sono in paese
fi) Comune ili 2089 abitanti sparsi nella Fraiimii
<]. CusiiH:!. Y;ll:imezzo, Dierieo, Salino, Trelli e Chianlis.
Tutta la valle non ha die tru meschine scuole col nu-
maro complessivo di 69(!) scolari. Emigrano annual-
mente 180 persone.
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— 7-2 —
delle case di bella apparenza, e perfino due pa-
lazzi di buona architettura, io uno de' quali è
l'albergo. Quesla valle sembra il nido della pace.
Fuori del monda, senza vie di comunicazione, è
solamente ridestata di tempo in tempo dal pas-
saggio del'e mucche forestiere che vanno in estate
a popolare i pascoli delle sue montagne, e dai
minatori (i). Questi vi passano a più riprese, sia
per fare la Serra, sìa per condurre il legname.
È curioso il modo con cui vien fatta la Serra, e
terribile quello ter cui si fa la menata.
L' acqua del Rio è scarsa e di poca forza,
insufficiente a spìngere innanzi una gran massa
di legni ; onde si pensò al modo d' accrescerne
il volume e l' impeto. E fu trovato.
Nelle partì superiori dei monti il ttumicello deve
correre fra strette e altissime sponde rocciose, dopo
essere uscito da ben ampi bacini. Ora chiudendo per
mezzo di provvisorie dighe infra quelle sponde
la via all'acqua, questa s'allaga per entro a que 1 vasti
bacini e se ne fà un gran serbatoio. Levate a
un (ratto le serre, esce poscia da quello con
forza indescrivibile facendo tremar le rive e
portando a sè dinnanzi lutto quello che incontra.
I fusti d' immensi alberi, e i grossi ceppi, get-
tati prima nel fello del torrente, vengono traspor-
ti) Nel dialetto feltrino si dicono mena'lnss, a sono
i (-(induttori rial Ictmume per acqua. Pereiù chiamati"
menada una condotta (li legname fatta per acqua.
— 73 —
tati con mirabile celerità. G. Gortani in una sua
novella descrivo con molta verità questo fatto.
■ i ceppi d' abete, egli dice, accatastati appiè della
serra la gli solleva come fuscelli turbinandoli fu-
riosamente lungo l'angusto suo calle; e qua spu-
meggia e arrabbia contro un macigno che 1' ai-
traversa, colà spagliando in un letto più ampio, ora
li ammonta, ora li strata e distende pari pari come
una travata, menando un fracasso di cozzi e spin-
toni, un tramenio assordante da fare spavento.» Guai
a chi si trovasse allora presso il letto del Ch'arso !...
Per evitare una qualche disgrazia si costuma di
far prevenire dall' altare lutti i valligiani del di
e dell' ora che s' hanno a togliere le dighe ; ma
non sempre vi si riesce.
Pranzai all' albergo, poi salii con un signore
alla chiesa, posta in silo eminente.
— Questa fabbrica fu restaurata, e abbelliti!
dal parroco, di cui potete leggere il nome in quel-
1' epitafio là, mi disse il compagno additandomelo.
— È stata una grande impresa, risposi, le-
vandomi i) cappello davanti l' urna. E ai poveri
ci pensava?
— Oh sii Divideva con essi il suo pane, eii
è morto più povero di loro-
— Ma compianto? osservai.
— La sua morte è stato un lutto generali
nell' incarojo.
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— 74 —
— Se tutti i preti fossero cosi, farebbero be-
nedire al cattolici amo, gli dissi.
Attraversato 1' elegante atrio delia chiesa so-
stenuto da colonne d' ordine corintio, s' andò a
vedere il cimitero. Quivi presso scorsi dei gelsi:
— Oh! dei gelsi! sclamai. — • Mi pareva di
veder in essi dei conoscenti, lassù, a stianto ot-
tanta metri di altezza. — E attecchiscono? chiesi.
— Molto bene, rispose V altro. Anzi que-
st' anno a Paularo se ne fecero bozzoli da poterne
trarre della buona semenza.
Oh, ve'I E chi s'è pensato a piantarli?
— I primi? Gli ha fatti venire e piantare il
Bassi. Sono questi qui eh' ella vede.
— Qual Bassi? domandai.
— L' Ingegnere, quello che poco fa è stato
fatto cavaliere.
— lo conosco un Bassi, ingegnere o professore
emerito che abita un elegante casino, a S. Margherita,
presso il caste! di Moruzzo, gli dissi, sarebbe quello?
— Quello appunto, rispose il mio interlocu-
tore; -è notissimo per aver con una sua memoria
leita Bn dal 1829 -nel!' accademia di Udine, risu-
scitalo l' idea della canalizzazione del Ledra, che
dormiva da circa duecento anni.
— Ma quando é venuto da queste parti?
.— Quand' è venuto? Ma c' è slato per anni
e anni. Vede ella quella capanna?
E mi additò una casèra di là dal Rio, sopra
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— 73 —
le case di Paula ro, in mezzo a uno sterile cam piceli o.
— Quella, continuò, si chiama l'Eremo del pro-
fessor Bassi.
Mi disse dappoi che venendo questi a passar
buona parte dell'anno nell' Incarojo acquistò quella
microscopica tenuta per avere il diritto di essere
eletto, come fii, consigliere del comune. Da qual-
che anno però non ci veniva più n Paularo, poi-
ché, morto il vecchio parroco, di cui era l' intimo
amico, si è tentato di ucciderlo.
— Come I come I Ha fatto egli qualche male
al paese? gli domandai.
— Oibòl rispose quel signore; egli non ci ha
fatto che del bene. Ma che vuole? fra i tanti buoni
vi è sempre qualche tristo. Bassi ha avuto il torto
di dire la verità in un discorso funebre che fece in
morte del parroco defunto. Le lodi giustamente e
moderatamente da lui distribuite ai morti, offesero
i vìvi, e pochi giorni dopo, da mano ignota gli fu-
rono fatte contro le fucilate. Fu un miracolo se non è
caduto trafitto. Da quel giorno parti e non è più tor-
nato presso di noi che pur l'amiamo sempre di cuore.
— E non si fece nessuna indagine circa quel-
l' attentato ? . • . :
— Se n' è fatto qualche cosa ; ma poi Bassi
stesso mostrò desiderio che si sospendessero le ri-
cerche. Ohi egli non ha il cuore de' suoi nemici !
Le stesse cose mi furono più tardi ripetute
in un' osteria del villaggio.
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Storia di una strada.
Il di seguente corsi la valle fin sotto a Salina
dove comincia una strada nuova che dovrebbe
riuscire a Cedarcis.
Chi volesse avere un' idea di certe spese che si
fanno dai comuni oda la storia di quella strada.
Giunto a Salino, piccolo paesello distante una
grossa ora da Paularo, chiesi a un contadino dove
fosse la nuova strada.
— Un poco avanti, signore, mi rispose. Vo-
lete che venga a insegnami a ?
— Venite pure. Ma dite: perché non la s'è
cominciata proprio da qui?
— Non lo so. Signore, mi disse ; forse perchè
questo vecchio sentiero si reputa sufficiente. Ma
io credo che la strada nuova 1" abbiano fatta per
le fepri.
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— 77 —
— Perchè dite questo?
— Perchè s' è lavorato e speso tanto senza
che alcuno ne possa profittare.
Ho voluto percorrere questa via fino a Pie-
diro, e l' ho trovata magnifica, con un ponte, che
deve costare un tesoro, sopra un fiume che non
c'é(l). Il conladino mi disse e me lo ripeterono
altri che si spesero in quella impresa da circa
ducente mila lire, e la strada non giova ad al-
enilo, perchè non avendo né principio nè finii
razionale, giace perduta nella solitudine senza
scopo, come le rovine degli acquedotti antichi
che veggonsi tuttavia nell'agro romano, k meno
clie non la si ritenga fatta per le 900 anime che
abitano i tre paeselli di Salino, Chiaulis, e Trelli.
Davvero che percorrendola, e vedendo che quà
e colà cominciava per le ingiurie delle stagioni,
a deperire, mi domandai seriamente, se quelli
dell' Inearojo fossero earnielli. Giacché ognuno sa
che i earnielli hanno testa fina, e non gettano inu-
tilmente il denaro in lavori d' equivoca utilità.
Quindici giorni più tardi mi fiì detto a Tol-
raezzo che !e Autorità tulrici se ne sarebbero in-
teressate; ma, e prima perchè non ci si è pen-
sato? o perchè, cominciali i lavori, non furono
sollecitati gl' inearoiani a finirli? E si poteva far
senza scrupolo e con grande loro vantaggio, es-
sendo il comune di Paularo assai ricco.
[1) Panni che sia il Rio Refosco.
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Partendo da Aria e venendo sino a Piedini
io avevo girato i quattro quinti di un 0, onde
mi sarebbe riuscito più commodo per evitar nuove
salite, rimboccar la Strada già percorsa fra S. Flo-
riano e S. Pietro; ma volli tornare a Paluzza per
la via del Durone.
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Il Dnrune e Paol« il Crnmaro.
Infatti risalita la valle fino a Pàularo, e fallo
rinfrescare con un buon bicchiere il mio scian-
cateli, cominciai a montare per le falde orientali
di questo monte seguendo sempre il mio campione
di Ligosullo. Ma le spaile del Durone sono aspra-
mente selvose e vi sì faceva per di più il taglio
degli abeti, onde il passaggio era difficile, sbar-
randoci i lunghi alberi recisi la via. Quando giunsi
alla forcella del Durone, che serve di sparli -
acqua ira l' Incarojo e la valle Giulia, (S. Pietro),
non avevo più un capello di asciutto e mi sedetti
sui prato, appiedi del crocifisso per riposarmi,
80
avvolgendo in un ampio scialiti tutta la mia
persona fi).
— Di Ligosullo, risposero. E si misero a
scherzare col mio compagno, canzonandolo e chia-
mandolo coi più dolci nomi, e dicendogli in-
namorate e domandandogii se voleva sposare ana
di loro.
— Vuoi mei diceva Y una.
— 0 me? soggiungeva 1" altra; deciditi, bello!
Il povero nano tentava di schermirsi dalle
frizzanti richieste, e menava la lingua per bene ;
ma ci voleva altro 1
Pensando eh' era crudeltà lo starmi neutrale
intervenni per sua difesa, sicché giunsi a salvarlo.
Le giovani vennero a sedersi senza ritrosia
(1) Se ho toccato due volta del crocefisso non I* ho
fatto a caso, o mia devota lettrice, ma per forti sapere
clip ii povero Cristo si trovi piantato por tutta la Carnia,
anche nei luoghi più alti o più solitari ; la qual cosa ho
osservato pare nelle valli del Tirolo tedesco, dove lo
si appende anche alio muraglie interne delle osterie,
e gli si mette appiedi la piletta coli' acqua santa,
(2) È il termine tecnico del dialetto bellunese per
indicare i mucchi di fieno ; perebà no» si potrebbe in-
trodurre nella lingua f Non e forse parola italiana t
st
Si
due versanti collo
matta risa di al-
d dall' aver messo
fieno disseccato, a
— Di dove siete'
— 81 —
presso di me e mi domandarono chi fossi, d'onde
venissi e che facessi da quelle parti. Avendo
soddisfatto alle loro domande con risposte ge-
nerali :
— E voi, dissi loro, per dove tornale ai vo-
stro villaggio?
— Per di là, rispose una, additandomi la via
dei prati.
— Bisogna andar presto, altrimenti si fa notle
osservò un'altra, e non vorremmo sentire la voce
del Cramaro {l).
— Cornei La voce del Cramaro'
— Si, la voce del Cramaro che fu precipitato
da! conte di Siajo ilei burrone, che è dietro
quel colle.
E mi additava il cocuzzolo del monte eh' era
a cento passi da noi. .
— Che, c'era un Conte, qui? domandai.
— Si, un Conte, e un famoso castello: di eui
se tirate bene gli occhi, vedrete tra .le frasche
ancora le rovine. Non la sapete ia storia di Paolo,
il Cramaro? . ,; ,.
— No, le risposi, ma vi prego di raccontarmela.
— Si, ripigliò la ragazza, ve la racconto, per-
chè è bella e pietosa.
Il moro cominciò a fregarsi le mani, contento
che la diversiona l' avesse sottratto ai motteggi
delle giovani. . . : -,
(1) ingollante girovago.
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- 82 —
E la giovane mi raccontò questa triste leg-
genda che io vi presento sotto spoglie un )>ò arti*
stielie, ma ben meno preziose dell'aurea e toccante
semplicità con cui fu raccontata.
Paolo il Cramaro s' era innamorato d' un*
genti! fanciulla, la più bella di tutta la valle, e
questa amava lui, più che la pupilla degli occhi
suoi. Egli era grazioso e bello e s'era dato agli
studi oltre la sua condizione, suonava il mandolino
con grande maestria, e sposava al suono di quel-
!' istromento la sua dolcissima voce. Esso slesso
era uo trovatore, e andando girovago pel mondo
veniva spesso chiamato nei castelli e perfino nelle
corti dei principi.
Ma la gioia dell' amore è breve. Pare che gli
Dei invidino ai mortali questa suprema felicità,
che innalzerebbe l' uomo ai loro supremi godi-
menti. ■. '.' , ■
Un dì Paolo fu chiamato da una lettera lungi
dal suo. paese. Recatosi dalla sna fidanzata le
disse addio; ed ella a piangere a sospirsre a di-
sperarsi;: che lo amava davvero. Ma non zoov(V),
direbbe la mia interlocutrice, gii fu giuocoferza
partire. Le promesse i giuramenti e le altre te-
nere dimostrazioni che si fecero i due amanti
avrebbero fatto piangere i sassi E mai più fini-
vano di staccarsi come se i loro cuori s'avessero
(t) Giova.
— 83 —
a spezzare in quella separazione. Gli è che pre-
sentivano ciò che doveva accadere.
Paolo aveva assicuralo alla giovane che sa-
rebbe tornato fra un mese. Ma ahimè 1 Passa un
mese, ne passano due, ne passano dieci, e non
si vede a tornare, e non se ne può avere no-
vella. Rita intanto, che cosi si chiamava, piangeva,
e si struggeva d' inconsolabile amore.
Un giorno il conte di Siajo passando dalla
casa della Fanciulla (a vide tutta mesta, ma più
bella clie mai. Informato della virtù di lei non
andò per tentarla, ma si fece a racconsolarla.
Non era cattivo e prepotonte e forse non aveva
fini perversi. La giovane vedendolo si rispettoso
e compassionevole, cominciò a smettere la diffi-
denza, e a mostrargtisi grata. Frattanto sia per arte
dei cortigiani, sia perchè se n' abbia avuta falsa
notizia, si sparse la voce della morte di Paolo,
e tutto cospirava ad accreditarla, pel che Rita
n'ebbe quasi a morire. Il Conte dopo qualche
di ripassò cacciando d'accanto alla di lei casa,
ed entratovi, con modi umani e pietosi si studiò
di confortarla condolendosi con essa defla toeeata
sventura. Alla meschina parve d' aver trovato un
consolatore veli' infortunio, e lo pregò di ve-
nire di tratto in tratto a confortarla. Fra sè
si stupiva che ai alto signore si piegasse fino
a lei, e avesse un cuore come la povera gente:
ma dava fede all' eloquenza del fatto, giacché il
— 84 -
Come non le aveva mai parlalo uè di sè nè del
suo amore. Le lagrime di Rita però si facevan
sempre piii rare, e coli' andar del lempo, se il
Conte mancava di venire se n' affliggeva.
— Gli è vero che i signori, quando vonno
esser gentili, osservò la mia narratrice, hanno
maniere che incantano.
11 fatto sta che la giovane si lasciò prendere
a questo ama ; giacché il signore di Siajo essen-
dosi accorto dell' affetto che Rita gli aveva, le
propose di farla sua sposa. Ella in sulle prime
gli rifiutò la sua mano, dicendogli che suo primo
ed unico amore era Paolo; ma poi batti e ri-
batti, la ripulsa andò sempre più indebolendo
. finché cessava del tutto. Cosi che dopo alquanto
lempo furor fatte le nozze, e tnlta ta valle dalla
Por.taiba, e il castello di cui mi stavano dinnanzi
le macerie, avevano risuonato di lieti evviva per
le feste che se ne fecero. Molti ospiti erano ve-
nuti dai vicini castelli, a molti pellegrini venne
offerta ospitalità in quella occasione. I,a giovane,
più stordita che contenta, lasciava fare, assórta
com' era in un pensiero malinconioso che non
poteva strapparsi dal cuore. Venuta la sera, e
vedendola il Conte pallida e sconsolata d' infra t
canti e le. danze, non «apea darsi pace, quando
ad un tratto ' 3' udi fuor del castello il dolce suono
d'un liuto al quale s'accompagnava una voce
tristamente soave.
Era !a voce d'un [foratore sotto l'abito di
pellegrino ; e nel)* udirla Rita avea Insalilo. Chi
è mai quel pellegrino? Quando entrò nella saia
tutti lo rimirarono, ma nessuno lo riconobbe.
D'onde era venuto? Che voleva?
Il conte di Siajo gli fé dare una tazza e lo
pregò di cantar le sue nozze. II pellegrino ripetè
un' preludio che scese al cuore di tutti e fece
venire i brividi alla novella sposa. Era il lamento
dell'amarne tradito, il desiderio e il presentimento
della morte vicina. A un certo punto gli occhi del
trovatore s' incontrarono con quelli della donna
che cadde tosto svenuta. Fu un lampo che rivelò
al signore del castello una storia d' amore e co-
minciò a fremerne. Ma il canto del poeta, die
vide la donna svenuta, toccò il sublime d' un li-
rismo disperato, imprecò all' infedeltà dell' amante
e chiamò i fulmini del cielo sulle nozze male-
dette del Conte, il quale non potendo più frenare
I" impeto della collera piombò sui finto pellegrino
e con voce cupa e tremante:
— Chi sei, gli tuonò, tu che vieni a funestare
i tripudi d'un banchetto nuziale? Chi sei?
— Sono Paolo, il Cramaro, riprese il giovane
gittando lungi la cappa, e quella donna è mia'
— Maledizione) gridò il conte, non lo ripe-
terai piò a persona vivente.
E chiamali i masnadieri fò aprire il verone della
sala, e lanciar giù nel profondo di un abisso il poeta.
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— 86 —
A Rita riscossa da lanto fracasso pam di
comprendere ciò eh' era accaduto, senza poler
darsene ragione.
lì Conte non gliene fece parola, prese colle
sue mani il liuto di Paolo, e lo getto dietro il
corpo dì lai. Pare però che l' istromento musi-
cale impigliato fra i cespugli che sporgevano
dalle fenditure del precipizio si fermasse a metà"
e che una mano misteriosa lo suonasse per latta
quanta la notte.
Da quel dì canti e suoni arcani s' udivano
da quella parte, e una notte mentre il vento
fischiava e il mandolino faceva udire i suoi ma-
linconici snoni più vibrati dell' ordinario, spari
dal castello la moglie del conte di Siajo, e nes-
suno n'ebbe più nuova. Solamente fu notato che
il . verone ond' era stato precipitato i! Cramaro
era aperto, e che due voci invece di una si fe-
cero dappoi sentire dal fondo del burrone. Anche
oggidì quando più cupa è la notte, quando più
forte l'uragano imperversa i pastori dei dintorni le
odono, fanno i! segno della croce e scappano via.
Giovani innamorati, dice la leggenda che chi
manca alla fede giurata sari per sempre infelice i
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li Re d) Plebea.
Tornalo al quartier generale di Paluzza e
divoratimi i giornali e ledue solite irole, mi posi
a letto, cui le fatiche di due giornate di cam-
mino mi fecero trovare assai morbido. Ho pro-
vato nella mia vita che l'insonnia amica delle
città, e più speciaiuiente deli' ozio, rare volte ac-
compapia il viaggiatore. ' «' ■
Avviso ai medici e agli ammalati di nervi n
di spirito.
Alio spuntar del giorno partii alla volta di
Monte Croce «Olì' intenzione di toccare i confini
della Carintia, e mossi verso settentrione lungo
la sponda sinistra del But.
Da quella parte, un chilometro fuori di Pa-
luzza, c* é un luogo che si chiama Infrmrri da
due rocche, erettevi un di, l' una di qua l' altra
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di là daìl' acqua. Quella di quà esiste tuttavia
quasi intera, in cima un' altura, sopra la strada,
a perpendicolo d" un dirupo. Questa si chiama
indifferentemente Torre Mostarda, da un rivo che
le scorre appiedi, o Torre Bertrando dal Patri-
arca che 1' ha fondata per guardar la valle di S.
Pietro dai carintiani.
Ho detto fin da principio che la memoria dei
Patriarchi s' intoppa dovunque in Carma ; ma al
nome di Bertrando va legata anche molta parte
di storia.
Ecco ciò che ne dicono gli Scrittori :
« A Pagano (della Torre) succede Bertrando
di S. Genesio, decano di Angoulème e uditore
di Boia (1334), buon politico, valente capitano,
pio (?) e zelante pastore.'
Le gesta militari di questo principe della chiesa,
e le opere e le istituzioni civili da lui condotte
.1 termine sono molte e varie. Sconfisse nizzardo
da Camino, ricuperò Yenzoue dai Goriziani, cinse
d' assedio Gorizia stessa, nella quale la notte di
Natale, armato di ferrea armatura celebrò ponti-
(lealmente la messa assistito dall' ahate di Moggio,
ugualmente armato, ricuperò coli' armi il Cadore,
prese i castelli di Villalta, Pinzano, e Bragolino.
A Udine eressse il presbiterio della chiesa
maggiore, e vi fondò monasteri, a Cividale istituì
uno studio, a Gemona ajulò la rifabbrica delle
mura.
— 89 -
Iq occasione d' una terribile peste manteneva
del suo duemila noveri , e quando cessò, fece
fare in Udine pubbliche feste, delle quali si con-
tinua ancora la tradizione nel ballo che si In
dai contadini al palazzo civico, la seconda tetti
di Pentecoste. È adorato dalle fanciulle friulano
per aver egli istituito dei baili pubblici.
Ed è forse colpa di questo santo Prelato, so
la gioventù udinese è follemente appassionata
per la danza.
Bertrando però favoreggiando il Connine di
Udine e i Savorgnani, s'attirò l'odio di dividale
o di una fazione polente, alla cui lesta era il
conte di Gorizia con alcuni dei Torriam, dei
Villalta, dei Varmo, dui Portis i quali nelle pianure
di Richenvelda l'assalirono, e scompigliata la sua
scorta di duecento elmi, l'uccisero. ;
Di Nicolò di Lussemburgo che gli successe, e
che vendicò la di lui morte, parlerò in altro luogo.
Due miglia più su di Roeca Bertranda giace
appiè della Creta il paesuccio di Timau pressoché
sepolto fra ie montagne. A mela della strada che
vi ci mena, ho passato le misteriose ghiaie della
Muse, ramo del rivo Moscardo, che scende. sot-
terraneamente dal Monte Pauìaro, Le dette ghiaie
con grossi massi, con cespugli di salici e arbusti,
in certe occasioni si movono e fanno viaggio seti?:'
scomporsi, come se fossero poste sulla tolda di
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— W -
no bastimento. Questo fenomeno avviene spesso
dupo molte, a improvvise pioggie, ma talvolta
anche in bellissime e calde giornate. La super-
stizione che non sa spiegare le cagioni nascoste
di tal fatto, s' impossessò di quel sito e lo fece
teatro di apparizioni, e di lavori sopranaturali,
come più tardi vedremo.
Tra il Moscardo e Timau è una specie di
stagno, che fu da tempo un laghetto della lun-
ghezza di sette ad ottocento metri, del quale gli
storici parlano come ti' un vivaio di eccellenti
pesci. Ora questa steppa in miniatura va natural-
mente prosciugandosi e diventa nn buon pascolo
pei cavalli, in capo ad essa dopo esser passalo per
mala via cominci a entrar nel villaggio. Questo è
un pugno di catapecchie la maggior parte coperte a
scandole. Difficilmente puoi trovare un paesello die
abbia l'aria meschina al pari di questo, e al quale
le angustie del luogo non lascino, come qui, il re-
spirare. La gente poi sembra creata apposta pel
sito. È in generale timida e selvaggia : e le donne
all' appressarsi del forestiero o fuggono, o si guar-
dano la punta delle galosce trattenendo il fiato,
come se avessero a correre, guardandolo, qualche
serio pericolo. Povere zoltiche! 11 linguaggio che
vi si parla è un tedesco corrotto ; e d' italiano
credo non ci sia altro che la croce di Savoia
appesa sulla porta della dogana. .
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Timau è nome corrotto di Tinnivo.
Il paesello lo deve alla sorgente d' un' acqua
che appena sboccata e precipitatasi dalla rupe é
simile a fiume. Il quale, "cosi com' è improvvisalo
dalla natura, poto sopra l' abitalo sulla via che
mette a Montecroce, entra nella valle, e va a in-
grossare il Bui. La visla del Timavo è siala per
me nna sorpresa, non tanto per la sua singolarità,
quanto per la somigliala che ha nel volume,
nella fona, e nel nome, col Timato di Monfatcotie,
descrittoci da Virgilio; e con nna grossa corrente
della stessa natura, la quale sbocca appiè di Ce-
lano nella MarSiCa, gira seghe e ruolini, e mette
dopo breve corso per la campagna, nel lago Fucino.
Il raffronto di tali masse a" acqua, che escono
con tanto impelo da (re roecle diverse, ha pur
qualche cosa di strano, e penso che gli studiosi
delle cose naturali saranno del mio parere, e
vorranno occuparsene.
Sulle sorgenti di queslo Timavo corrono (Ielle
tradizioni curiose, giacché perfino i santi sembrano
essersene immischiali. Nel leggendario di S. Afra
sia scritto che in ilio tempore nessuno poteva
bere dal fiume delle acque delle Alpi < non uomo,
non bestia, non alani fiore, ■ perché era custo-
dito da un drago il cui fiato toglieva la vita a
tutto ciò che s' accostava alla fonte. Il vescovo
S. Narciso si dava gran pensiero di questo fatto
e vedendo che gli uomini non potevano lottar
contro il drago, immaginò di cercare un alleato
nel diavolo. Fece dunque una convenzione con
esso e gli promise un' anima, se riusciva a libe-
rare la fonte. 11 diavolo si leccò i mustacchi per
ghiottornia al solo pensiero dì farsene un grosso
boccone, e fidando bonariamente nella parola de!
vescovo, andò all' impresa e spense il drago. Po-
vero diavolo, che giuocava di furberia con un
vescovo I S. Narciso che non gli aveva fatto ve-
runa scritla, gli negò la promessa, ed ci rimase
scornato.
Quando mai l'Italia manderà la sua luce a
dissipar le tenebre di Timau e dar migliore opi
nione di noi ai limitrofi carintìaniì
Quando mettendovi un maestro laico illumi-
nato e onesto esso vi spargerà idee di civiltà vera,
a i semi d'una buona educazione popolare. Ma
questi quando sono ancora due incognite.
Miiiileeroce.
Oltrepassato il villaggio m'avvidi che s'apre
a sinistra, a modo di zanca, un orizzonte meno
angusto di quello ove si trovano presentemente
le abitazioni. L' antico Timau doveva esser qui.
giacché presso il letto del fiume esiste ancora fa
vecchia chiesa, che, raso dalla piena delle acque
il paesello, continua a sussistere da più secoli.
È in essa che si adora un Crocefisso, oggetto di
frequenti pellegrinaggi e di divozione, al quale il
volgo ignorante attribuisce molli miracoli.
Salendo 1' erta di Montecroee per la via
Giulia pervenni a un luogo che si denomina
Mercato vecchio. Qui dev' essere un' iscrizione ro-
mana, pensavo; e ne chiesi ad alcuni boscaiuoli
clic tagliavano delle pianto.
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— 94 —
— L' iscrizione è iassù, dissemi uno di quelli,
additandomi una roccia che a un certo punto
sembrava scalpellala e segnala da grosse Iutiere.
— Non si può leggere, gli osservai.
— Le parole sono mangiate dal tempo, ri-
spose ; ma ci sono.
Mi sforzai indarno di leggere la famosa epi-
grafe dedicata a Cesare che aveva aperta in mezzo
le alpi una via carreggiabile. Gli storici che l'hanno
veduta assicurano esser questa :
Julius Cmsar hane viam invimi
Rotabile (Kit.
fi cielo che per tutta la mattina era stato co-
perto e nebbioso cominciava a lasciar cadere una
pioggia poro cristiana, massime per un viaggia-
tore senza ombrello. Ma che farci? Non bisogna
mai darla vinta agli ostacoli; ed io proseguii
tranquillamente il mio cammino. Poco dopo com-
presi di non esser solo nella molle impresa ;. poiché
presso ta sella del monte, e quando la pioggia
veniva giù più dirotta che mai, m' imbattei nei
signori Smitb, marito e moglie, figli della bionda
Albione. Pareva eh' essi pure andassero cercando
in mezzo a que' boschi la pietra filosofale.
La signora, in età ancor fresca, di fisionomia
distinta, un po' grassetta, e di lietissimo umore,
si pigliava l' acqua col sangue freddo d' un sol-
dato di re Guglielmo, con tutto che avesse dei
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piedini aristocratici da disgradarne le belle pa-
trìzie udinesi.
Scambiati i franchi saluti, eom' è costume tra
— Che cercate? dissi loro.
— Cerchiamo una lapida, rispose il signor
Smith, in francese. È indicata nella nostra Guida
e non possiamo trovarla.
E mi tradusse dall' inglese un brano di quella
guida che dava minuziosi dettagli e precise indi-
cazioni de' nostri monti bellunesi e friulani, con
cenni storici e topografici da far salire i! rossore
sulla fronte d' un italiano.
Povera Italia ! pensai. Dopo dieci anni di li-
bertà lu hai ancora bisogno di una guida inglese,
o d'uno storico tedesco che vengano a dirti:
cerca in questo punto, e troverai un dwtemento
della tua passata grandezza.
Quel di, io rappresentava, mio malgrado, e
assai male, l' Italia.
Scoperta la iscrizione, non ci riuscì di deci-
frarla, se non pel nome d'un Augusto che vi si
può leggere.
Intanto il cattivo tempo si faceva sempre più
minaccioso, e i nostri vestiti grondavano comi.'
panni bagnati. Fu però deciso di scendere agli
Staulis di Pleken, territorio della Carintia, sul
versante della Drava.
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Il Re di Pleken.
Eccoci in una vasta prateria sparsa qua e la
di cascine, animata nella state da pastori ed ar-
menti. Che lusso iJi vegetazione! che bellezza di
sito! La casa che sorge nel mazzo a uso di pa-
lazzina coi tetto acuto, col mastio sporgente è
ima specie di ospizio. Il proprietario fa l'alber-
gatore per diletto. Gli è un uomo à' una quaran-
tina d'anni, di statura erculea, di tipo tedesco,
(li modi un po' bruschi; ed è tanto ricco che
possiede prati, boschi, malghe (1), campi e case
in tutu la valle della Gaila. A Pleken egli è re,
che nessuno gli può comandare ed ei comanda a
tutti. La sua reggia è comodissima, mobiliata con
(1) Nomo tecnico onde s' appella sulle nostre mon-
t.igna unii cascina, intorno a cui si raccoglie al pascolo
in eslate un dato numero di mucche.
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eleganza, e. con lusso. Il servizio da tavola, di
porcellane posate e biancheria, è iì' ottimo gusto.
Tulio spira là dentro agiatezza e pretesa.
Quel!' alberga Uve ha nome Giuseppe, e noi lo
chiameremo Giuseppe I, avendogli conferito il ii-
lolu di Re. A prima vista dislingue il più delle
volte un inglese dal volgo degli altri uomini, e
rame Ule Io traila. Alto delia persona, un po'
duro ne' movimenti, colla barba di color fulvo,
colla fisionomia alquanto originale, era facile ch'io
pure venissi scambiato per inglese, ciò che av-
venne di fatto, come più tardi ebbi a provare.
Ma, pazienza! Sarebbe ingiustizia lagnarsene. Giu-
seppe [ sarà sempre una maestà carissima: non
perchè faccia pagare un caffè venti soldi, e gli
altri generi in proporzione; ma perchè, guai a
noi. se calando da Monlecroce in giorni piovosi,
e con una fame da lupi non avessimo I; sua
magnanima protezione!
La mia guida però vuol sapere che Giuseppe I
è un despota da farne impallidire lo Czar di tutte
le Russie. Figuratevi, che avendo egli contribuito
a fare una strada che deve attraversare il suo
regno, vi ha posto un pedaggio, sbarrandola con
una stanga, come lascia far tuttavia l'Imperata
d'Austria in alcuni Stati. Il Governo austriaco, forse
geloso della concorrenza, gli fece delle rimo-
stranze, ma Giuseppe I, duro; più duro ancora
del suo vicino. Fortuna pe' suoi sudditi che non
ci sirà un Giuseppe II, nel quale s'abbia a tra-
smettere il suo dispotismo ; giacché per ciò che ne
dice I' Almanacco della Galla, egli non ha succes-
sione maschile, e quanto alla figlia, è a sperare
che sia ancora in vigore la legge Salica.
Bisogna confessar tuttavia, che, malgrado le
gravose tasse, che forse (!' intelligenza con tutti
i governi à' Europa, egli fa pagar nel suo regno,
■rispetto al mangiare, al bere, al fumare, sopra
tutto al fumare, ci si vive benissimo.
To voglio che la fatica e 1' appetito ti facciano
trovar più gustosi che non sieno, i cibi e le
bevande di Pleken; ma ti assicuro, -lettore, che
son gustosi davvero.
La regina di Pleken, dama compita per istru-
zione e per educazione civde, tt fa colle sue
stesse mani dei pasticci che non invidiano un
cuoco francese.
Diqitizsd by LoO^ ]
I contrabbandi.
Finito il pranzo, si cominciò a fumare. Ah
Bugia t... È mollo virtuoso colui che trovandosi
a Pleken, dove si vendono dei buoni sigari a
buon mercato non se ne fa una grossa provvista . . .
pensando ai tuoi, che sono sì cari e sì attossicati.
Lascia almeno che involto in una nube di
fumo straniero intanto che la pioggia stroscia
di fuori, io ti scagli da queste alpi carintìane i
miei fulmini. É lo sfogo d' un giusto sdegno troppo
a lungo represso, giacché pagandoti io otto soldi
il giorno in tanti piccoli Cavour, tu non dovresti
mirare ad avvelenarmi co' tuoi narcotici.
Ma anche parlando sul serio, io dico, che
Giuseppe I e tolti i dispensieri di privative che
vivono di là dal confine italiano, faranno una dan-
nosa concorrenza alle finanze del nostro Stato,
— 100 — .
finché i sigari e il tabacco del Regno d' Italia
siano a prezzo si alto e cosi cattivi.
E il sale!
Se il signor Ministro Sella sapesse quanto sale
entra di contrabbando in Friuli e pel Veneto, con
(scapito dell' erario, malgrado gì' infiniti pericoli
di chi lo porta, penserebbe forse a ribassarlo di
preizo, aumentando invece altre lasse.
I confini dell' Italia verso gli Slati austriaci,
da Aia di Rovereto fino a Cervignano, riescono
si difficili a guardarsi che non basterebbe un
esercito dì doganieri, e I' utile non ne franche-
rebbe la spesa.
Ho visitato le stazioni doganali di Ala, di
Valdastico, di Primolano, delPontet. del Cadore,
di Sappada, di Timau, del Pùtfaro, di Cepletis' cis,
di Prepotto, di Manzano, di Strassoido, e altre, e
vi ho trovato guardie attive e perfino troppo ze-
lanti: ma che giova? Il contrabbando del sale si
esercita su vasta scala, notoriamente. Se le guar-
die fossero raddoppiate, si eserciterebbe lo stesso.
Se si uccidessero i contrabbandieri che lo im-
portano il sale, entrerebbe ugualmente ; giacché
quando i poveri ponno risparmiare un quattrino
sui generi di prima necessità, io fanno anche
a pericolo della vita. , ; ,
I confini polilici mal delimitati nel 1866 fa-
voriscono l'audacia dei frodatori. In certi punti i
confini o non sono stali segnati o non si distin-
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— iOt —
guuno. Fra Strassoldo e Caslion nel distretto di
Cervignano, il passeggere può esserti mezzo in
ano Stato e mezzo in un altro seguendo una
stessa strada. È tocento anche a me di camminar
per qualche tratto con un piede in Austria e
P altro in Italia.
Com'è possibili! di guardar siffatti confini?
Abbassate i prezzi, migliorate i generi, licen-
ziate la metà delle guardie, e troverete il vostro
conto.
A queste sole condizioni ia concorrenza di
Giuseppe I, e di tutti i suoi; alleati confinari non
sarà da temersi.
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XIX.
la Muse.
Eccomi di ritorno per Monteeroce verso Pa-
luzza alla tarba di measer Giove pluvio che non
s' era ancora stancato di risciacqua rei. Io era
fradicio da strizzare, ma siccome sono un po'
lettereccio e non mi lascio imporre dagli uomini,
cosi e tanto meno dal tempo.
Rifacevo dunque il cammino senza badare alla
pioggia, accompagnato da una Maria Deìlziotli
che mi faceva da guida. Sceso sulle ghiaie de!
But poco sotto a Timau, m' avvidi che la donna
era molto preoccupata, e il suo passo meno franco
di prima:
— Siete stanca ? le chiesi.
— Maria Deliziolti non é mai stanca, rispose,
domandatene a tutti i viaggiatori.
— Che avete dunque? insistei.
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- 103 —
— Ho paura che mastro Silverio stia picco-
narici», rispose.
— E cho fa a voi? Lasciatelo picconare.
— E se non ci lascia passare?
— Oh bella! Perchè non ha da lasciarci
passare?
— Eh, Io so ben io il perchè 1
E tirava innanzi come chi sospetta di un
qualche agguato.
Giunta in faccia a Cleulis, presso il Moscardo,
si alzò sulla punta dei piedi, si fé visiera della
mano, e fissando gli occhi in un punto deter-
minalo:
— Si muove! si muove 1 esclamò spaventata.
— Cos'è che si move? le chiesi.
— La Muse, continuò. Non vedete voi la terra
che cammina lentamente colle pietre, colle zolle,
coi cespugli, colla stessa strada sul dorso?
Per quanto fossi stalo prevenuto, d di prima,
dello strano fenomeno del Moscardo, non potei
tenermi dal credere che la donna avesse dato
volta al cervello, specialmente quando la vidi cor-
rere in giù verso il But. Onde temendo eh' ella
non andasse a precipitar vi si le tenni dietro, e:
— Fermatevi ! fermatevi ! le gridai.
— Correte, correte I mi rispose ella, saltando
di pietra in pietra, o non siete piìi a tempo.
Disperato di non poterla tosto raggiungere la
seguii i! più da vicino possibile e passai con essa
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— IOÌ —
il Ietto del torrente, nel finale non v' era che
pochissimi! acqua. Come appena sali sulla spon-
da che guarda Rocca Berlranda, si volse verso
di me, e:
— Siamo salvi I mi disse;
— Abbiamo forse corso pericolo? le domandai
sto p e fatto.
— Sì. replicò; osservale mó, come va.
E m' indicava la ghiaia che in effetti andava
in fiiù senza punlo scomporsi.
— È la Musei mi disse.
— Ma perchè si muove? le chiesi.
— Lo sò io il perché, rispose segnandosi ;
ma non è questo il luogo di parlarne. Venite,
venite.
La seguii.
Ecco ciò eh" ella m'ha raccontato a voce som-
messa, cammin facendo.
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lastre Silverio.
Visse qualche secolo fa a Paluzza un uomo,
di nome Silverlo, molto avido di denaro, e senza
nuore pei poveri. Costui avendo preso in affitto
ia montagna di Primosio, eh' è sopra il Moscardo,
pensava al modo di poter divenirne padrone con
un colpo di mano. Carte non ne aveva fatte al
proprietario, testimoni al contratto di finanza non
ve ne furono, e da lunga pezza la possedeva;
onde facilmente si persuadeva di poterla dir sua
senza timore del carcere. Ma gli dava pensiero il
giuramento, e vedeva a malincuore appressarsi il
giurilo, nel quale secondo i patti doveva restituire
la montagna. Il diavolo però andava tentandolo, e
stuzzicandone in tutti i modi l' avidità per mezzo
della sua donna. Infatti apertosi un di con essa
sul proposito del gmramento, questa molleggian-
dolo gli disse: ' "
1 Memoria della Ciraia
- 106 -
— Bighellone! e non puoi giurare la verità?
Metti ne' tuoi calzari della terra dei tuo orto, e
Sgambatili, va col giudice e i testimoni sul monte,
e giura che la terra sii cui cammini è tua, tutta
tua. Non è questa !a verità ì
Mastro Silverio ben lontano dal credere che
il diavolo parlasse per bocca della mogìiera, cadde
nella rete. Persuaso dalla speciosità del consiglio,
quando venne da TolniBZto la Cavalcata andò col
Giudice e col proprietario di monte PHmosio.
alla montagna io- questione. Là , alla presenzi) di
testimoni affermò con giuramento, dopo aver corso
in lungo e in largo i prati ed i pascoli, che quella
terra era sua. Ma iì Signore che bacia correre e
non trascorrere, colpì di morte, improvvisa mastro
Silverio, appena sceso a Pafuzza, e il diavolo che
gli era stato consigliera se ne portò l'anima al-
l' inferno . . . cioè ... nò all' inferno ... sul dorso
di monte Primosio.
— E chi Io sa? dissi alla Deliziotti.
— Noi lo sappiamo, rispose. E continuò: sul
far della sera di quello stesso giorno due ragazze
scendevano dal monte Paularo, e incontravano
presso il Moscardo mastro Silverio. Egli era vestito
a nero, pallido, e in aria assai malinconica. An-
dava in su adagino adagino col piccone sulla spalla
e cogli occhi bassi.
I.e giovani en' erano un po' burlone:
— Addio, mastro Silverio, gli dissero.
P i & i i i ze d- by-G eegk
E una gli gridò: che pensate? ■: . J —
E l'altra: andate pensando ai vostri zecchini"
Ila egli nè rispose, né si volse verso di
loro, della qual cosa molto si maravigliarono e
chiacchierarono. Senonché giunte infra Torri- sen-
tirono suonare a morto la campana di S. Daniele,
e incontrate delle compagne chiesero per chi
suonassero la campana.
— Per mastro Silverìo, rliposero, il quale è
morto mezz' ora fa, :,-
— Che dite mai! se T aHiiamo incontrato ap.
punto mezzora fa sul Moscardo!, osservarono le
montanine. ■'. "
— Vi sarete sbagliate ; sarà stato un altro,
disse an popolano.
— Eli no I replicò una di quelle, ché t abbiam
veduto dappresso, ed io l'ho salutato per nome.
— Ed io gli ho detto che penserà a' suoi
zecchini.
— Infatti è morto, aggiunse un terzo, e gli
sta bene, perché ha giuralo il falso.
Le due ragazze si sentivano rizsare sul capo
le chiome a tali parole e cominciavano a battere
i denti per la paura. ....
— E che vi disse? domandò, loro un- bel
giovanotto. -\ ■:- <
— Niente affatto, rispose la piò coraggiosa ;
teneva la testa bassa e pareva assai addolorato.
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— 108 —
— Lo credo io, replicò il giovane: è andato
all' inferno.
lo chiesi a questo punto a Maria, come c'en-
trasse mastro Silverio colla Muse da noi passata.
— C entra, c' eDtra, mi disse, attendete e
vedrete.
Qualche tempo dopo la morte dello spergiuro,
uno della famiglia di mio marito, un Deliziotti,
calava dal monte Primosio con un tempo indiavo-
lato come quello d' oggi. A meta dell' erta s' in-
contrò in mastro Sflverio che co! piccone stava
franando il terreno, conio se volesse levare si
monte la cuticagna. V antenato di mio marito
era un uomo coraggioso, e In scongiurò:
— Che fate voi qui, dalla parte dì Dio ? gli disse.
— Lavoro a disfaro ciò che ho male acqui-
stato, rispose il dannato che non poteva resistere
allo scongiuro. Dio m'ha condannato a picconar
la montagna e con me i miei discendenti Ano alla
settima generazione, continuò ; guai agli spergiuri I
E si dileguò.
Da quei momento la terra di sotto principiò
a muoversi come un isolotto nuotante e la Muse
divenne oggetto di meravìglia e di arcane paure
in tutti i dintorni da secoli e secoli fino a' giorni
nostri. Ognun sa che i Sii ve rio, pei peccati di
messer Agostino, questo loro antenato, furono pre-
destinali fino dal nascere ali" infernale lavoro, e
si cercò dì evitavi! come gente appestata.
Digitlz ed by Cook ie "
— 109 —
Ciò rhp deceva la Defizkttti è tenuto per vero
anche olirli.
È tanto viva questa credenia a Paluzza che
l' ultimo dei Sifreri. morto qualche anno fa, nnn
volle mai assasgiare dei trulli della montagna
maledetta, non latte, non cacio, nnn altro.
Due sole donne sopravivono ancora nel vil-
laggio, di quella famiglia, morie le quali, son fl-
uita le sette ette (etìì.
Povere infelici ! Esse virono separate ila
tutti, sotto l'mrofci di una paura fatala, vittime
d' una cieca superstiztone'l ' '
Siamo umana nel secolo dell' ignoranza.
■
■ ,1 ,.■ ,; >\\ .n -h .....
.X3U.
Le r«dc.
Hiduitumi al snliio mio quartier generale, e
riunitali i restiti, <ìfi|io le solile ciarle coli' eccel-
lente padrona dell' albergo, coli" speziale, e le
sue signore, ini posi a tavola colla solita cena
davanti . una trota lessa e nna in guazzetto
Tulli i gusti son gusti u quello era il mio. Non
avevo ancora Unno di mangiare die sentii fer-
marsi un carro (lavanti I" albergo, e quasi subito
dopo salir te sedie e aprir l' uscio della sala i
nuovi arrivali. Erano i signori Smith orrìbilmente
fradici p inzaccherati.
— Come! dissi loro, questa sera anche voi"
— Vedendo che il tempo è ostinato, rispose
il signor Srmih. abbiamo deciso di calare al piano
anche noi.
— Come siete venuto? Mi domandò la signora.
— Ili —
— A piodi, madama. E voi, di graziai
— Sii d'un carro; ma vado a farli un po' di
toaletla; perdonate, in dieci mintili saremo qui.
Infatti scorsi appena L dieci minuti, la signora
rientrava, eambiata d' abito, netta, asciutta, e ac-
commiata i capelli. . ! ' ; =
. Non ve ne maravigliate, lettrici mie, perchè
quella dama era inglese, e viaggiatrice. Un'ita-
liana non sarebbe stata sì lesta,, n' è vero?...
Intanto olle questa signora traeva da un piccolo
baule la macchina e V apparecchio pel tè, iì di
lei marito mandava alcuni uomini sui Moscardo
alla pesca d' una valigia, della Guida, e di Alcune
carte, perdute nel passaggio della Muso. Il carret-
tiere che avevano trovato sotto Ttrna» adendosi
dell'apparente tranquillità del perfido torrentello,
entrò coi ■ camalli sofia ghiaia nuotante, 0 poco
mance ebe il carro e i viaggiatori non andassero
a tuffarsi nel Bui. Per buona sorte il pericolo
più grosso era cessato, e dopo moltissimi sforzi
fu trascinato il carro alla rimi. 1
Non s' accorsero ime all' albergo d' aver per-
duto in quei trambusto il forzierino e gli altri
oggetti, pe» oui stavano in pensiero.
— Sono i lotti dei viaggiatori, diceva poi
scherzando la dama. Mi dispiacerebbe di perdere
la mia roba, specialmente le earte, ma ci tengo
d'aver provato te insidie del Moscardo. Peccalo
che- non fosse di gìorno-tj ■ :;iv;
- 112 -
Indi fece bollir l'acqua, trasse le tazze, ac-
costò il fior di latte ed il rhum, e si venne a se-
dere presso di me. Intanto dal rubinetto aperto
della macchina spicciava l' acqua bollente sui
bottoncini disseccati del tè d' Olanda , deposti
prima e umettati nel fondo d' un ampio bricco.
Il pane fresco di Paluzza eri stato tagliato a lar-
ghe fette e accatastato sù d' un capace vassoio,
presso il quale si trovava un pane di burro ma-
nipolato quel giorno stesso.
— Ecco la nostra cena, disse mi graziosamente
la signora Smith, volete approfittarne ?
— Grazie, madama, risposi. Ho già mangiato
cibi più sodi.
— Una tazza di tè non guasta la cena, so-
giuose versandomene dal bricco una gran chic-
chera. Lo piglierete con zucchero e rhum. Quanto
a noi non ci contentiamo d' una sola tazza. Cre-
dete pure che dopo il viaggio fa bene.
— Ne sono persuaso, risposi, ringraziandola;
10 sono amante del tè.
Il signor Smith cominciò a darci l'esempio
pigliando una grossa fetta di pane, distendendovi
sopra dell'eccellente burro di Gamia e immer-
gendola sempre più rimpicciolita nella sua tazza ;
e noi l' imitammo. i .»■■■
Quel tè era squisito.
Durante ita cena il signor Smith mi disse che
11 dimani sarebbe partito per Udine, e poco dopo
— 118 —
fece chiamare il padrone di casa eh' era anche il
maestro di Posta.
— Avete dei cavalli ? gli chiese.
— Quelli della posta, signore. Se parte do-
mani mattina può servirsi dì quelli.
— Non ne avete altri? ■ ji ■ ■■ ■
— No, signore.
— Ebbene, partiremo con quelli. A che ora
si giunge a Tolmezzo r
— Verso le otto.
— E la corriera di Udine a che ora parte di là ?
— Prima delle sette.
— Come?! Avanti che ci arrivino i passeg-
geri e le lettere di Paluzza ?
— Si, signore.
— Non comprendo... Vi sarà almeno un'al-
tra corriera che partirà un poco più tardi ?
— Nò, signore, nessuna, in via ordinaria.
— Ma dunque le lettere che mandate domani
mattina a Tolmezzo...
—•Partono per Udine vmtidae ore dopo, cioè
posdomani. ■ ir, ■ .: m ■ ! - ■■!
— E i passeggieri . . .
— Se non trovano qualche mezzo straordina-
rio, devono fare altrettanto. . '■
GÌ' inglesi, che tengono il tempo: per moneta,
non sapevano darsi pace, e rimasero per un i-
stante come due smemorali; poscia riprendendo
il sangue freddo usuale il signor Smith replicò :
— ni: —
— Voi potrete perà anticipare l' andata, se vi
conviene ?
— Nò, signore, rispose il maestro di Posta.
Noi abbinino l' obbligo dì partire sempre alla stessa
ora, la quale ci viene ufficialmente prescritta.
— Ito capito, mormorò fra i denti l'inglese,
i carnielli sono un secolo indietro: ci vuol pa-
zienza t Domattina andrò coita vostra posta tino
a Tuiinezzo, e la cercherò io d' accomodarmi alla
meglio.
E licenziò M signor Craigrtero.
Io riteneva che siffatto 'man veniente nascesse
solo per la .posta del Canal di S. Pietro ; ma
dopo aver corsa lulta la Oarbia , mi convinsi
che la stessa cosa succedeva negli altri due Canali,
di Gorto, e Soucbieve, i cui dispacci giungono
quotidianamente * Totmeaze- una o dee ore dopo
la partenza della posta pel capoluogo della Pro-
vincia. Forse fra qualche tempo: bì stenterà a cre-
derlo, ma per ora è cosi(l).
É da Stupirsi però che fò autorità locali, e
quelle della provincia, non si sieno ancora avve-
dute di siffatti disordini, o nou vi abbiano ri-
mediate. ■ . ,■ ■ —
Ma la storia dei paradossi postati non. finisce
qui, per la Gamia. Im port» dì Udine ehe va a
Tolmezzo parte dir quà un'ora cirta prima co»
ti) if i&tìavmv>. i; v v- ..;'•.
— II". —
giunga il convoglio delle ferrovie italiane per ar-
mare a Tulmezzo a un' ora pomeridiana. Ora
domando io , quale inaio veri ieri le ne nascerebbe
pel pubblico, se la diligenza invece di partire da
Orline alle selle, partisse alle min 4 K se invece
■li giungere a Tolmezzn a un' ora culle notizie ilei
giorno prima, vi giungesse alle due con quelle
della sera e della notte precederne ì
Non so per verità te «i aleno ragiooi se-
grete. 0 superiori alla mia povera intelligenza,
perchè delibasi lasciar correre siffatto sconcio,
ma sembrami eli' e' baiai agli occludi chi che sia.
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Pre lartino.
La mattina del di successivo levai le lenite da
Paluzza per movere verso d Canale di Gorlo.
Della croce rappresentata dalla valle del Bui
avevo già percorsi Ire rami, resistami ora il
quarta formatn dalla Valcalda. Per guadagnar que-
sta valle rinveniva ritrarsi raeaso chdomelro in
giù e passar sulla destra del fiume. Stretta
la mano ai nuovi amici di Paluzza, e dato i
buon viaggili ai signori Smith, mi posi in caffi*
minu. La Delizkilti mi precedeva cui gerlo por-
tando i bagagli.
TI primo villaggio cbe incontrammo di là dal
Bui, è Cercivenio (1) che sia di riscontro a Pai-
luna ed aSutlrio, quasi vertice d' un angolo retto.
(1) Comunello di due frazioni dello stesso nome con
930 abitanti, 98 scolari, 141 emigranti.
- H7 -
— Che e' è di bello a Suttrio? (1) chiesi alla
donna.
— Due o tre case, mi rispose.
— ■ C è qualche persona di proposilo ?
— Ve n' ha qua [eh ed un a, signore, ma io non
conosco che il medico Moro che è veramente una
persona di «psfo.
— È medico del comune ?
— É medico di quattro comuni, e lo chia-
mano eziandio medico distrettuale. É distinto nella
sua professione.
Sopra il primo Cercivento ve n' ha un altro clic
si chiama Cercivento di sopra. I due paeselli sono
distesi ai piedi di amenissimi poggi, in faccia al
sole di mezzogiorno, difesi alfe spalle dalle mon-
tagne contro i venti nocivi. Tutta l'apertura della
valle sembra fatta a loro vantaggio ; sicché alli-
gnano in quella plaga alberi fruttiferi in grande
abbondanza che ho veduto piegarsi sotto il peso
di bellissime frutta. Vi si veggono sopra tutto
noci mele e pere, in copia straordinaria. Questo
per postura e fertilità è il miglior silo della vaile
di S. Pietro. È probabilmente fino a Cercivento
di sopra che si sarebbe estesa la città concepita
da Raimondo della Torre.
Quel patriarca aveva buon naso.
(1) Comune di tra frazioni (Suttrio. Priola, Nnjfiriif)
eoa 1T)9!> anime, eon tre simula, con 17,1 acciari', e 124
.eniiemitt. '.. . . ...
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m -
Dopo due ore di salita si giunse a Ha va sei elio
capoluogo del comune che volgarmente si chiama
di Munàio (I).
Chi ha dato il nome di Val Calda a questo
passaggio eminente che dai canale del Bui mette
in quello del Degano, deve essere slato un uomo
faceto, e che non pensava punto al pentametro
di Ovidio :
t Conoeniuni rebus nomina mpé Strisi";
giacché difficilmente si può trovare una plaga
verde e fresca come questa.
Appena' arrivato nel villaggio, domandai d'un
prete, del quale avevo sentito dire mirabilia. Era
un maestro notissimo a tolti, Pré Martino de
Crignis. Mi fu detto, che, essendo festa, era oc-
cupato nel dar lezione a' suoi discepoli. Mi recai
tosto alla scuola col desiderio di conoscerlo, e
pregai una donna che sembrava fa padrona dì
casa a volermigli annunziare. Dopo alquanti mi-
nuti Prè Martino Scese la scala e venne sulla
porta di strada, dove m' avevano fatto fermare.
I pochi istanti ch'ei s'intrattenne con me pareva
inquieto e desideroso di tornarsene a' suoi sco-
lari. Io non sapeva comprendere la cagione di
quell'imbarazzo che somigliava a timore, quando
udii nella stanca di sopra una specie di mormo-
ni Comune di quattro frazioni (Ravascletlo, Campi-
volo. Manilio, Zovelloj con 1125 abitanti. 13fi scolari
in due scuole, e 180 emigranti.
— m —
rio prolungato che aveva l' aria d' una energica
disapprovazione. . Per la qua! cosa volevo salutarlo
e partire. Egli però, sebbene continuasse a mo-
strarsi inquieto:
— Vada, mi disse,- nella vicina osteria: la
raggiungerò fra un quarto d' ora.
Aveva appena finito di parlare die un giovane sa-
cerdote venne abbasso, e con piglio di malcontento:
— Non s' ha da laseior piantati Unii per un
furesl'tero, gli feoc, squadrandomi.
Prè Martino non fiatò, e io segui, ' .
V aspettai qualche poco all' osteria, ed ebbi
occasione di godermi qualche scenetta. La mia
guida scandotezaata di ciò che m'era accaduto
borbottava contro l'orsaggine degli scolari di Prè
Martino, pretendendo che una persona del ma mp-
ritn avrebbe dovuto essere accolla da loro con de-
ferenza e rispetto. ; ■
— Se lo conoscessero ! diceva con mille smor-
fie a un Vicibo.
— Sia chi si vuole, osservava un vecchio, la
scuola non dev' essere tiè interrotta né disturbata,
ne anche se venisse l' Imperatore. (Era per modo
di direi.
La Delizìotti che s' era già bevuta una mezzina
di vino stava quasi per provargli «ti' io era più
che l'Imperatore, ma Prè Martino chf enlrava
e mi veniva a stringer la mano, la interruppe
sul più bello.
— 110 —
Prè Martino è un uomo alla buona, semplice,
disinteressalo, e senza prclese. Mi disse che
la fondazione delia sua scuola, che È libera e
gratuita , data da molti anni. Egli insegna, più
praticamente che le ori carneo te, la lingua italiana,
l' aritmetica, il disegno, l'igiene, e la morale, a
lutti quelli che vogliono frequentare la sua scuola;
e mira più che altro a fare de' suoi discepoli
tanti capomastri muratori, imprenditori di favori
pubblici, direttori di officine meccaniche, o di
negozi. È già riuscito da solo, senza compensi,
senza incoraggiamenti, senza che il comune gli
passi pur I' olio per illimitmre la scuola, a farne
qualche centinaio di tali maestri. E in certe sta-
gioni dell'anno, quando ritornano dai lavori a ri-
posarsi per qualche settimana nella patria valle,
egii la soddisfazione dì vederseli attorno come
tanti figli, e di sentirsi dare mille benedizioni.
Per unirli poi in vincolo fra tei lev ole, e per offrir
loro l' idea dell'associazione, ha istituito in paese
una Società, per cosi dire, accademica, alla quale
non possono appartenere se non quelli che si
diportano in tutto da galantuomini. Le diverse
arti si distìnguono nei di solenni dalla diversità
del nastro che gtì affigliati portano al braccio.
Non appartenere alla società sarebbe segno di mala
coniloita. Cosi Prò Martino non perde mai d' oc-
chio gli scolari, che va: educando, e anche lontani
trova il modo di conservarli onesti. 1 ' ■
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- 121 -
Per circondare poi questa Società di un qual-
che prestigio, (chè un pò di polvere negli occhi
è pur Sempre necessaria in ((iiiwlo povero mondo),
Prè Martino pensò di ascrivervi, a titolo di onore,
qualche persona che pel suo nome o per le sue
benemerenze verso la Patria, in qualche modo
la onori. E per ciò sotto il Governo Austriaco la
scuola di questo educatore alpigiano era guardata
con occhio assai sospettoso. Ora la politica n' è
affatto sbandita, e nei soci onorari non si bada
punto al coluro; cosi che accanto al nome di
Garibaldi c' incontriamo quelli di Sella, di Giaco-
melli, e di altri, d' opinioni diverse.
In occasione del mio passaggio per Ravasclettu
corsi io stesso il risico d' essere affigliato alla So-
cietà di Monaio.
Ed ecco come, Prè Martino che non sapeva
ancora il mio nome, venne a parlare con so-
verehia lode di qualche mio scritto pubblicali
nelle appendici del Giornale di Udine, come, ad
esempio , della 'Repubblica di S. Marino , della
Colonia di S. Lentìa, della Grotta di Adehbero
ecc. onde io per troncare un discorso che offen-
deva giustamente la mia coscienza:
— L' autore di quegli scritti sono io, signor
Pievano, gli dissi, e la prego a non voler dar-
mene lode, chè davvero Don ne merito. Sono leg-
gerissimi schizzi buttati giù senz'.acte, e come
viene, viene.
a atonie dtiu Canna
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Ella é dunque il signor A . . f
— In persona, signor Pievano.
— E non vuole che io lodi i suoi scritti che
sono tutli naturalezza e semplicità ?
— Naturali o semplici sono: ecco tutto, risposi.
Io mi studio a tutl' uomo di copiar la natura e
la società quali mi si presentano , e senza arti-
fici. Il più delle volte per dar la vera immagine
d' un paese, ne tolgo il ritratto alla bocca d' un
popolano, a rischio di dirne spropositi, perché
ritengo che la voce della gente grossa sia per
10 più un esatto barometro dell'aria che vi si
spira, massime quanto alla civiltà e alla morale.
— Ben pensato 1 disse Prè Martino.
— Nelle coso serie però non limito le mie
osservazioni a questo barometro che potrebbe
essere mal sicuro, ma cerco di penetrare più
addentro e investigar sino al fondo. Sono poi im-
parziale e inesorabile nel pubblicare il bene ed
11 male che trovo nei luoghi da me visitati, colla
speranza che la verità sia feconda di buoni frutti.
Prè Martino a questa mia chiacchierata avrà
pensato nella sua ingenuità d'aver dinnanzi un
boccone grosso, e mi propose l'arruolamento ono-
rario alla sua Società. La di lui modestia gì' im-
pediva dì pensare che P azione è da più che la
parola, e che un' ora di scuola pratica, come la
fa lui, vale assai più di tutte le nostre letterarie
lucubrazioni.
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Camegliìns.
A Bawcletto s' era già oltrepassalo lo sparti-
acqua della Valcalda. Ora si trattava di scendere
per una china tutta erbosa e circondata in parte
da boschi, nel canale di Gorto. Era il cammino
di due ore. Mi accommiatai da Pré [Martino che
non potendomi accompagoare m' aveva dato una
guida, e mi feci a correre giù pei prati. Quant' è
delizioso il camminare sull' erba I Uomini adulti
e fanciulli vi trovano lo stesso piacere.
Correva appresso di me a gran salti un mo-
nellino dai dieci ai dodici anni trascinandosi dietro
un bel cane da ferma legato per la catena, ed
era in quella di passarmi via.
— Dove corri? gli dissi.
— A Comeglians, mi rispose.
— E perchè così lesto 1 gii replicai.
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— 124 —
— Perchè ho promettuto al Francese di giun-
gere prima di notte.
— Che, c'è un francese laggiù?
— Lo chiamano il Francese di sopranome, ina
è un mio zìo, italiano di Comeglians. Egli ha messo
vendita di vino, e di birra, e va pazzo per !a caccia.
Questi erano affari che non mi riguardavano.
— E alberghi ce ne sono a Comeglians? gli
domandai.
— Ve ne sono due, tre, rispose.
— Ma il migliore qual è?
— ■ Quello della Caterina, soggiunse, poi tiene
lineilo di Ferrigo.
— Dove hai imparato a parlare italiano?
— Alla scuola di Povdlaro.
— Perchè non vai alla scuola di Comeglians?
— A Comeglians non ci sono scuole maschili.
— Perchè mò non ce ne sono?
— Perchè il prete che fa la scuola ai fan-
ciulli abita' a Po voi aro, essendo là cappellano.
— Mancano forse locali a Comeglians?
— Nò, signore; ve ne sarebbero anche in
casa de' miei parenti.
— Ho capito. È dunque per comodila del
maestro che Si fa la scudla a Povolaro?
— Si, signore; ma è un bravo maestro.
— E la maestra dove abita?
— La maestra abita a Comeglians. Anche la
scuola dello frutte (fanciulle) è a Comeglians.
>y Coogll
— 125 —
— É naturale. Ce ne sono molte?
— Ce ne sono pochissime; anzi forse noi;
Ir» ! asci. ino più scolare (fare la scuola) la maestra.
— Perchè mai?
— Perchè « n'è un anno che s' è maritata.
— E chi ha preso per marito''
— Ha toletta mio zio.
— I! Francete?
— No, un altro.
— E per questo non vorrebbero che conti-
nuas3e a fare la scuola?
— Sì, signore, per questo (1).
— Poveri maestri I pensai.
E mi duole di non poter fare qualche cosa per
migliorarne la condiziona.
La valle di Gorlo che eorre quasi paralleli a quel-
la di S. Pietro, è in alcuni punti molto più ampia,
Cimeglians(2) che è la sede di Mandamento,
(1) Tutto il dialogo, e il fatto cui si allude, « sto-
rico. Piiì tardi la maestra domami» un aumento di sti-
pendio, che non arrivava a 300 lire. Le si promisn
t' aumento, purché facesse gli esami e riportasse il di-
ploma di approvazione. La maestra face con buon esito
' Ì e presentò l'attestati), perchè le venisse
a la promessa; ina le fu risposto che se non
sparii incarnente all' aumento promessole, 1' a-
vrebbero mandata via !
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— 136 —
come lo era un giorno di Commissariato, giace a
mela della valle presso la riva sinistra de! Degano,
ed occupa a un di presso ia stessa posizione di
Paluzza, colla differenza però che a Comeglians
il canale è strettissimo. Questo capoluogo dèlia
valle del Degano è un piccolo borghettino di
quindici o venti case di aspetto civile, e molto
polite. Una di queste é vasta simmetrica e fatta
a palazzo.
La Caterina non aveva stanze libere, sicché
ho dotato andar da Ferrigo. Gii alberghi, rispetto
alla cucina, lasciano molto a desiderare; ma ci
vuole paciencia, corno direbbero i comeglianesi,
che con dolcezza inaudita par che mutino nel
molle ci lutti !e z del mondo.
Girando il paese ho scoperto, che, come cen-
tro naturale dell' antico Distretto si trova in una
condizione assai curiosa. Vi basti sapere ch'esso
giace nel fondo di un piccolo catino, appoggiato
a settentrione ad un enorme scoglio, senza un
ponte stabile sul vicino fiume, senza una buona
strada a mattina, a sera, a tramontana, separato
per l'acqua dalla sua stessi chiesa parroi'ctniile
che è di là dal Degano in cima a un altissima
rupe.
Mi recai alla posta per vedere se gli amici si
erano ricordati di me, e mi fu detto che alcuna
lettere a me dirette, erano state spedile a I
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— 127 -
lato, in casa del sindaco, dose da qualche giorno
mi si aspettava. Questa notizia mi rallegrò, perchè
sentivo un gran bisogno di trovarmi la per tu
con degli amici dopo aver errato per tanti giorni
per monti e per valli.
Presso P ufficio postale trovai i pedoni di cin-
que o sei comuni che avevano mandalo a pigliare
le loro corrispondenze, il che si fa ordinariamente
due volte per settimana ; e mi consolai quando
uno di essi che faceva il letterato, spiegò un
giornale e si poso a leggerlo. Vedendo eh' egli
era un pò imbrogliato , gli domandai se .voleva
che lo leggessi io, per lui.
— Mi fa piacere, rispose ; e me lo consegnò.
Lessi allora le notizie di nuove battaglie vinte
dai Prussiani, e che volete? n' ebbi piacere, perchè
le vane insolenze, e le millanterie dei Francesi
lo non credeva, come una parte da' miei com-
patrioti, chela divina Provvidenza si facesse com-
plice di delitti politici associandosi con re Gu-
glielmo, mentre la storia m'insegnava che i fran-
cesi, anche repubblicani, si sono sempre ingeriti e
minacciano stoltamente d' ingerirsi ancora nelle
cose nostre... tutti... da Thicrs a de Chareltte.
Ma già uni caduta sii C<!n teglia ai la nolto cin-
qui è più tetra che altrove, ed lo mi ritirai solo
solo all'albergo, dove mi attendeva una cena molto
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frugale. C erano tuttavia per frutta delle grosse
ciliegie allora allora spiccate dall' albero, polpose
fresche nere e d' un sapore squisito ; fruito che
certo non sì trota in quella stagione per le città
della penisola italica. E credevo d' aver finito,
quando una bella biondina entrò nella stanza e
mi domandò se volessi i! caffè :
— Dammelo pure, le dissi; e mi posi a .
versarlo.
— E che? mi chiese maravigliala ; lo prende
lei cencia bucchero?
— SI, le risposi, contento d'essermi confermato
nella certezza che a Comeglians hanno definiti-
vamente esiliato la z .
XXIV.
L'Asia».
Il dì seguente mi alzai mattiniero e passai il
Degano su due travi mal congiunte per salire alla
Parrocchia, n sentiero che vi conduce è tanto
erto da stancar la divozione d'una beghina, ma
non la mia, giacché mi recavo lassù come artista.
Postomi sui sagrato della chiesa , colla (accia ri-
volta a mezzogiorno, la parte più pittoresca iti
tutta la valle mi stava dinnanzi. Il mio sguardo
si portava giù giù , in linea retta, fin sopra In-
villino. Quanti paesetti seminati qua è là per la
costa delle verdi montagne, infra i prati e gli
abeti !
Il più lontano che si disegnasse nel cielo,
sul dorso del monte, a destra del fiume, era Mione.
un pò più basso verso di noi, Luint. nn pò più
presso ancora e quasi sulla pianura Luineìs. Ovaro
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— 130 —
è rimpelto a questi due sulla sinistra del Degano.
Alquanto più sopra, un chilometro da Comeglians,
e precisamente subito di qua da Luincis, alla
nostra destra, si vedeva il fiume Pesarina sboccar
dalla valle di Pesàriis ed entrar fra bianchissime
ghiaie nel Degano. Quel contrasto di colori, quelle
tante varietà di vorde, miste all' azzurro del cielo
con cui si confondono, quei cretti, quelle chiese,
quei campanili, e le seghe e le calaste di tavole
che si veggono lungo il fiume, danno un' idea di
vita che ti consola.. Dalla parte di settentrione
invece la valle che si restringe offre un aspetto
assai diverso.
I boschi, le montagne, gradatamente più alte,
e le vette, brulle, o nevose, che ai scorgono dietro
a quelle, fanno il sito malinconioso e silvestre.
Se poi cerchi l'orrido in tutta la sua artistica
bellezza non t' è duopo di fantasia. Accostati al
muriCciuolo dei sagralo, getta uno sguardo sui
burroni sottoposti e fra le roccie sfracellate dal
tempo, contro le quali s'infrange romorosamente
spumeggiando il Degano, e se non ti senti per
un istante poeta o pittore, conchiudi pure che la
natura è muta per le: vàtti a fare trappista.
Scesi della rupe colla mente piena di fantasie
che andavano mano mano lumeggiandosi ai raggi
del divino sole, apparso in tutta la sua bellezza
a illuminare quella splendida scena. Ripassai il
ponticello e montai per V unica via del villaggio
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- 131 -
fino alla posta, senza quasi avvedercene; e avrei
seguilo il corso di quei dorati pensieri, se il raglio
sonoro d' un asino non fosse venuto improvviso
a [armi cadere dalle nuvole. L' asino che si ficca
tra il poeta ed il sole I La commedia accanto alla
lirica, il ridicolo presso il sublime; ecco la vita I
— E perdonami la sfuriata, lettrice mia, poiché
spesso in me lo spirito si 'ribella alla materia, e
non so contenerlo. Ti basti sapere che poi a
mente fredda confesso il mio torto e piglio il
mondo come viene.
Questa volta richiamato alla realtà delle cose
* Di me meciesmo meco mi vergogno »
d'avermela presa contro quella povera bestia,
della quale nei di passati avevo Unto desiderato
la presenza. Era il primo asino che incontravo
nella Carnia ed è stato anche l'ultimo in tutto
il mio viaggio, malgrado la statistica del signor
Antonio Dall' Oglio, che ne nota sessantun/) ; e
avrei dovuto abbracciarlo per tenerezza. Cosi avrei
riparato in parte al torto che hanno i carnielli di
tenere in pochissimo conto animali di si grande
utilità.
C'è un paesello di duemila abitanti che si
chiama Atsiè neh' ultimo lembo meridionale della
provincia di Belluno, e' in quel paesello vivono
unissi e tondi, secameli come il cavallo del-
l' arabo, da circa duecento somarei|i.
Digitized by GoOgI
— Quello c un paese di ciuchi I esclamerà
qualche bello spirilo.
— Quello è un paese di persone civili, ri-
spondo io.
Infatti dirò cosa che parrà strana, ma vera.
Se la civiltà si misura dal rispetto che s' ha
per la donna, io credo di poter affermare elio in
molli luoghi la si può misurare dal numero dei
somari, e precisamente nella diretta, come direb-
bero i matematici. In Arsiè non e' è donna che
rechi pesi pei campi, o sulle montagne; in Carnia
non e' è soma, che non venga portata dalla donna 1
Perchè sì enorme differenza ?
Perche laggiù il sobrio animale coli' austera
compitezza di ono spagnuolo viene in aiuto del
sesso debole e gli fa usar dei riguardi, qua per
l' incuranza degli uomini, manca alla donna questo
innocuo ausiliario, ed essa langue affranta e sola
sotto intollerabili fatiche.
Considerato sotto 1' aspetto umanitario 1' a-
sino è dunque il più nobile degli animali, e
se viene a posare fra il poeta ed il sole, gli
è per dire al poeta: canfora*/ io sono elemento
di civiltà.
Chi ricercasse poi la ragione, per cui l'asino
in Carnia non sia debitamente apprezzato, la tro-
verebbe in questo, che ì carnielli essendo in ge-
nerale uomini assai dediti all' interesse, non s' in-
ducono a comperare, e a nutrire una bestia che
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— 133 —
non dà riè lane, né lana, né carne, reputandola
quasi una spesa e una bocca inutile. Onde tutto
al più ve n'ha due per ogni comune. Noti si
comprende lassù che sarebbe invece un' economia
V averne uno per casa.
Che se per troppo lavoro si sformino alla donna
i bellissimi fianchi, se si sfiori sugli anni ancor ver-
di la sua venustà, se le manchino rapidamente le
forze, e tuttavia giovane abbia l'apparenza e gl' in-
comodi della vecchiaia, il carnìello non sembra
darsene per inteso. Le procura con affettuosa sol-
lecitudine medico e medicine se gli cade malato,
spende per curarla tutto ciò che ha, e piange
sconsolato sulla morte di lei s' eli' abbia a man-
care; ma alla stentata vita che la ridusse alla
lomba, ei non ci pensa. Il ciuco l' avrebbe forse
salvata : o che per ciò ? . .
Spesso ho incontrato pei monli uomo e donna
che tornavano dal campo, questa oppressa e tra-
felata sotto enorme peso, quegli affatto libero che
colle mani in tasca la seguiva zufolando. Ne' ho
mai visto nel mio viaggio un uomo portare il
gerlo, mentre questo incomodo arnese sembri
essere parte integrante della donna, e crescere
Al qual proposito ho sentilo dire a molti che
il earniello non ama la sua compagna ; ma questa
conclusione non mi par vera, perchè ti complesso
dei falli mostra il contrario.
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E qui m' accorgo u" aver tessuto le lodi del-
l' asino; ma ben allri asini furono spudoratamente
a ti nel mondo con aperta offesa de) buon
3 e della giustizia distributiva!
Digitized by Goo^l ej
XXV,
ttigolato.
La sera di quello stesso dì partivo per salire
a Rigolato, paesello che godeva da qualche temp»
delle mie simpatìe. Il tratto che divide Rigolato
da Comegtians non è lungo, né sarebbe gran che
faticoso: ma la strada che vi mena par fatta ap-
posta per allontanarlo e renderlo uggioso. Appena
uscito di Comeglians mi convenne montar in sii
per una costa alla sinistra del nume, poi ancora
più sù per un'altra, per poi ricalare, e pas-
sare un ponte snllo stesso fiume , dal quale la
strada senza nessuna ragione al mondo , s' era
troppo scostata.
Quando giunsi a meta del ponte e mi rolsi
indietro a guardare, m' avvidi che dopo un ora
e mezzo d'un cammino da cani mi trovavo ap-
pena a mille metri del punto della mi» partenza.
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— 136 —
e quasi allo stesso livello. Nè, per quanto a me
pane, ci sarebbero difficoltà straordinarie ad ef-
fettuare una via carreggiabile e piana che di là
per la destra sponda, corresse lungo il Degano, fin
dove tirava il mio sguardo , giacché la roccia
eh' è sotto la chiesa di S. Giorgio, si potrebbe
agevolmente aprire con mine; impresa da privati,
non che da Comuni. La quale se rimano tuttavìa
intentata palesemente fa vedere, che, o i tre co-
muni che vi avrebbero interesse, oon apprezzano
debitamente i vantaggi che recano le facili co-
municazioni, o non sono affatto concordi noi vo-
lere il bene dei loro paesi. La questione della
«pesa è un nulla, se si badi al prò che ne ri-
trarrebbero.
Di là da Trento, fra il lago di Toblino e la
cittadella d' Arco, e' è un sito che si chiama il
Pome delfe Sarche. Ila questo luogo sorge una
roccia altissima a perpendicolo che va diretta-
mente a ferire il cielo. Sopra quella roccia,
(la quale non è. altro che il lato orientale delle
Alpi Giudicane) ci souo i primi villaggi di quella
popolosa vallata che ha per capoluogo Tione, e
va a finire col lago d' Idra, pressò 1' ormai .cele-
bre ponte del Calfaro, poco giù di Castel Lodrone,
onde le Giudicarle, .lungo il Chiese, hanno per
buona via, I' .adito aperto alla ricca terra lom-
barda. Ma i comuni dì Tione e di Stenico non
si tennero paghi a quesl' .unico sfogo, persuasi
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- 137 -
che quante più strade fossero aperte, tanti più
sensali avrebbe i! loro commercio. Perciò accoz-
zatisi con uh altro comune che aveva gli stessi
interessi fermarono di aprire una magnifica via
per quella rupe, che dal ponte delle Sàrche a alza
fino a toccare le nùvole, tra le quali essi vivevano.
— Stolta impresa! dicevano gli uni.
Gli altri li deridevano, perchè li sapevano po-
veri. Ed essi ? Moli, e, avanti . . .
lo sono passato in carrozza di Posta per quella
strada, che fu disputata dall'audacia umana" ai
falchi e alle 3quile.
La via che da Val di Ledro attraversa le" rupi
del Ponale, e tenendosi sospesa sul Lago di Garda
riesce a Riva , è un altro miracolo dell' arte , e
della costanza unanime di pochi Comuni. E il
paese di cui parlo, è assai meno ricco della Carnia !
Tutte queste cose io richiamava alla meh'e
nel salire a stento per .un sentjeraccio, ijipsl' 1
impraticabile pei giumenti, la costa destra ilr! f: ;-
me, allorché sentii d' improvviso dèlie voci allegre
e dei canti ferirmi l'orecchio. Aguzzai io sguardo
attraverso le frasche e ii fogliame del bosco, per
vedere onde provenissero, e scòrsi di fatto pa-
recchie fanciulle di età diversa che dandosi la mano
e' tenendosi a catena, venian giù correndo e
danzando. Altre più indietro camminavano posa-
tamente e cantavano in modo che tutto il bosco
parea che avesse la voce. Una sola giovane era
S Memorie delia Caruiii
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— 138 —
niest» e taciturna e veniva dopo le compagne
senza prender parte alle loro gioie.
Era Topsi che io aveva conosciuto qualche
anno prima fuori della Carnia, e che ora si tro-
vava lassù, per ragioni che dirò poi. Mi balzò il
cuore di contentezza al primo vederla, e accelerai
il passo.
— Ah, finalmente 1 mi disse quando mi rav.
viso. E presentandomi alle signore dell' allegra
brigata ;
— É lui, disse ; il migliore de' miei amici,
quello che aspettavamo.
— Come, anche loro ?
— Si, si, rispose la mamma di due vispe fan-
ciulle, l'attendevamo. Topsi ci aveva avvertito della
sua venuta, e già da due giorni abbiamo a casa
delle lettere per lei.
— Scusi se mi son preso la libertà di racco-
mandar le lettere alla sua famiglia, le dissi ; ma
ne incolpi Topsi, cbe mi fa abusare in tal guisa
della loro bontà; è stala lei che me l' ha suggerito.
— E ne la ringraziamo, rispose la gentil signora,
gettando le braccia al collo di Topsi, e baciandola.
La bella compagnia tornò indietro con me.
La strada cbe poco prima m' era parsa tanto
faticosa, e silvestra, ora mi sembrava il sentiero
d' un vago giardino. E facendomi a riguardare
attentamente quella costa la trovai stupenda-
mente bella.
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— 139 —
— Che ve Ile pare 1 ? Mi chiese Topsi.
— È un incanto, risposi.
— Se vedeste di primavera I mi disse : è un
paradiso. Ora non sentite che il fringuellìo di
qualche uccelletto; in quella stagione esce dalle
novelle frondi un' armonìa di rosignuoli , e da
lutti i fiori un profumo, da lasciarci li cuore.
— Noi veniamo qui a ricrearci in sulla sera
dai calori e dalle fatiche della giornata, aggiunse
la padrona di casa.
— Questi luoghi solitari e pur pieni di vita,
dissemi a bassa voce Topsi , m' hanno restituito
la salute, e la pace dei cuore. Quanto vi sono
grato, amico mio, d' avermi fatto amare lo studio!
Chi è Topsi? Nominandola ho contratto col
mio lettore il dovere di fargliela conoscere.
Topsi è una bella giovane, di carnagione bruna,
d'occhio nero e vivace. Le sopracciglia bene ar-
cuale e la capi gli a tura' fotta e mozza, danno risalto
alla sua faccia regolare. 11 naso, io labbra, ed il
mento che sono tra loro in perfetta armonia, an-
nunziano risolutezza e forza di carattere.
Nata da genitori di condizione civile, ma non
troppo agiati, dopo tre o quattro de' suoi fratelli,
la sua prima educazione venne assai traSnurafn,
ond' ella visse per qualche anno come la Cene-
rentola tra il focolare e 1' anticamera. Come co-
minciò poi ad accorgersi che i suoi fratelli e la
sorella maggiore si assorbivano tutte le cure e
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— 140 —
gli alititi dei parenti, ne senti non invidia, ma
stizza, e principiò a mostrarsi un pò bisbetica e
maligna. Tutti i piccoli dispetti, tutte le piccole
vendette che avesse potuto fare in casa, le faceva,
e con un ingegno ammirabile. I rimproveri e i ca-
stighi a nulla valevano, che anzi se ne rideva;
cosicché i suoi parenti ohe ne erano disperati, le
diedero il sopranome di Topsì.(i)
La fanciulla però non aver» il carattere del-
la negra, e lo provò coli' andar del tempo,
quando la sua famiglia si trovò in angustie per
l'emigrazione de' suoi fratelli, e per improvvise
disgrazie che la colpirono. Topsi aveva allora se-
dici anni. Guardandosi attorno e vedendo che ella
non aveva fatto mai nulla pe' suoi genitori, senti
d'avere un cuore j e dei doveri da compiere. Per
lo passato aveva conosciuto un giovanetto della
sua età che, meDtre altri poco si curavano di lei,
l'amava già coli' ardore d' un'anima vergi-ie. Ella
che s' era rassegnata sino a quel dì all'indiffe-
renza generale, gli dimostrò viva gratitidine e
in seguito grande affetto. Ed è forse per questo
che si riscosse da quella specie di letargia morale
che fino allora le aveva impedito di vedere le
cose sotto il loro vero aspetto. Ella trasali nel
considerare lo stalo in cui si trovavano i suoi, e:
(1) Donna maligna drscritta nella Capanno rfW Zio /
Tom. 1
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— Tutti lavorano, pensò, ed io... Ma che
potrei fare per tornar utile a' miei cari ?
E si consigliò con un vecchio Dottore, amico
di casa, umanitario per la vita.
— Fatti maestra, le sussurrò egli. Colla bunna
volontà ci riuscirai presto.
E offratlilolesi per primo istitutore, ella con
ardor febbrile si pose allo studio, e ili poco tempri
da lui, da me, e da altri amici che ne ammiravano
l' ingegno e il rapido profitto s'ebbe tutti que-
gl' insegnamenti che valsero a farle passar ■ con
lode gli esami pubblici di maestra.
Quando ebbe in mano i! diploma di abilitazione,
le parve di essere rinata, e si sentì un' altra
donna, tanto più che i parenti dopo 'averla ve
data all'opera, le aprirono il cuore, e palesemente
le dimostrarono slima e grande affezione.
— Tanto poco ci voleva, mi disse un dì, per
guadagnarsi gli animi di tutti I
Topsi sarebbe stala felice del suo trionfo, se
guardandosi attorno avesse veduto fra i plaudenli
quel caro giovane che in tempi meno belli le
era stato conforto e dolce compagno. Ma egli
era- partito 1 (1 di luì genitore accortosi delta pas-
sione che il giovane aveva spiegalo per lei ne
io fece allontanare bruscamente, per impedire che
la sua famiglia, ricca e potente, s'avesse a impa-
rentare con quella di Topsi, civile e ben educata,
ma povera e di poche relazioni.
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Fu un colpo terribile pel cuore della fanciulla;
ma in quel carattere di ferro i forti propositi non
vennero meno. Tuttavia una tremenda lotta era
l)i;kìTi;ito aliti niente, il di che intese la partenza
del giovane; ma vinse alfino in quella battaglia
l' amor figliale.
— Se io morissi , pensava, che sarebbe de'
miei genitori e della mia sorellina minore?
Scosse il capo, e ne cacciò le torbide idee. Indi
saputo che in un villaggio della Carnia era aperto
il concorso per un posto di maestra vi mandò le
sue carte, e vennevi nominata. Non vedeva l'ora
di poter abbandonare la città per immergersi a
capo fitto nelle occupazioni scolastiche e dimen-
ticarvi il passato, aia le riuscì assai doloroso 1' ad-
dio ai genitori.
Neil' alpestre paesello pero ehbe la fortuna di
trovare una ■signora istruita e gentile die l'accolse
in casa coma sorella, e la pregò di voler esser
anche maestra di doe sue angiolette. Da quel mo-
mento la buona Topsi si dedicò intieramente alle
i ure del suo nuota Impiego, e l' occupazione non
le par*e inai eccessiva, oltre la scuola che fa nei
giorni feriali alle fanciulle del villaggio, ella da
lezioni nei di festivi alle adulte. Ordiuarlamemo
impiega nella scuota dalle sei alle ottu ore il gior-
no. Rientrala io casa ricomincia il lavoro culle
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— 143 —
bimbe della sua amica, e non ne esce, che per
fare in loro compagnia la passeggiala del boschetto,
in cui la trovammo.
Cosi passa il tempo da qualche anno; così
quelle alpigiane ch'erano affatto digiune
« à' ogni virtù ciic ctfil saper deriva >
hanno ormai appreso , quasi tutte , a leggere a
scrivere a far di conto, e, cosa notevole, a tenersi
pulite. Onde tutti la benedicono , e le hanno ri-
spetto come a un essere sovrumano. Topsi inlatti
è un angolo. Domandatene a' suoi genitori, a sua
sorella minore, e agl'infelici del comune in cui
vive, e tutti ve lo diranno.
Ma qui mi domanderà una giovane letrice :
perchè parlarci tanto di Topsi in questo libro
sulla Carnia*
Perchè 1' ho trovata sulla mia via, e perchè
io nolo ciò che può servirli di scuola, o fanciulla...-
Entrammo in Bigolalo che cominciava a im-
brunire (1). Gli è un curioso paesetto, di là d' un
piccolo altipiano, che sembra incunearsi nel!' e-
stremo lembo della valle. Montagne altissime sor-
gono a destra, a manca, a settentrione, e troppo
(1) Cornane n"i otto frazioni (Risoluto, Givigliana,
l.mlarì;!. t'iimpiut, fi rnnco.Viilpi retto, Magnanins, Vueraisj
con 1443 abitami, [-cri due sniole maschili, c una fem-
minile, popolalo da 193 fra scolari e scolare. Emigrami
dal paese da 249 persone.
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vicine, gli mormora ai piedi t' irrequieto Dogano.
La chiesa parrocchiale ci^lnuU in alto sull'orlo
d'ima rupe, come a guardarlo, gli dà un'aria
piuttosto artistica. La casa in cui venni a capitare
era quella del Sindaco, e l'amica di Topsi, la di
Ini moglie.
Quante graziose ospiti, e quanta allegria in
quella casa! Come è dolce per un pellegrino che
va ramingando, trovarsi a un tratto fra le como-
dità della vita, in mezzo a lieta e vivace con-
versazione 1
Qui s'era accolta da Venezia, da Udine, da
Tolmozzo, una nidiata di vaghe e gentili signore
che gareggiavano di spirito eolla loro spiritosis-
sima ospite. E volavano molli e frizzi e franche
parole, che un sussiego artificiale e ma! compas-
sato sbandisce dalla città.
Il secondo giorno il Sindaco mi trasse a visi-
tare la scuola, secondando così il mio desiderio
di vedere Topsi in attualità di servizio. Appena
entrato nella sala, dove stavano radunate le nu-
merose fanciulle, m'accorsi ch'esse area no profittato
delle lezioni della loro buona educatrice. Perfino
le bambine da sei a sette anni, dopo qualche mese
di scuola, sapevano leggere e scrivere corrente-
mente. E tutte erano vestita con proprietà e ave-
vano il volto e lo mani nettissime. Per sopra più
sapevano fare un saluto senza esitanza e goffag-
gine. Era i! miracolo di Orfeo rinnovato da gra-
— 143 —
zio&a e blanda giovane educala agli usi cittadini, e
ritemprala nei nobili alleili, la quale con rara ali-
negazione, sacerdotessa della titilla, sacrifica con
generoso proposito il Core degli anni suoi alla
cultura intellettuale e morale della novella gene-
razione.
Quanta virtù ignorata!
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XXVI.
I Boschi
1! di dopo accompagni
Si
passai
i. Che
edar-
carrozzella da Rigc
Vi
deliziosa stradai Ffancbegp
busti, essa va tortuosa [
rat
pini, di abeli, e di faggi,
poi, passato un ponte, lun;
imi
Di
(1 lettore comprenderà che una vettura fra
quelle piante e col saliscendi di quel terreno ine-
guale, è un lusso fuori di proposito e veramente
sprecato, giacché oltre alle scosse che ne ricevi,
ti mette compassione la bestia che ti trascina.
In que' luoghi l' uomo sta bene in piedi, ritto
come il larice della selva.
Questa parte delle Alpi carniche è quasi tutta
coperta di boschi. Ne lasciammo uno foltissimo
alla destra del fiume Degano, il quale appartiene
all'Erario. Molli abeli secolari v' eran caduti per
veluslà e per insolenza degli uragani, e giacevano
■ a terra canuti, fracidi, non curali. È rara cosa il
vedere un bosco vergine a questi tempi, in cui
la mano sacrilega deli' uomo è penetrata dovun-
que, e nessuna onestà lascia intatta. Al qual pro-
posito il pensiero si spaventa nel portarsi a non
lontano avvenire, quando procedendo di questo
passo, mancherà agli usi necessari della vita il
combustibile; giacché oggidì una rabbia stermina,
trice par che siasi impadronita dell' uomo per i-
spingerlo a strappare del lutto alla Natura la sua
bella chioma, di selve, onde l'economia pubblica,
il clima, e l' igiene avranno iu breve a soffrirne
gravissima alterazione (1).
La Carnia segue con leggerezza Imperdonabile
P andazzo degli altri paesi, e continua a denudare
oscenamente !e frondose spalle de' suoi monti,
senza darsi mollo pensiero dell' avvenire. Il cav.
(1) L' infaticabile scrittore Jacopo Facèn, che da
quaranta anni esercita la medicina, attribuisce al di-
sboscameli» I' ori Rine o la molli])] it'ii/ i. di rai'civliio
malattie e specialmente della tisichezza polmonari, che
ai osserva appunto più frequente da mi secolo in fina.
« Gli squilibri repentini della temperatimi, «irli die»,
un'aria pili elastici!, più !>«s.i^i::iiiin. più acuta, ii dominio
di venti più risiili e. furimi, uh' «lettrici d'i pili accu-
mulata, sriiìfi elicili ilei ^.sboscamenti montarne....
cause della tÌ£Ìciici/;i i>i>]n:on;i:'o. die è sempre più
frequente sui monti elevati e liberi.
(La selvicoltura rispetto all'igiene di /. Facèn).
Giovambattista Lupieri, il Nestore della Cernia, ha
già «ovato ila qualche anno in una dotta Memoria
intitolata Osservazioni mi boschi della Carnia. il
deterioramento dei boschi camici, e indicato il
mezzo di ripararvi. Guai se gì si dorme sopra!
t La Gamia, egii dice, non ha che due fonti di
vita, i Boschi ed i Pascoli- Il di che 1' una di
queste mancasse, la sua rovina sarebbe inevi-
tabile-
tra le due, la pastorizia è certo la più pro-
duttiva, ordinariamente; ma i capricci dell'atmo-
sfera, le malattie, e te altre disgrazie che incol-
gono gli animali, sono risparmiate alle piante
che non abbisognano né di grandi cure, nè di
mano d'opera stra ordinaria. Per il che, tutto
calcolato, il tornaconto riesce a un dippresso u-
guale. Ma non convien distruggere ì boschi, nè
punto deteriorarli. ■
Le leggi forestali italiane sono rigide, ma non
lo saranno mai abbastanza, finché a colui che
taglia un albero non s' imponga 1" obbligo di
piantarne due.
Sin qui è tenuto diverso modo. I boscaiuoli
tagliano le piante martellata, e, por isbaglio, an-
che taluna delle non martellate, senza darsi cu-
ra del resto. Cosi a poco a poco si spogliano
le cime delle montagne, cosi le pioggie non im-
pedite e divise, precipitano raccolte nelle valli,
cosi si formano ì grossi e impetuosi torrenti, che
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— 149 —
poi, come il Tagliameli lo e la Torre allagano e
inghiaiano le sottoposte campagne.
Togliete alle acque i loro naturali ritegni, che
sono i boschi delle Alpi, e nessun altro riparo
verrà a frenarne, o a rallentarne la furia.
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XXVII.
Forni Àvollri.
Finito il bosco spunta il prato, e di là dal
prato, il campanile, !a chiesa, e le case di Forni
Avoltri(l), Che bella villa I 11 nome l'ha preso
dalle fornaci, entro cui fondevansi i minerali della
vicina Avanza, poi crebbe vispa, linda, e bella
eli' è una delizia. Qui la popolazione comincia ad
avere un tipo, un'educazione, e un fare tedesco
non però il linguaggio e il pensare. 1 lavori delle
miniere di Forni e di Avanza, ricche d' argento
un tempo, furono sospesi due anni fa essendo
tntt' altro che produttivi. È da sperare pero che
di queste miniere sieno soltanto perduti di vista
i Aloni principali.
(1) Comune di atto fraiioni (Forni Avoltrì, Avanza,
Avoltri , Collemci/.cìi , Cn!li»ii , Mnrercttn, Stiletto,
FrassenetW), con 1000 animo, 123 scolari, 157 emigranti.
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— 151 —
V esimio prof. Torquato Tarameli! a prolusilo
della natura e della storia di queste cave, mi
scrive quanto segue.
■ Tacendo dei parziali affioramenti di Siderose,
di Cinabro, e di Pwabme, esplorati presso il Pa-
ralba, a V. Bordaglia, a Sissanis, a S. Giorgio di
Comeglians e tosto abbandonati ; la principale alti-
vita ed i più vistosi capitali furono esauriti (dalla
Società Veneta) nelle località di Monte Avanza e
N. dì Forni Avollri. Quivi al contatto delle dette
due zone paleozoiche affiora, a circa 2000 metri
sul livello del mare, un filone dì Panabase (Solfo-
antimoniuro d' argento e di rame), il quale si
sprofonda assai inclinato verso SSO, con una serie
di allargamenti e di strozzature poverissime, spe-
cialmente ove i! piano del filone attraversa gli
scisti che ne formano il tetto. TI giacimento cu-
prifero, lavorato nella prima metà del secolo XVI,
mal corrispose alte speranze facilmente suscitate
dall' eccellente natura del minerale, ed in realta
deluse sempre per l'incertezza, l'irregolarità ed
il pronto approfondarsi del filone; onde ai posteri
rimase col lusinghiero nome d' Avanza, una le-
zione pur troppo non abbastanza compresa della
poca probabilità di successo, che potevano ripro-
mettersi ulteriori coltivazioni.
Ciò non ostante, dal I8S3 al 1863, la Società
Veneta montanistica vi spese pressoché un milione
di lire in gallerie, in strade, in fucine, in fabbri-
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— 132 —
sali, in piantagioni di boschi; e tutto dò nella
più sicura certezza che il filone dovesse necessa-
riamente mostrarsi tanto più ricco quanto più
profondi e costosi si facevano gli scavi. Ma il fi-
lone fu sempre rinvenuto cogli stessi caratteri,
colla stessa incostanza, colle stesse dispersioni, e
dopo un ultimo tentativo di ricognizione per la
galleria Berlingnecio, la Società si decise al com-
pleto abbandono dei lavori; lasciando a maggior
attrativa ed a miglior lume di chi volesse riten-
tare la prova ; una più esatta conoscenza del fi-
lone, fabbricati, strade, forni fusori! e circa un
migliaio di metri di sviluppo di pozzi, e di gal-
lerie; oltre i boschi di recente arricchiti di nuove
piante, ed i montanari dei dintorni già pratici
dei lavori di galleria.'
Ver la sospensione di siffatti lavori il paese
non ha più oggidì quella vita a fecondata che
gF infondevano gì' impiegati e i lavoranti delle
vicine cave. Se si avvantaggiasse perù dell'acqua
del Degano, e ne alimentasse edifici di seghe, o
di altre industrie, come gliene dà l'esempio !' i-
slancabilo signor P. Ciani,' potrebbe tornargli por
altra guisa la vita. . . ' \ '/ ;
Dopo aver preso il caffè, che secondo I' uso
tedesco vi si fa in larghe padelle, e per solito, as-
sai caltivo, continuammo il cammino verso Sappada.
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— 183 —
Forni Avoli ri occupa una posizione simi-
le a quella di Tolme/zo. Appena fuori dei vil-
laggio s'ha innanzi due valli , una a diritta,
che per Avanza e Collina riesce nella Gaila
Corintiaca, l' altra a sinistra, che poi montan-
do in sii va a finire a Sappada. Noi pigliammo
per questa.
Da Comeglians a Forni Avoltri c'è una diffe-
renza naturale di livello, Eravamo già saliti d.i
514 metri a 883, lasciando Regolato di mezzo
a 730. Ora poi veniva un'altra ascesa, ma ripida,
e lunga assai, da radoppiar quasi l' altezza di
Forni. Dopo due miglia da questo villaggio la
strada torna a passare sinuosamente e a piccole
zanche per altri boschi di altissimi abeti, onde la
vasta selva è fittissima. A metà dell'erta è pian-
tato il termine fra Sappada e il comune di Forni;
e sopra quella pietra la strada è migliore, sgom-
bra affatto da ciottoli. Il cavallo andava al pass.i
stentando, noi gli tenevamo dietro a piedi. Chi
avrebbe cuoro di farsi tirare sii per quel Calvario?
Finalmente, dopo due ore di cammino eravamo
giunti alla forcella, che serve di sparti-acqua fra
la valle del Degano, e quella della Piave nel Bel-
lunese. In quel punto avevamo a sinistra, a due
liri di fucile, e sullo stesso livello, le nevi per-
petue, delle quali, sebben si fosse in agosto si
sentiva la gelida vicinanza. Ci riposammo alquanto
sul prato ch'era sparso di fiori come in prima-
io lM.TU-.io ■S.-.-.i Ci-M.a
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— m —
vm, ed io raccolsi una viola tricolor meraviglialo
di incontrarmi con essa io quel silo. Poco dopo,
fatti alcuni passi, m' affacciai al panorama che mi
s' apriva davanti a occidente.
Che stupendo spettacolo!
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XXVIU.
Sappada.
L' altopiano di Sappada, .poco ondulato e verde,
è d' una bellezza sorprendente. Ha la figura pres-
soché d' un triangolo. Lo cingono da tre parti
selve di pini, e lo proteggono le torreggiami
moli delle alpi, che a mezzogiorno e a levante
finiscono in nude e bianche guglie, a* coi piedi
giacciono da infiniti secoli immense ghiacciaie.
Qui nuovo clima, nuove case, nuova popola-
zione. Tutto cangia d' aspetto. É un pezzo della
Svizzera dalla parte tedesca.
Se un pittore potesse colorire al naturale
questo paesaggio con quelle vette che a guisa di
torrioni piramidali gli s' innalzano intorno, colle
case che sembrano cataste di travi sorgenti dai
prati, cogli abitanti che hanno tipo antico e ari»
smarrita, lo si direbbe una fantasia.
Sappada è un comune di tre frazioni sparso
.sul tappeto d'una vasta prateria, divisa a metà
dalla Piave, piccolo e argenteo ruscello, lassù,
che nasce poco discosto dal paese.
Il capoluogo sì chiama la Gran Villa.
Entrati nel primo abitalo cominciammo a ve-
dervi le case di una costruzione tutto particolare,
con pareti, scale, ballatoi, soffitte, abbaini di le-
yno. Quelle case, strette al pianterreno, vanno
sempre più allargandosi verso l'alto. Il letto ti
coperto a scandole, e molto sporgente. Dà pen-
siero la sola idea d'un incendio, che consumerebbe
in un attimo tutto quanto il villaggio, e, l' incen-
dio si teme che non abbia a scoppiare da un
momento all' altro ; giacché oltre all' esser di le
imo te case, e per/fino i camminetti e i comignoli,
conduttori del turno, intorno alle abitazioni e sotto
i pogginoli sono accatastate grandi masse di
legna secche cui basterebbe una favilla ad ac-
cendere. '
V altopiano di Sappada nel suo bacino prin-
cipale ha l'estensione, in lunghezza, di circa
cinque chilometri, in larghezza di due. Fra i
gruppi dello case di legno ven' ha di tratto in
tratto qualcheduna di pietra. In mezzo della bella
vallata c'è un magnifico albergo, abitazione che
riceve la luce e Varia per ottanta finestre, hi>n
tenuta, imbiancata, fatta sulla sagoma delle case
ci Usti; licititi;. '
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— 157 —
Entrammo in questo albergo roti una fame da
cacciatori.
— Che ci (late da pranzo? disse il mio com-
pagno alla padrona di casa.
— Nulla affatto, rispose la donna, tranne del-
le uova.
— E del burro fresco' le domandai.
— No, signore, replicò, del burro cotto.
— Noti avete proprio altro?
— Se non fossn [//■»■«» di mauro potreste man-
giar delia carne eecellente; del camoscio, e della
roba salala.
. — Cara mia, fateci un pranzo di grasso, le
dissi. E siccome ella indugiava a decidermi, per
non turbare la sua coscienza, aggiungemmo :
— I viaggiatóri che, come noi, hanno, supe-
rato a piedi le Alpi, non sono tenuti a far la
vigilia.
Questa ragione parve tranquillarla ; ma prima
di moversi:
— Ve ne confesserete voi, non è vero? ci
disse.
— Si, sì, rispondemmo.
Quella donna dalla lesta piatta, dal volto bas-
so, dai zigomi sporgenti, dai capelli biondi, dagli
ocelli ciloslri è .ancora un bel tipo di teutona;
ma ha una paura maledetta dell' inferno e dei
preti.
— Andrete noi dì sopra a mangiare? ci disse.
— Si, sì, risposi, dove vorrete.
Finito il pranzo, le domandai :
— Perchè avete avuto tanta difficolti a farci
mangiare di grasso?
— Perchè i preti strillano, rispose. Sapete
voi, che per questo (atto, dovrò andarmi a con-
lessare a Lockau» I preti di Sappada non mi
assolverebbero.
— Sono più indulgenti ì carintlani?
— Oh! non c'è bisogno d'indulgenza; giac-
ché io sono persuasa di non aver fatto alcun male.
— Infatti voi non avete a sapere se chi passa
è turco o cristiano, se sano o malato ; e per do-
vere gli avete a dare eiù che domanda per risto-
rarsi, senza chiedergli una professione di fede.
— È quello che penso anch'io, replicò, ma...
— Ma, e perchè allora vi confessate d' un fallo
che non ritenete peccaminoso*
La donna ci diede un'altra risposta, dalla
quale si potè conoscere Ano a qua! punto sia
spinta in quel luogo da certe persone l'intolle-
ranza religiosa.
Io penso che In materia di fede il convinci-
mento altrui dev' essere cosa sacra per tutti, e
che hanno ad esser tenuti rei d' imperdonabile
leggerezza coloro che mettono in derisione le
pratiche religiose e la credenza di chi fa pensa
diversamente da loro. Chi vuole rispettate le sue
opinioni , dew' essere conseguente e rispettare
. — ^
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— 159 —
quelle <T altri. In ciò consistono la tolleranza, e
la libertà.
Ma l' intolleranza, e il il esposti sino, da qua-
lunque parte ci tengano devon essere fieramente
combattuti.
Il despotismo sacerdotale poi, favoreggiatore
dell' ignoranza, dell'ipocrisia, e del fanatismo è
il più nocivo di tutti.
La superstizione regna ancora in tutta la sua
forza a Sappada. Ritornatovi dal Cometica, dove
feci una escursione straordinaria, in giorno di
festa entrai nella chiesa parrocchiale della Gran
Villa. Là, sui banchi, islecchiti e immobili come
mummie ho veduto inginocchiati una ventina di
vecchi, maschi e femmine, colla testa bassa, col
rosario in mano, biascicanti sottovoce le loro
preghiere con noa divozione e un raccoglimento
da santi, lo credo che se fosse crollata sui loro
capi in frantumi la volta della chiesa, non si sa-
rebbero mossi. Quella buona gente crede davvero;
ma, mio Dio t come sono esterminata le loro
faccìe I
— ET altra gente dov' è? chiesi ad un vicino.
— Gli altri sono in processione, giù verso la
Piave, rispose.
Uscii di chiesa per vederli a ritornare, e ap-
paiatomi con un monello sul piazzerottolo, la-
sciai che mi sfilassero davanti.
Mi parevano uoa processione di gente fatata ;
— 160 —
tulli lo slesso tipo, lo stesso costume, le stesse
movenze, lo slesso fervore nel cantare in lingua
Straniera il rosario. In generale hanno lesta grossa
all' insù, zigomi assai pronunciati, guancie in
dentro, collo asciutto; le donne però sono al-
quanto più rimpolpate, hanno carnagione fina, e
rosata, capelli biondi, occhio azzurrino, e una certa
vivacità che contrasta con tanta divozione. Pro-
cedevano lutti con passo misuralo e grave, col
capo allo slesso grado d' inclinazione, colle brac-
cia incrocicchiate e colla corona della Vergine in
mano, cantando alternatamente collo stesso tuono
di voce monastica : f haìlega Maria.
Quando la testa deila doppia fila donnesca
cominciava a passarmi davanti, un glori notlo al-
quanto spregiudicato, tentandomi co! gomito:
— Vedete la terza donna della fila di là,
presso il pilastro ? mi .diete.
— Quella che alza il braccio col rosario at-
tortigliatovi attorno? risposi.
— Quella. È una delle Marie. : . .
— Che vuol dire? ripresi.
— É una storia che vi racconterò per istrada,
rispose. .
Ci mettemmo in cammino.
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Il Messia di Sappad».
[ ; ■ ■ ■ :
Or ecco ciò ehe m' ha raccontato que) gio*
vinotto a proposito delie Marie.
Qualche anno fa ci fu un uomo di Sappada
d' ingegno molto svegliato al quale venne in pen-
siero di farsi credere il Padre Eterno. Avendu
egli un figlio inclinato al fanatismo religioso
gì' impose di presentarsi ai sappadesi come il vero
Messia, e di predicare la nuova legge ai poveri
di spirilo. Egli intanto amagli apparecchiato gli
apostoli, gli evangelisti, I discepoli e le Marie,
non esclusa la Vergine Madre. Il giovane, leg-
gero di cervello, e credulone anziché nò, comin-
ciò a credersi realmente qualche cosa di grande,
e si diede a predicar pei prati e pei hoschi la
dottrina ispiratagli da suo padre. La Piave era
il suo Giordano, le selve circostanti ii suo deserto.
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— JG2 —
Siccome egli predicava coìr entusiasmo d'un fa-
natico e diceva talora delle sante cose, così la
gente grossa il seguiva e pendeva dalle sue lab-
bra. Per qualche tempo le turbe rimasero edifi-
cate della parola e della vita del giovane Messia,
e molti tornavano alle abitazioni, battendosi il
petto e mormorando il detto del vangelo: vera-
mente costui è il figlio dì Din. Il parroco di Sap-
pada lungi dal protestare contro questo nuovo
Cristo che veniva a scrollare il vecchio edificio
di cui egli stesso era puntello, par che segreta-
mente lo sostenesse, facendogli per tal guisa ac-
quistare maggior credilo. Le cose andavano dun-
que a vele gonfie pel Padre Eterno e pel suo
figlio Gesù; ma non andò guari che il diavolo
mostrò te corna.
Il Messìa nuovo, a differenza del vecchio, vo-
leva il suo regno temporale, e con bei modi, e
con preparazioni che avevano deli' ispirato, cer-
cava di persuadere la moltiludine, del suo diritto
di averlo. : '■ u
Un dì, mentre le turbe erano tutte compunte,
e quindi inclinate alla iriaggior fedo, il Messia le
mandò nell'interno del bosco, ad un punto da
lui indicalo, a piè d'un altissimo abete, e:
— La, disse loro, 1 scavate il terreno, e vi
troverete le tavole della Legge che il Padre mio
ha scritta colla sua mano. 1
Infatti tutto avvenne secondo la sua parola, .
essendo Siale trovale nel sito precisato due la-
vole di pietra ben levigata, nelle quali erano
scolpiti in bellissimi caratteri i Comandamenti
della divina legge. E perciò la credulità e il fa-
natismo non ebbero più limili. Il parroco a quella
fausta novella fece suonar le campane, e le pietre
si portarono alla Gran Villa con grande solennilà.
Ma il Messia, (sempre ispirato dal Padre) fece leg-
gere, e spiegò alla moltitudine una nota che stava
incisa appiè (lei Comandamenti, nella quale era
detto ehe il bosco in cui lenissero scoperte le ta-
vole, doveva quind' innanzi appartenere al Messìa
e alla sua famiglia. A questa dichiarazione, tutto-
ché interessata, si sarebbero facilmente unifor-
mati i credenti che non avevano a che fare col
bosco; ma coloro che ci aveano interesse comin-
ciarono a trovar strane le pretese ispirate di Gesù
Cristo, e ne informarono le Autorità. Il nuovo Pi-
lato, che non voleva sostenere la parto ridicola
dell' antico Ponzio, invece di lavarsene le mani,
mandò i suoi gendarmi in paese colf ordine d'im-
padronirsi di tulli coloro eh' ebbero parie nella
sacra rappre sentanone, cosicché gli Apostoli; gli
Evangelisti, le Marie, i Discepoli, e lo stesso Padre
Eterno, vennero tratti in prigione, dove li segui
poco dopo anche il parroco di Sappada.
Questi, appena uscito dal carcere, fu licen-
zialo dal vescovo e se ne vive ora in un remolo
paesello delle Alpi.
V
— 164 -
Il fallo sarebbe comico sin qui ; ma poi ter-
minò magicamente col suicidio del Padre Eterno-
I sappadesi non furono guari fortunati coi loro
|if istori spirituali.
Quando i! cav. Lupieri era medico di Sappada
una puerpera che soffriva il mal di latto e n'a-
veva il seno infiammato, consultò il suo parroeo.
Questi che aveva letto in qualche libro esser l'oro
indicato per certe malattie infiammatorie, prese
delle foglie d' oro che gli erano rimaste dalla
doratura d'un altare, e si diede la santa pazienza
di applicargliele, non so se a mordente, o con
altro metodo alla parte ammalata, in guisa che
V aderissero perfettamente.
Quando, fattosi il male più serio per la chiusura
dei porri, fu chiamato il Dottore, il parroco stesso
10 introdusse nella stanza dell'inferma, e ripiegatele
bellamente le lenzuola sino a mezza vita, gli offri
alla vista il curioso spettacolo d' un petto d' oro-
— Che è mai questo? domandò meraviglialo
11 Lupieri.
— È opera miai rispose iì prete, ma a nulla
giova. , - ■
II medico non potè trattenere le risa ; disfece
il santo lavoro, e apprestò alla donna i sussidi
dell' arte. Anehe quel parroco venne rimosso dalla
cura di Sappada, e se ne vive ancora sulle mon-
tagne della Camia.
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— 165 —
Causa ili tulli questi mali ti la crassa ignoranza
che si cercò di fomentare in quel paese, e la
cieca superstizione per ciò die risguarda la re-
Qui, come in generale da per tutto in Italia,
le popolazioni si foggiano ancora a beneplacito
del parroco.
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Ritorno a Rigatalo.
Partimmo dalla Gran Villa, e [ier Cima Sap-
pada rivarcammo lo sparli -acqua della Carnia.
lasciando a sinistra cioè, al nord di 3appada, la
più alta delle Alpi carniche, la Paralba. Questa
montagna alta 2790 metri é coperta di nevi eter-
ne. Le sue acque scorrono per la Piave nella
valle del bellunese, pel Tagliamento nel Friuli,
per la Orava nel Danubio; è un immenso termine
di contine fra il Tiralo, la Ca riatta, ed il Veneto.
É da questo monte che parte la catena, delle Alpi
Carniche. la quale allungandosi verso oriente, per
Crettaverde, Collina, Montecroce, Primosio, bu-
dino, Germina, Glaràt, e Sleuza, termina a Pon-
tebba, nella valle del Fella, dopo aver corso 50
chilometri.
Di qua dal Fella poi comincia la catena delle
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— 167 —
Alili Giulie la f|iiale passando pei punii più oh-
vati di Monte Canino, di Mori lo maggi ore, e del
Matajùr, perdesi sotto al Plagniana nei piccoli
colli del Coglio dopo un giro di M chilometri.
Nel rifare la selvosa valle di Forni, mi tor-
navano a mente le fisionomie, la favella, il co
slume. e il portamento, degli ahitanti di Sappada,
e mi pareva d' avori! veduti, uditi, e praticati,
altrove. Quella processione, quel canto, quella
lingua, e quel costumo, non dovevano essermi
nuovi. Quei sappadesi insomma, o lì avevo veduti,
o certamente 1ì avevo sognati.
A forza di tormentare la mia memoria mi
sovvenne dei Sette Comuni vicentini che si (tirano
comunemente di origine cimhrica. Il capoluogo di
quei comuni, Asiago, è anch' esso nel centro
d' nna verde conca, su d' nn altopiano, fra elevate
montagne pascolate in estate da numerose man*
dre. É lassù che si coagula quello squisito cacio
che si denomina dai Sette Comuni.
Tornarmi alla memoria questo paese e trovarvi
una somiglianza di sito, di persone, di lingua,
e di costumi, con quello di Sappada, fu tutto un
punto. Asiago é certamente paese più civile di
Sappada, e molto avanti quanto a coltura, grazie
agli studi elementari, e ginnasiali che vi fiori-
scono da lunghi anni; V é quindi anche un pro-
gresso, per ciò che riguarda il costume; ma il
tipo della gente vecchia, e meno incivilita, è iden.
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— 168 —
tico con quello dei sappadesi. Biguardo alla lingua
parmi che .sia proprio la stessa, il léulono an-
tico del Chersonestis Cimbrica. Al qual proposito
è a dolersi che nei Selle Comuni, e specialmente
in Asiago queslo idioma cimbrica vada perden-
dosi, o che venga appena confinalo nei paeselli
di Rotzo e Boana.
Degl' indizi aperti di parentela fra i cimbri del
vicentino, e questi dello Alpi «.miche, ci sarebbe
mollo !» dire con vantaggio certo degli studi
elnografici, ma non è materia da queste pagine.
Seguirò a dire delle impressioni ricevute.
I ballatoi delle case erano a Sappada ingombri
di gambi e leste di papaveri, di cui si fa lassù ab-
bondante raccolto. L'idea del papavero m* fece
pensare a quella specie dì sonnolenza onde vidi
presi gli abilanlì di quel paese, che si cibano
frequentemente del seme di questo flore, usalo
come condimento in molte vivande. I sappadesi
a! primo vederli sembrano infatti gente addor-
mentata, sebbene in effetti sieno nomini fini, e
buoni speculatori, ì quali col piccolo commercio
colla Svizzera e con altri paesi, sì fecero danarosi.
Scambiavo queste mie idee col sindaco di Ri-
golato, divenuto ormai mio indivisibile compagno,
sotto una pioggia terribile, che simulava in neve,
a poca distanza da noi. li cavallo intanto se ne
andava solo, fermando a stento colle gambe po-
steriori la carrella vuota, che di conlinuo lo so-
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— 169 —
spingeva. Noi slessi, per quella via a sistole e
diastole, s' andò a disagio, (Ino al Rio d' Acqua-
buona, non avendo in tutli e due ohe un ombrello;
e si giunse a Forni Avoltri bagnati fràdici.
Qui, quasi per cannonarci, il sole usci dalle
nuvole, e noi, profittando della schiarata 1 , dopo
bevuto un bicchierino di rbum, ci rimettemmo in
cammino. È un brutto camminale dopo la pioggia,
massime se s' ha. a passare sotto una volta
di fogliame sgocciolatile, Ma eccoci ritornati a
Rigolato. ...
Tutta la muliebre comitiva che già i lettori
conoscono ci era velluta incontro fin pressò il
ponte def Dégano, é ci aveva' riaccompagnati alla
casa del Sindaco. Che festa I
A cena la padrona di casa mi chiese se mi
piaceva Sappada:
— Assai, le risposi.
— Ma non ne parlerete nel vostro Viaggia in
Carnia? soggiunse.
— Perchè no? le feci. Sappada appartiene
ormai al Bellunese, ma è quasi cinta dalle vostre
Alpi, e ne parlerò.
— E del Comelico vi occuperete? domandò la
signora Aquarone, (una Genovese).
— Del Comelico, no, risposi. Ne parlerò a lungo
in un altro libro.
A questo punto entrarono nella sala da pranzo
dee viaggiatori che da molti giorni avevo perduto
il Semine Udii Carina
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— 170 —
ili vista, Giovannino e la sua signora che i miei
lettori baono conosciuto a Tohnezzo, presso la
Gastaldi». Essi pure avevano percorso la valle
del DegaDO, a' erano trattenuti alquanto alle mi'
niere di Avanza, e avevano, visitalo Sappada on
«iomo prima di noi.
Ora poi volevano andare per Valcalda a Pa-
lma, e quindi per Montecroce, a Maathen, in
Cartatia.
— Cosi andremo insieme fino a Comeglians,
dissi loro.
— Accettato, risposero; purché sia domani
mattina per tempo. ,
E ci accordammo, e all' albeggiare si parti.
Luincis, i feudatari, e i «isolani.
Per una via quasi piana da me scoperta nelle
passeggiate di Rigolato, ai giunse alla chiesuola
di Valpieetto, poco iunge dalla quale In una casa
solitaria che guarda i prati e i boschi, veniva a
passar qualche tempo il fu vescovo di Vicenza
Capellari. Questo prelato, morto alcuni anni fa,
ha lasciato di se buon nome in quella città, e
un bel monumento nel Seminario fatto da lui
costruire fuor delle mura. Egli era nato a Rigo-
lato, e fu zio della mia gentilissima ospite.
Dalla chiesuola pigliammo una via che ci menò
dritto dritto alla parrocchia di Comoglisns, clic
i miei lettori conoscono ; e risparmiammo per lo
meno tre quarti d'ora di tempo sull'ordinario
per la strada comune.
A Comeglians un nuovo incontro, quello dfl
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— 472 —
professore Wolf, a cui un viaggio aereo pei monti
Arvenis e Claris, aveva rapilo il collega professore
T. Taramelli, che doveva raggiungere a Sul trio.
Avevo fatlo trasportare la mia valigia dalla
Caterina e m'ero già istallato in una buona ca-
mora, quando sento picchiare all' uscio.
— Chi è?
— Sono io, risponde un giovanotto vispo, ric-
ciuto e pieno di anima, sporgendo avanti la testa.
— Oli ! Arturo I
— A' suoi comandi, replicò, girando attorno
gli occhi. Sono venuto a pigliare la sua valigia e
a requisirla per ordine di papà e di Tita che ci
spettano <ìa basso.
— Come? risposi; questa è nna violenza.
— Ambasciatore non porta pena, riprese il
giovine traendo seco la roba mia. Viene?
V invito hruscam eirte cordiale non ammetteva
replica ; e mi fu d' uopo seguirlo.
Quo! giovinetto era nativo di Luint, studente
. del Ginnasio liceale di Udine, primo o tra i primi,
della sua scuola, come lo era Tita di lui fratello,
ili un'altra.- ■ .
A' scolari che si distinguono per ingegno, per
istudio, c per condotta irrepprensìblle, vuol essere^
condonata una violenza di questo genere.
Trovai in istrada il padre di Arturo eoll'altro:
figlio, e ci mettemmo in cammino per Luint, nella
direzione del mezzogiorno.
— 173 —
Circa un chilometro sullo Comegbans passam-
mo il Degano su d'un ponte stabile, girando alla
nostra destra ; poi, attraversate a sinistra le ghiaie,
si varcò la Pesarina, sii ponte mobile. Cinquecenti
metri di là di questo fiume, che si perde suhito
Dell'altro, trovammo il paesetto di Luincis celebre
nelle storie friulane pei suoi Feudatari.
È qui il luogo di parlare della vendetta fatui
dal patriarca Nicolò della morte del suo predetto.*-
sore Bertrando,, i . ...t , ,
Nicolò era Aglio di Giovanni di Lussemburgo,
re di Boemia e fratello . dell' Imperatore Carlo IV.
Acceso di santo sdegno contro gli uccisori, del
suo antecessore, e forte per uomini o. per prote-
zioni, fece una guerra sterminatrice a tutti coloro
ch'ei sospettava implicati, nella congiura contro
Bertrando. Atterrò castelli, confiscò signorie, est-,
gliò, decapito, o fece impiccare i castellani. Uno
solo ebbe ardire di resistergli apertamente, Er-
manno di Luincis, cavaliere di grande animo, po-
tente per aderenze e per amistà. Cora' egli intese
che Nicolò devastava le terre de' suoi amici e
consorti, e a taluno di essi mozzava il capo, non
vide altra probabilità di salute che nell'uso delle
proprie forze. Strìnse perciò segreta intelligenza
col castellano di Socehieve, ninni il suo castello,
raccolse quanto più d' uomini gli venne fatto, e
si dispose alla difesa,
Nè il patriarca tardò guari a salire io Carda
— (74 —
con forte esercito, risoluto a finirla coi feudatari.
Penetrato nel Canale di Gotto attendò le sue
truppe sopra di Ovàro, lungo il Degano, in un
silo dov'è ancora un'antica chiesuola dedicata a
S. Martino. Era a due tiri di balestra dal Castello
di Ermanno, che sorgeva sul colle dove trovasi
ora la parrocchia della Pieve. Il campanile che vi
si vede è stato costruito colle pietre di quel ca-
stello. Ermanno co' suoi arcieri cominciò a inquie-
tare in tutti i modi i soldati del Principe-sacerdote,
e in parecchie sortite fortemente li battè. Ma il
patriarca, girali i forti vi pose l'assedio, bloccandovi
dentro gli abitanti, che erano hen forniti di vettova-
glie, non però di acqua. E fu appunto in conseguen-
za di tal difetto che (.ulncìs ha dovuto capitolare.^
Una notte, Enrico, figlio di Ermanno con
un pugno di animosi sorti del forte a (scortare
fino sul fiume sottopósto una squadra di nomini
che vi scendevano con vasi a provvedersi d'ac-
qua. Il patriarca, sia che si aspettasse a questa
spedizione, sia che ne fosse stato preavvisato da
spie, fece prigione il giovine condottiero con tutti
i suoi, avendoli assaliti improvvisamente. Onde
Ermanno, al quale il prelato aveva minacciato di
uccidere il figlio, se non si fosse Subito reso,
dovette venire a patti, e cedere te castella, salve
le persone e gli averi.
Come poi quei patti fossero mantenuti dal pa-
triarca Nicolò si vedrà tosto.
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— 175 —
Essendogli cadute nelle mani alcune lettere
del conte Roberto signor di Socchiove, nelle quali
eì parlava d' un accordo fra lai ed Ermanno di
Luincis, il lussemburghese se ne valse per per-
dere questi feudatari, a' quali diroccò daprima
i castelli, poi fece tagliare il capo nel castello di
Udine, insieme con Enrico figlio di Ermanno,
già prigioniero.
Questi sacerdoti, chiamati pii dagli scrittori
de' loro tempi, erano assai vendicatiti. Oltre i
tre nominati, furono fatti morire da Nicolò, En-
rico di Soffumbergo e Federico de Portis, impic-
cati, decapitato un Rizzardo di Varino, squartato
un Filippo de Portis. I castelli d' Invi Ili no, in
Carnia, di Porpelo, di Tareento, di Melso, di
Gramogliano con quelli di Villalta e Castellerà
furono pur distrutti da lui, che pochi anni dopo,
nel 1359, finì tranquillo i suoi giorni forse per-
suaso d'essere stato nn buon ministro Ae\V Agnello
di Dio.
Coita distruzione dei forti però, la Carnia andò
acquistando la coscienza de' suoi diritti popolari,
e Tolmezzo si avvantaggiò delle giurisdizioni e
dell' autorità strappala con tarila violenza dai Pa-
triarchi ai Castellani.
Sotto l' aspetto politico Nicolò di Lussemburgo
ha prevenuto Macchia velli, ed effettualo nel suo
piccolo principato ciò che fece uu secolo più tardi
in Francia Luigi Xf. ■ " * '
— «« -
I discendenti dei caduti Feudatari furono indi
in poi chiamali Gismanì, ì quali non avendo più
la potenza.de' loro padri, si univano in corpo, e
si facevano rappresentare da un capitano proprio.
Erano obbligati a servire in guerra con taglia spe-
ciale, perciò andavano esenti dalle gravezze co-
muni. Questi nobili spodestati facevano le loro
rannate a Ganeva, presso Tolmezzo, e vi prende-
vano le loro decisioni, che erano rispettate dai
Parlamento, godendo essi in comune i diritti de-
gli altri Baroni. .
A Luincis ci eravamo precisamente fermati in
casa del signor Fioreneis. discendente di Gismani,
e fìismano egli stesso. È il sindaco del comune
di Miope, Egli mi disse che esistono in quella
piccola Frazione altre due famiglie di Gismani, i
GorlAn e ì Crostila,
Questa specie di titolali è una vera curiosità
blasonica, giacché, per quanto io mi sappia, non
ne esistono altrove. Sarebbe un peccato che an-
dasse perduta, tanto più, se si dà che gli altri
somiglino pi signor Fiorepeis, che è una brava
persona.
Lungo la riva del Degano visitammo parec-
chi ediflzi "di seghe. Uno dei quali con lame
e ordigni di nuovo sistema, appartenente alla
casa de' signori Micoti -Toscano, ricchissimi pro-
prietari di Mione. II legname segalo in Carnia e
ridotto in assi di vario spessore, oltre di fornire
— 177 —
occupazione e guadagno ad operai del paese, as-
sottiglia anche la spesa della condotta qualora si
voglia porre in commercio, come si fa ordinaria-
mente, col mandarne fuori di provincia in grandi
commissioni, massime nelle Romague (1).
(1) Dopo aver toccato della pastorizia e dei boschi
come di due fonti di vita per la Carnia, dovrei dire che
vi si fa ìh legname un vivissimo commercio, special-
meii'e a Tolmezzo, d™; h coaw, ywA-A lmnii sy.p-
culntori, che ai tengono in corrispondenia con alcuni
dì Udine, e fauno bène i loro interessi ; ma' basti averlo
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XXXII.
Un Secolo vivente.
I miai lettori hanno già fatto conoscenza col
Dottore Giambattista Lupieri. Sappiano ora, che
egli era già medico di qualche riputazione a
Trieste sessanlassoi anni fa, cioè nel 1803. Es-
sendosi raccolti in questa città alcuni Cardinali
profughi da Roma per eleggervi un successore a
Pio VI, V andò pure il cardinale principe d'Yorck,
ultimo rampollo della dinastia degli Stuardi. Que-
sto illustre porporato era malalticcio, e lo affligge-
vano specialmente di tratto in tratto i dolori d' un'
ernia che metteva spesso in pericolo la sua vita ; on-
de in qualunque luogo eì giungesse domandava tosto
I" assistenza d' un medico. Così fece a Trieste, dove
il protomedico della città gli pose subilo allato
il Dottor Lupieri, giovanotto di grande ingegno,
di spirito, di sapere, di perfetta educazione. Istal-
— 179 —
l,i tosi questo elegante ministro d'Igea in casa
del Principe fra una corte di preti, di cavalieri,
di camerista di cuochi, di guatterì che il cardi-
nale traeva seco e manteneva e stipendiava splen-
didamenle, gli prestò le sue cure e lo esilarò pure
sovente colle sue amenità. Sicché quando il car-
dinale, consigliato di mutar aria si reco a Padova
pregollo di volerlo seguire. Lupieri, vago allora
di novità l' andò ad accompagnare e visse seco-
lui per oltre un mese nel convento di S. Giu-
stina facendo quasi vita monastica. Egli racconta
che il principe era buono, religioso, melodico,
ma che aveva un temperamento subitaneo e in-
fiammabile ; e guai I a chi gli fosse venuto fra
mani nei suoi momenti d' ira. Aggiunge però
ch'egli si tirava sempre d' imbroglio con qualche
tratto di spirito. Dipinge poi cosi bene tutte le
avventure e le particolarità di queir epoca e di
quella corte che ti sembra di assistere di presenza
a tutti quei fatti, e pensando al cardinale assistito
dal giovane medico abbracci coli' immaginazione
quasi due secoli.
Il cav. Lupieri vive ancora a Luinl vegeto e
sano nell' età di 90 anni. È il nonno di Arturo
e di Tita, coi quali» salito i! dorso d'un monte
per boschi e prati, giunsi a questo villaggio. La
di lai figlia è la signora del bravo Dottore che
Ci aveva accompagnati, madre di Tita e di Arturo.
Fu dessa che mi presentò al suo geniture.
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- 180 -
Rimasi stupito nel vederlo sì prosperosi! e si
presente a sè slesso, e più mi stupii quando mi
propose di fare con lui una partila agli scacchi,
nel qua] giuoco è maestro.
Tutta la Carnia ha grande stima di quest'uomo,
che nella sua vita ha sempre mostralo fermezza
di carattere, alti propositi, amore alla Patria co-
mune. Egli può dire col Giusti: .
* fon ho piegato » — Nè pencolato. »
Liberate senza millanterìe in tutte le età, ne! 1809
movendo contro gli Austriaci fu fatto prigioniero,
e trattato come volontario stava per essere fuci-
lato a Lìenz, se il conte Rusca lombardo, gene-
rale di Napoleone, non giungeva a tempo per
liberarlo.' 1 - ' : ' '■ '"' 1 : ' '" " " v "' ' ■ ■
Nelle ultime campagne dell' indipendenza ita-
liana ha perduto l' unico figlio!
Questo amore di patria è anche nel genero, e
nei nipoti di lui, uno dei quali morì a Firenze
dopo aver preso parte alla guerra del 1866.
Spoglio dei pregiudizi religiosi comuni alla
maggior parte dei vecchi, vive tranquillo sotto
l' usbergo del sentirsi un uomo onesto, e sollecita
co' suoi voti la caduta delia Roma medievale,
come necessaria al trionfo della Civiltà. '
Qnanli giovani sono più vecchi del vecchio
Giambattista Lupierl!
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XXXiHL
la Mozza e te Vipere.
l'assai quella prima sera in compagnia de'
miei ospiti, deliziosamente rapito dal suono del
gravicembàlo, dal quale la mano maestra del
dottore M;.i. -traeva -ineffabili armoni* <
La mattina det di vegnente salimmo a 1 Miope, che
dista appena di mezz' ora (fa Lirint. Chi dal livello
del Degano solleva gli occhi' vèrso Mione, dispera
sicuramente di potervi 1 grahgére in altro 1 modo «Ite
appiedi, ovvero per arti, in ballon trttmlè. Ma la
famiglia Micoli-Toscano ha trovato ii mezzo di
potervi salire commodaroeùte in carrozza, avendo
fatto fare a sue spese una beltà 1 Strada.
Il villaggio noti ha nulla di bello, tranne !a
casa di questi signori, che per !a sua mole, e
pel suo tetto curioso, si vede a molte miglia da
lungi. :•,•):
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- 182 -
Entrammo in essa, e vi trovammo la giovane
sposa bella ed alzata, che senza stucchevoli ce-
rimonie, ci die subito il ben venuti. Dopo la co-
lezione si voleva fare una scorreria pei dintorni,
giacché il sole splendeva io tutta la sua bellezza.
— Vengo anch' io, disse la signora, andremo
a veder la Miozza.
Prese il parasole e partimmo insieme.
Nel traversare il paesello passammo per la
piazza del Plebiscito, ci' è in faccia alla Via Sten-
tina, e volgemmo a sinistra pel Borgo d' Italia.
Anche lassù s'era aggrappata la politicai In un
quarto d' ora si giunse a un silo che è il più
vago di quei contorni. ,- L
Di là si domina la maggior parte del Canale
di Gorto e una valle profonda cinta di burroni
di piante a di prati, che si denomina la Miotto,.
La strada per cui riuscimmo a quel punto era
piana, fiancheggiata quà e là da cespugli. Cammi-
nando s'udiva di tratto in tratto il fruscio dei
ramarri e delle serpi che si godevano il sole, e
fuggivano a nascondersi tra le frasche al nostro
passaggio. . . i .
— Vi sono molte vipere qui ? domandò la
signora al Dottore.
— Molte, signora, rispose questi; e sta bene
guardarsene.
— E come si fi? ......
— È cosa facile, risposi io. Nei paesi meri-
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— 183 —
dionali, specialmente in Afrisa, i viaggiatóri so-
gliono andar muniti d'una baccheltina di legno
che tengono sempre in mano.
Le biscie hanno una gran paura di quella
Targhetta, e se ne fuggono al solo vederla.
È la vera bacchetta magica.
— Ci vuol poco ad armarsene, osservò. Ma, e,
se beccassero?
— Si deve ricorrere subito ai rimedi, giacché
indugiando il ferito se ne morrebbe.
— E quali sarebbero i rimedi più pronti ?
— I liquidi spiritosi, rispondemmo: l'acqua-
vite, il rhum, f alcool, e in mancanza di questi,
anche il Tino.
— Molto a proposito poi verrebbero le frega-
gioni con ammoniaca sulla parte ferita, aggiunse
il medico, e in complesso tuttociò che serve a
riscaldare il sangUB de! parente, e a far nascere
la reazione vitale, 1 1 .
— Et chi non usasse tutte queste cure, do-
mandò con insistenza la signora, potrebbe anche
morire ? .'.ìi
— Certamente, rispose il medico; tanto é
vero che nel bosco di Cansigiio qnesf estate
perirono due o tre persone, beccate dalle vipere.
Questo dialogo fini là, nè alcuno si diede più
pensiero di quelle serpi. Ma il Dottore appena
rientrato in casa cercò una bottiglia di ammoniaca
che gli pareva di avere, cóme se fosse stato pre-
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— 484 --
sago di ciò che doveva succedere ; e diede un
sospiro di soddisfazione quando gli capilo Ira'
mano.
Ci mettemmo a tavola eh' erano le due ore.
Avevamo appena mangiato la minestra che il
campanello di strada suonò: Che é? Un medico
non può mai dire: potrò mangiarmi tranquilla-
mente un buon boccone. Era un pretino giovane
alto tre piedi e una quarta, ebe venivi tulle an-
sarne a chiamare il medico per la moglie del Cur-
sore di Miorie la quale era stata morsicata m un
piede da una vipera sulla montagna, e versava in
grave pericolo di vita.
— E dov'è? chiese il Magr...
• — Là tirano- giù 1 in islitta perla via 1 Stentarla,
rispose il préte/t
— Sciocchi t eBìimò il dottore, perchè non
farla correre invece? Dite 1 ài Cursore- ebe verrò
subito. .*.■''■';■ "■•->:-
E, data al messo'te* boccetta ideH' atnirfoniaca,
gli raccoroandò, 1 che appena 1 tosse' giunta la donna
al villaggio strofinassero per bene il piede con
panno inzuppino in quel liquido.' ' : —
Noi ripartimmo Ala 'volta di 'Mi on e' pochi
minuti dopo, e avvicinandoci alla casa dell' am-
malata udimmo uscirne piànti e strilli da tutte
parti. Avevano trasportato la donna nella sua
camera e non dava più segni di vita. La testa
era pendente in avanti, un pò ripiegala sevra
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- 185 —
una spalla, gli occhi erano chiusi, gonfi, e grossi
con profonde lividure all' intorno, la ironie pallida
e increspala, le guance sfigurale: non pareva più
lei. dicevano le comari. La vipera l' aveva beccata
sotto la noce del piede presso l' orlo del vuoto
interno. La morsicatura era segnata da un punto
nero, piccolo come una lenticchia; ma il piede
era grosso e tutta la gamba fredda e quasi vio-
lacea. Un torpore fatale s' era impossessalo di
tutta la persona. Gli astanti, di cai era ingom-
bra la stanza, continuavano a piangere e a far
confusione, ii marito che si ravvoltolava a piedi
come un demente e guaivà da passar le mura-
glie, non serviva che d' imbarazzo.
— Fuori tutti I gridò il medico, tranne il cap-
pellano.
E, per amore o per forza, se ne uscirono.
Rimasti soli cominciammo a fregare col panno
bagnato nello spirito d'ammoniaca la parte offesa
dandoci il cambio. Era to stesso che strofinare una
pietra.
— Apritele ia bocca e gettatele giù per la gola
dell'acquavite, disse il dottore. . >
Eseguimmo quell'ordine. In tre minuti ella
aveva inconsciamente tracannato due bicchieri da
tavola di spirito, poi un altro, poi uno di rhum,
tanto da potersene ubbriacar tre facchini. Di li a
poco ella cominciò a dar segni di vita e a strillar
come un aquila.
Il Htmorie della Caini.!
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— 186 —
— È salva ! gridò il medico.
Qualche isiaote dopo un color vivo e rosso
le si diffuse per le orecchie per le guancie, e il
cuore cominciò a batterle violentemente. La rea-
zione era cominciala e, il calore si spargeva per
tulle le membra, occupando mano mano a oche
la gamba morsicata, che pareva quella di uno
che fosse morto d' idropisia. Allora il dottore
fece adagiare la donna sul Ietto, e le ponemmo
aopra un monte dì cascini, continuando a strofi-
narne la gamba in modo da levarle quasi la
pelle. i >■■ :: ■■ ;
Dopo un' ora ella sudava, e diceva di star
bene, solamente si lagnava di sentirsi come ub-
Noi avevamo salvalo quella donna, ch'era bella,
fresca, e madre da due soli mesi di una bella bam-
bina-
Quando uscimmo dalla stanza, ella sorrìse al
marito, ebe non piangeva più . . .
. I maestri e i preti dei luoghi nei anali le
biscié \sooo in tanta abbondanza come qui ed a
Muina, dò crebbero ammonire i paesani de! peri-
colo che sì ctì«B..Bndando per prati, e per fratte
senza scarpe, o gatosciie.
E, nata la disgrazia, dorrebbero essi stessi por-
tarvi pronto rimedio.
Digitiz&ttsy Cotjgfr
XXXIV.
L' ultimo giorno di agosto si pensò di fare
un' escursione per la vaile di Pesarti*, bagnala
dalla Pesarina. Questo bel fiume ohe corre quasi
in linea reità per otto e più miglia, entra nel De-
gano incendo una zanca a mezza strada fra Luint.
e Comeglians. come abbiamo veduto. La valle
di Pesariis è presso che tutta occupala da
dieci frazioni che formano iF connine di Prato fi).
Non posso parlare della vaTTata di Pesariis
senza notare che (Taf Segano fino ad Osàis (da
circa sei miglia di lunghezza) c' é iF miglior tronco
di strada che esista in Gamia. Chiesto tronco si
(1) Le dieci frulloni sono: Prilo, Pieria(f), Cuhei,
Osì'iÌs. Trnja <P), Pesarìii, Passili, Sos!;isio Avm;. ,
V insidia (f). lì comune ha 2381 abitsmti, 1S2 scolari.
'>02 era ijjr unti.
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slacca 3 destra della via principale, ma trascura-
tissima della valle di Gorto, e seguendo la sini-
stra della Pesarina, s'inoltro fino al paesello che
abbiamo detto, a piano dolcemente inclinato. Da
Osàis a Pesariis, altre due miglia, la si farà la
prossima primavera.
Prato è quasi ne! centro della valle, un bei
villaggio presso la riva sinistra del Gume, c appic
d' una costa felicemente soleggiala, nella posizione
del mezzogiorno. Il nome toscano, ii campanile
pendente, l' aria e la lìsonomia della Terra, un
pò diverse dalle altra, mi fecero cercarle un'ori-
gine non cannella; ma sarà davvero una fantasia.
Tranne uno, tutti i paeselli di questa vaile
sono in bella situazione e a manca della Pesarina,
in clima abbastanza mite. Il grano turco, i gelsi,
e molli alberi fruttiferi vi allignano prosperosi.
— E perchè no la VHef(l) Chiesi a taluno
della ricca famiglia Casali.
(1) Secando i miei calcoli, fatti collii scorta del-
l' espertissimo agronomo cav. G. H. Belisi ti di Feltra,
i vigneti di Prato starebbero fra i ponti climcnoloeirì
K40-S52, H ina' ultimo corrisponderebbe alla posizióne
di S. Gregorio, nella provinrin di Belluno, dove si fu
un vino discreto. In quella provincia vi sono viti per-
fino a Sorriva, che è a 908 punti Iti Aquila degli
Abruzzi, che ha dei vigneti sopra gii 822 punti, si spre-
me un vino che ha molto più forza e gusto del no-
strano. Montepulciano in Toscana è a punti rtinienntn-
eici 754. Levico. ih Tirolo a 797, Par le-Dóc, dova si
fa deli' eccellente ScùHHpngna a punti 705.
— 189 —
— Non se d' è fatta sperimento; mi rispose.
Dall' imboccatura della valle sino alle ghiaie
sfranale del Rio Fuina che è di là da Osa Ls avvi
un lembo di riva che sembra creato a bella posta
per un vigneto. La vite di Borgogna e a" Unghe-
ria vegeterebbero rigoglioso in quella plaga. Or
perchè, non vi si piantano? In quattro anni se
n'avrebbero bottiglie di vin pesarino da far in-
vidia alla Costa d' Oro. ; ■ , '
Continuammo il nostro cammino.
A Osàis ho veduto, nell' antica abside della
chiesa, degli affreschi stupendi dipinti fra i sesti
acuti della vòlta e i campi delle pareti. Il conte
ValenLinis in una sua pregiata Memoria sulle
pitture non illustrate della Carnia attribuisce quel
lavoro a Domenico da Tolmezzo. Quanto a me
non saprei contradirgli; ma non mi pare che in
altre pitture il tolmezzino siasi mostrato cosi va-
lente come in queste. I costumi e le figure ri-
tratte sii queste pareti, nonché l' insieme della
composizione, sono senza confronto migliori di
quelle delle absidi di Luincis,di Lui ni, e di Soc-
chi ève, pure assai belle* specialmente quelle di
Socchieve; e mi richiamano degli affreschi di
Toscana, dipinti dai discepoli di Giotto. Onde mi
parrebbe di poterlo riportare agli ultimi anni del
Trecento, o ai primi del Quattrocento. Ma a qual-
siasi età esse appartengano, sono stupende per
disegno e per colorito, e degne di quei delicati
.Digitizsd by Google
— 190 —
riguardi, che non s' ebbero sino a qui. Basti dire
cito lina parete dell' abside venne bucata per
praticarvi nna finestra fra te gambe e te teste di
alcune di quelle figure, e che (diffìcile a credersi 1)
fu perfino sfondata una parte del muro dipinto
per farvi . . . che? Una nicchia pel secchiello del»
1' acqua santa!
Ne fo reclamo air" onorevole Commissione
uscita dal seno dell' Accademia Udinese per la
conservazione dei capi d' arte. 1
C'incamminammo verso Pesariìs che è l'ul-
tima frazione del comune di Prato, chiusa, come
net fondo di un sacco, da settentrione, occidente
e mezzogiorno. Per parecchi mesi il suo campa-
nile non viene rallegrato dal sotei '■' 11
Il prete era a pranzo, il sindaco a tetto. Feci
risvegliare quest' ultimo per con gratili armi con lui
della magnifica strada quasi compiuta. Quel sin"
daco ha poca eloquenza, e un gesticolare curioso ;
ma è benemerito del paese.
— Bravo! gli dissi. ■ ; <<■ >*>■•>'■•■■ - -
— ■ Bravo il medico Magrini, eh ! rispose met-
tendo il naso fra l'indice e il medio della mano
destra. Egli ha brontolato : tanto, finché ì pur
convenuto che la facessimo questa benedetta stra-
da! Ora però ne sono tutti contenti.
Dal Curato ho bevuto un bicchiere di conserva
di berberìs d' un gusto squisito. Tutte le ghiaie
— 191 —
del torrentello e latta la strada da Pesariis a
Osàis sono vermiglie pegl' infiniti grappoli di
qaesl' uvetta di sapore acerbe e astringente ; ma
non pensava che se ne potesse fare una conserva
cosi gustosa.
Presso a Pesariis ci sono due sorgenti di ae-
que minerali come ad Afta, l'una con zolfo e
magnesia, l' altra di ferro. Il medico mi disse che
per certe malattie sono rimedi d' una grande ef-
ficacia. Sono però poco frequentai*.
XXXV.
•vara e Gfeiditieo.
Nel rifare la via del mattino, seguimmo il
Dottore che doveva andarsene Ono ad Ovaro.
Passammo quindi il Degano pel gii nominato
ponte, costeggiammo la sponda sinistra del dome
e giungemmo rimpetto a Luinl. Quivi appunto è
Ovaro(i), il quale sebbene sia qualche miglio di
sotto di Comeglians, pure di livello è 17 metri
più allo. Di qua si vede benissimo dov' era l'an-
tico castello di Agròns, e il silo dove ne sorgeva
un altro, appartenente pure ai signori dì Luincis,
il quale chiamasi anche oggidì il Ciastellir. Nella
valle pesarina mi venne additato il luogo in cui
era un terzo castello quasi in faccia a Prato
alla destra del fiume che si chiamava di Pradum-
bii, anticamente poi: il Castello delle Signore.
(1) Comune di sei frniioni {Ovaro, Chialins. Clauttì-
nico, Leniont. Clavais, Liariis) ron 1182 anime, tre
scuole, 155 scolari, 168 emigranti.
-
— m —
!q questo comune, e precisa mente a Claudinico.
la Società Veneta fece grandi lavori per la raffi-
vaziom del Litantrace (carbone minerale!, i 1" a ''
erano Stati iniziati con poco successo nel 1840
a Raveo. Dal 1SB3 al 1865 la Società ottenne dai
fatti assaggi utilissimi risultati, e le arridevano 'e
più belle speranze; ma fallita l'impresa di Avan
za, non credette di continuare i lavori nemmeno
a Claudinico, dove le opere di approccio avevano
isolato già una massa considerevole di combusti-
bile. La proprietà della miniera fu ceduta al si-
gnor Pietro Ciani di Tolmezzo che sullo scorcio
dei passato anno riprese i lavori, sospesi da Ila
Società qualche tempo prima, per l'estrazione
del litantrace dalle gallerie, e va continuandoli
con esito felicissimo, potendo egli esirarre da
300 quintali il giorno d' un eccellente combusti-
bile, e somministrarlo a prezzo assai discreto alle
industrie friulane (a 32 L. la tonnellata); mentre,
quello dell'Istria, di qualità molto inferiore, co,
stava molto di più (38 L,) (i).
(1) Ebbi anche questi cenni dal genti li ni mo signor
prof. T. Tarameli!. II aigoor Pietro Ciani mi assicura
che quando avrà messo in attività una sua .macchina a
vapora acquistata in Inghilterra per una condotta più
spedita e meno costosa, dal ponte del Fella a Udine,
potrà dare il carbone a 30 L. la tonnellata. In tanto
difetto di combuirtibile, sarebbe una provvidenia ; tanto
più che il litantrace sembra abbondare da quelle parti,
affiorando sopra una vasta estensione da Claudinico ad
A vaglio, a Lanco, a Raveo.
- m —
Da Ovàro, dove -asi stemmo a un battesimo, si '
ripassò il Dogano som un ponte di pietra, presso
il campo di S. Martino dov'era atteudato circa
cinque secoli fà, il belligero patriarca Nicolo. Ci
arrampicammo sii per un bosco di pini e si giunse
in venti minuti a Luìnt. Cosi quella mattina ave-
vamo Tatto un giro di diciasette miglia, e guada-
gnato fl nostro pranzo col sudore della nostra
fronte. Per fortuna anche 11 medico ra lasciato
tranquillo e potemmo assiderci insieme alla mensa
lautamente imbandita, per opera della di lui
signora, che sa far manipolare delle vivande ghiot-
tissime. Alle frotta fu servito del cacio semi-
salato e grasso d'un gusto delicatamente squisito,
coagulato e preparato, mi pare, nelle malghe
dalla famiglia Casali. Non bo mai mangiato del
formaggio così saporito. Tra le frutta poi, oltre
alle prugne, alle pere e ai fichi di casa, c' era
dell' uva matura regalata quella mattina al dottore
dai Signori Micoli di Moina, paesello che dista
appena mezz'ora da Luint: cosa meravigliosa fra
le Alpi carnichet giacché eravamo ancora in Ago-
sto; e di buon augurio p*' futuri viticoltori della .
valle di Prato. '
XXXVI
Ina salila a la oca.
Partii da 1. 11: i il primo di di settembre, e
scandendo pel dorso d'ori colle per sentieri solo
noli alle capre, passai per Cella, dov" è la par
roccbia di Canal di Gorto rulla famosa vasca per
battesimo d' immersione, e col campanille fatto
colle pietre del castello d' \ ■ i - ; e tirando a
destra per miglior via ftiunsi a Miiìiu. Si pre-
tende, senza fondamento, cho qui fosso l' antica
Hwnwnia, celebre per on S. Pelagio, di cui la fa-
miglia Spinetti ha regalale alla chiesa le reliquie
Li casa di questi signori é cosi soleggiata che
le liiscie le hanno particolare affezione ; e spesso le
trovano ospiti Innocue accanto al fnneo.
Fatta una buona colazione preparataci dalla
«ignora Miceli, calai sul ponte del Degano, iti
quinto che mi toccava di passare, e venni alla sini-
— 106 —
sin Sponda, alquanto sullo di Ovaro. Quivi in 8 lata
■ strada che va a seconda del Buine verso Villa ne
percorsi un bel tratto ; e pervenni al casale ili Cia-
sis. dn>c trovasi mosto a proposito una modesta
osteria.
ratta una seconda ',o terza T) refezione, invece
di continuare il cammino verso Villa presi il
sentiero che riesce alla montagna verso Lasco,
e m" avviai a quella volta col massimo sangue
freddo.
E sii, e sii per la costa spoglia di alberi con
un sollioue che pareva di loglio. È pure una gran
fatiti qualche volta mandar ad effetto i propri dise-
gni? Ma se si ha fermezza di carattere ci si riesce.
Laoo ;1) è sopra il capo avanzato d' un altis-
simo promontorio tra la vallo di Corto e il profondo
letto della Vioadia. Per arrivarci bisogoa sellaio*
narsi. Io vi giunsi alle undici antimeridiane, dopo
aver percorso i lati interni di nn V che abbia
fatto, come direbbe un caporale italiano, Il suo
f»r/ì/ a sinistra. Laqep ó un paesuccio da mon-
tanari, ma ricco di prati di pascoli u di animali;
forse il più ricco della Carina, per animali, e.
senra forse, il più privilegiato per la rara bellezza
delle sue donne.
;|i Comune ài a«ttc fazioni 't.niicn. Allegnìdi», bul-
le». VintóB, l*te«o, Tarila. Trtwf). H« 3*161 ahi-
liuti. 113 scolari. 748 {<:) cmignmU, la più parte
editori.
- 197 -
Appena entrato in paese sentii hisogno di ri.
sturarmi e mi recai subito all' osteria. Passando
dalla chiesa, vidi degli uomini in alto sul!' arma-
tura che lavoravano nel campanile.
— Come ! dissi tra me, non ci sono strade
per venire a Lauco, e si spendono I danari nella
costruzione del campanile 1 Che meraviglia?
All' osterìa trovai un signore in animato col-
loquio con un contadino che sembrava fargli da
relatore.
— Dunque, che dicono delia strada ? chiedeva
il primo.
— - Dicono che è lei che la vuole, rispondeva
il contadino.
— Ebbene, si; soggiungeva il signore, ma la
voglio pel bene comune. . 1 " ■'■
— Ed essi non la vogliono intendere, osser-
vava l'altro. Dicono che i loro vecchi vissero
felici senza strada.
— Ora i tempi, i bisogni, e gì' interessi, sono
mutati, replicava il primo. Vorremmo nói essere
soli che vogliano vivere segregati dall' umano
consorzio ?
— Un tale disse , continuò il referendario,
che pel campanile è pronto a dare anche quat-
tromila lire; ma per la strada neppure un cen-
tesimo.
— Bravo! E "l'anno scorso gli è morta la
moglie per le troppe fatiche durate l Se da Villa
— m -
a qui ci fosse Stata una strada carreggiabile, ciò
non sarebbe avvenuto. La maggior parte delle
.nostre donne ammalano e muoiono pegli ecces-
sivi slrappazzi, massime pei pesi che portano sù
pei creili da Villa a Lauco. >.>-...
Malgrado ciò, si spendono diecimila lire pel
campanule e si stenla a votame trentotto mila
per una strada!
— E non si la? domandai io.
— Eh si farà, signore, mi rispose il Sindaco
che era il primo dei due, si farà. Ma se la cosa
dipendesse da questi montanari, sarebbe inutile
favellarne. .--,,> : ■ ;
— Fatto sta, osservai, che il Governo gliela
imporrebbe d' ufficio, fra qualche tempo, se il
comune non la facesse. E in questo ha ragione.
La stanza intanto s'era riempita di operai
che venivano a farvi il loro . desinare. Uno di co
storo che prestava la sua opera gratuitamente
nel lavoro del campanile:: :
— E che? disse: può mai il Governo imporci
delle spese inutili? . . . ......
— Le spese di strade non sono mai inutili,
risposi. Dallronde, non sarà il Governo; ma la
legge che la ordinerà.
Questa risposta fece grande impressione su
quei contadini; perchè è da notarsi che i carnielli
sono gente governabile, e della, legge assai ri-
spettosa.
— m —
— La ringrazio, mi disse poi a parte il Sin-
daco. Queste sue parole matureranno buon fruito.
Intanto sappia, che, sema spaventarmi delle op-
posizioni, ho fatto già venir sopra luogo una
Commissione d' ingegneri per tracciar la via, pian-
tar le patine e le livelle; né mi ristarò dall' affa-
cendarmr, sinché non abbia ottenuto lo scopo
prefissomi pei bene di questo comune-
Bravo il Sindaco di Laucot
Dopo la refezione Ce la quarta?) mi prose va-
ghezza di recarmi a Vinajo, il paesello il più
nascosto fra tutti quelli della Cam in. A quanto
ne ho potuto capire dal giro fatto, panni che sia
nel mezzo fra l'uno e l'altro Canale, sopra una
retta che passasse da Terzo sopra Raveo.
Per andarvi da Lauco è daopo salire una buona
ora per prati per fratte per boschi, e. quasi per
altrettanto discendere. Postomi in via, raggiunsi
presto una fanciulla che se n' andava a quella
volta, recando in mano una medicina, e mi si
offerse cortesemente per guida. Che differenza
fra le donne di Lauco e quelle di Timau I Quanto
questo sono ruvide e brutte, altrettanto quelle
sono gentili e vezzose. Ne ho incontrate parec-
chie ebe calavano dalla montagna col fascio del
fieno sul capo, e ti posso assicurare, o lettore,
che difficilmente si veggono donne piii belle delle
lauchesi. Ben proporzionate e formose, hanno
Diqitized bv Google
- 200 —
carnagione bianca e delicata come se vivessero
in un serraglio. E non so davvero comprendere,
onde possa derivare, che quelle giovani soggette
a tante fatiche, oppressale da tanti carichi, dar-
deggiate da tanto sole, possano conservarsi cosi
avvenenti. A metà strada ne vidi una eh' era un
incanto, Marianna. I suoi occhi sotto alla pezuola
splendevano, scintillavano. Le sue guancie di se-
dici anni, bianchissime, o soffuse qualche istante
da un leggero incarnato che le facea trasparenti.
La statura avea snella e giusta. Era scalza, ma
pulita, e vestita con qualche eleganza. Era uscita
in sul prato davanti la sua casa per sorvegliare
ì falciatori del fieno.
— Che fai tu qui ? le domandai.
— Son venuta a vedere che cosa fanno que-
ste opere, mi rispose; e Lei dove va, se è lecito?
— Vo girando pel mondo, replicai.
— Allora ha sbagliato strada, soggiunse.
— Perche?
— Perchè qui siamo fuori del mondo. Eppoi
non c' è nhlla di bello da vedere da queste parti.
— Se non ci fossi che tu, ci sarebbe pure
abbastanza di bello, mormorai, seguendo il corso
d' un' idea estetica.
Ella intese il mio complimento e ne rimase
un pò confusa ; ma sogginnse tosto :
— Siamo contadine e non abbiamo la buona edu-
cazione e i modi della citta... Dov'è diretto, di grazia?
— 20i -
— A Vinajo.
— Dio t per questi luoghi !.. E va solo ?
— Nò; colla scorta che vedi lassù, dissi ad-
ditandole la fanciulla che m'aveva preceduto.
— Faccia almeno un pò di merenda con noi.
Non abbiamo cibi da pari suo; ma tanto qualche
cosa da mangiare c' e.
— Ti ringrazio; ma ora non posso. Nel ri-
passare da qui li verrò a salutare.
E così restammo inlesi.
\inaio si sprofonda tra una corona di erte
montagne come un nido di falco. Non so a chi
abbia potuto saltar in capo lo strano pensiero di
fabbricare un passetto in quella inospita landa.
Mi calai giù a precipizio sopra quel gruppo
dì case, ma prima di giungervi dovetti passare
un ponticello dal quale osservai cosa degna di
anmirazione. Il piccolo torrente Dongiaga (Presso
V acqua), scorrendo chi sa mai da quante migliaia
di anni sulla viva pietra, la scavò "siffatta ni ente,
che il suo letto è divenuto utia profondissima
scanalatura che sembra lavorata regolarmente da
mano maestra, e levigata come per pomice.
A Vinaio, se togli la bellezza delle donne,
non c' è proprio nulla d' interessante. Onde corso
in tre minuti il villaggio, mi recai all' osteria, al-
quanto disilluso e molto affamato.
— Che avete di pronto. I chiesi all'oste.
lì Meo»™ iella Ca.nia
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- 202 -
— Delle uova, mi rispose.
— E burro fresco?
— Non ce n' é. ( Pare impossibile su que'
monili)
— Sudatemi delle uova.
E me ne ho sorbile quattro uno dopo l'altro.
Poi tratto 1" album, mi diedi a colorire un costume
di donna copiato il giorno avanti.
L' album i colori e la presenza d' una persona
civile a Vinajo, dovevano eccitare la curiosità pub-
blica. Infatti in un momento la stanza si popolò
di pente ed io venni pressoccbé bloccato. Quan-
d'ebbi finito il mio costume, s'accostò un omic-
cialtolo alto tre piedi con naso grosso, color tabacco,
e testa sproporzionatamente grande, e:
— Siete pittore? mi disse.
— Si, risposi; avete comandi?
— Vengo subilo, soggiunse accennandomi di
pazientare. E disparve.
Pochi minuti dopo tornò traendo a mano il
mnnaco (sagrestano) che voleva darmi commis-
sione di rimetter la testa alla Madonna, che l'a-
veva perduta. Gli feci capire che per allora non
potevo fermarmi, e si restò intesi che ci sarei
ritornato col tempo e cogli ordigni indispensabili
per quella fattura.
Il nano però che era intraprendente e senza
misericordia mi presentò suhito dopo una heìla
fanciulla, la figlia dell'oste, perchè le facessi il
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— 203 -
ritrailo. Vedendo di non potermene liberare (del
nano), e per sostenere la mia parte di pittore,
mi posi a disegnare, poi ad acquerellare l' imma-
gine della giovane, che pei molti e grossi difetti.
0' immagine): avrebbe fatto ridere il mio maestro
Anlonioli. Tuttavia il ritratto incontro il gusto
del pubblico, e i genitori della fanciulla stettero
peritosi nell' offrirmene un compenso temendo che
non avesse ad essere troppo scarso.
— Per questo primo saggio, non voglio retri-
buzione, risposi. Falerni I! conio.
— Perdoni, osservò 1' oste un pò imbarazzato
lei s' è incomodalo a tirar gin mia figlia, ha con-
sumato tempo e colori e non ha voluto denari.
Se non la offendo ia prego di voler far fatta,
e pagati.
— Accetto, risposi. ■ ■
— Ed egli tulio contento corse in cantina a
pigliarmi un altro bicchiere di vino, eh' io bevetti
sopra mercato, per non fargli torto.
Era la seconda volta che l'arte del pittore
mi fruttava alcun utile. La prima volta m'era suc-
cesso un caso consimile a Casal dei Rizzi, dove
avendo fatto sulla parete, con carbone, il ritratto
della padrona di casa, questa fece una bella po-
lenta . tagliò a fette tutto un salame, porlò in
tavola un buon boccale di vino c mi fece far bal-
doria in compagnia dell'amico mio indivisibile.
Occioni-Bonaffons, che non aveva proprio avuto
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nè colpa , db merito in quella impresa. Ma che
farci? Si dovette mangiare, e ridere.
Nel tornare a Lauco passai dalla casa della
bella fanciulla die in' aveva invitato il mattino,
la quale m' aspettava colla tavola apparecchiata.
Sul candido manille stavano due piatti con sa-
lame, cacio, e prosciutto; recò una bottiglia di
vino eccellente , fece portar delle frutta , poi
venne a sedersi d'accanto a me con due sorelle
minori, egualmente gentili. Che si poteva deside-
rare di più?
Davvero che certi idilli non sono sogni t
Ed io ricorderò sempre questo, in cui Ma-
rianna G . . . bellissima tra le carniche giovanette
m' apparve come il Genio dei prati amabilissima
per avvenenza e per fiore di gentilezza.
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XXXVII.
Villa Santina Gabriella, e il Segnafore.
La sera splendeva la luna in tutta la roton-
dità del suo disco argenteo, ed io scendeva pel
cretto di Villa Santina (1). Chi non ha veduto
quella nuda roccia screpolata, fessa, squamala,
non può farsi un'idea di quell'orribile e perico-
loso sentiero. Chi lo guarda da Villa in sù, non
sa comprendere come per quel dirupo alto come
quindici, o venti altissimi campanili una persona
possa trovar il modo di camminare e tenersi ritta.
Pure è per di là che le donne dì Laura e Vinaio
portano nei gerii il grano e la farina al loro pae-
sello. Povere donne I
Saltando a sbalzi di punta in punta giunsi sopra
[i) Comune di d«e fraiioaì, (Villa e invillino), con
1051 abitanti, 45 scolari [?), 100 emigranti.
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Villa. Giovannino, che da qualche di si trovava in
questo paese, avendo saputa della mia volata a
Lauco, era venuto colla sua signora a incontrarmi
in piacevole conversazione raccontandoci a vicenda
le avventure del viaggio. Seppi allora come giunti a
Paluzza egli e la sua intrepida metà aveano dovuta
retrocedere per colpa del tempo e delle pessime
strade, per la valle del But. Era per questo eh' io
li trovavo isperalamente a Villa (1).
Intanto che mi si preparava la cena, s' udì
un suonar di corni e un chiasso festoso che ri-
destava gli assonnati abitatori di quel paesello.
Che era mai ? Giungevano in quel punto almi)
cacciatori che pei vicini hoschi avevano uccisi
due grossi camosci, e in pochi istanti l' osteria
e il sottoportico e il cortile furono invasi da
molti curiosi. Fra gli accorrenti c' era un gio-
vane studente, Ignazio R., il quale adocchia-
tomi, e ravvisatomi, andò a denunziarmi a' suoi
genitori. Questi, mossi da gentilezza d' animo gli
ordinarono subito di giuocarmi il tiro che riuscì
tanto bene ad Arturo, a Comegtians, onde m' e
stato d'uopo seguir lui e la mia valigia, t inutile
(1) Giovanni M e giovane cólto e sinrliosissimn,
prof, di Letteratura italiana e dì Storia all' Istituto Tee,
Dico di Udina.
appiè del cretto, e a stupirsi,
agilità da capriuolo. Ci abbr
cammo insieme all' albergo doi
mo un'ora
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— 207 —
aggiungere che in casa R... m'ebbi accoglienza
e trattamento cortesemente ospitale. Ai qual pro-
posito devo rendere ai carnìelli in generale questa
pubblica testimonianza, che sono veramente cor-
tesi anche verso coloro che non conoscono.
Nella stanza che mi venne assegnata lutto era
elegante, di buon guslo, e disposto in bell'ordine, (
fra le altre cose, alcuni libri di amena lettura, e
dei gingilli da signora. Questi ultimi oggetti ecci-
tarono la mia curiosità, e mi feci a studiarne più
attentamente il linguaggio fra le pagine, e sulle
pareti, dove apparivano traode di caratteri fem-
minini. Sull'uscio vidi scritte colla matita due strofe
di ardenlissima lirica, nello quali veniva espressa
tanta passione amorosa da far indovinare le im-
mense pene di chi le aveva fatte.
Il di seguente chiesi ad Ignazio chi avesse scritti
quei versi:
— La mia povera cugina, rispose.
— Amava ella qualcuno 1 gli dissi.
— Pur troppo! ripotè addoloralo. Tanto ch'ella
n' ebbe a morire.
— Poveretta I mormorai, le sia lieve la terra,
e goda di quella pace che il mondo le ha negato.
Qualche ora dopo mi recai Sa Ilo scoglio d' In-
villino che sorge a un chilometro da Villa, quasi
entro il letto del Tagliamento sul quale, fin d» Tol-
mezzo, ho additato al mio lettore una chiesa. Quello
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scoglio è coronalo di alberi e tappezzalo di prati,
e quella chiesa è 1' antica parrocchia fabbricata
sulle rovine del vecchio castello che nel 1219
apparteneva come feudo, a Federico di Caporiaeo,
ribello ai Patriarchi, fatto atterrare pia tardi, come
s' è veduto, da Nicolò di Lussemburgo. Ne! ci-
mitero della chiesa e precisamente di rimpetlo
» alla porta principale, c' è una tomba con una
— È la tomba di mia cugina, disse il buon
Ignazio.
— Ma tua cugina chi era? gli domandai.
— Gabriella!! rispose.
Lettrici mie, avete voi letto la Gabriella della
signora Straulini-Stmonini ? Se l'avete letta com-
prenderete com'io rimanessi, nel pensare d'aver
dormito nella stessa camera e forse nello stesso
letto, dove mori quella cara e infelice fanciulla,
e di esser ospite presso quella slessa famiglia che
le ha prodigato con amore le più affettuose cure.
Se la celebre Autrice ha un po' caricato le
linte dei genitori di Ignazio, l'ha fatto per arte
letteraria, e serbando l' incognito dei personaggi.
Ma io che indiscreto svelo il mistero, rendo lode
alla letterata e piena giustizia ai parenti della
giovane innamorata, che l'amarono, come l'unico
loro tiglio.
Rientrando a Villa scòrsi presso la piazzuola
un gruppo di monelli che s' aizzavano I* un l' aì-
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tro a lirar delle pietre contro un cotale eh' era
passato (In loro:
— Dalli I dalli ! al mago, dicevano.
Poi gridavano a coro: stregone! stregone!
— Che è? domandai.
— Quel!' uomo che sta per entrare nella sua
bottega, risposemi una guardia nazionale, ha fama
di essere uno stregone, e molti aucora !o eredono.
— Quanta ignoranza ! osservai.
— Egli però fa di tutto, continuò il milite,
per accreditare questa sua fama. Ha comperato
una vecchia stola benedetta, scongiura gli ossessi,
invoca gli spirili, segna coloro che patiscono di
malattie segrete, e fa altre cose che puzzano di
medio evo a mille miglia lontano.
— E dove le fa queste cose?
— In una casa isolata, alla campagna, dove
accorrono di quando in quando coloro che si ten-
gono spiritati.
— E ì preti?
— I preti gli negano i sacramenti, ma egli
che è più prete di loro, se ne infischia.
— E il Sindaco?
— li Sindaco deplora l'impostura, ma non
vuol pigliarsi gatti a pelare.
— - Ho capito!
E pensai che a Villa Santina doveva mancare
come in molti altri paesi una buona scuola.
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XXXVIII.
Da Villa a Enemonzo.
Eccomi dunque rientralo da due giorni in
quella valle che mi ha mostrato dalla gastaldia
di Tolmezzo la mia vecchia guida e che avevo
lasciato a Caneva per internarmi in quella del
But. Volgendo le spalle al punto, onde mi venne
additata seguo ora la via che per la sinistra
sponda del Tagliamelo conduce a Socchieve .
Questa è, corno fu detto in principio, la più vasta
apertura dì tutta la Carnia. Il gran fiume che ne
attraversa la parte meridionale da occidente a
mattina, come pur s' e veduto, accoglie nel suo
seno, prima il But, poi il Degano, indi il Lumièi.
La strada che da Villa mette a Socchieve è
discretamente buona ; ma perché il vantaggio che
può recare al paese non sia illusorio, ha d'uopo
à' uo ponte stabile sul Degano, le cui ghiaie
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sono molto pericolose. Il ponte che c'è non me-
rita i due soldi che si paga a titolo di pe-
daggio. Poi, a dirla a quattr' occhi, un paese può
egli mai in quest'eli commerciale tollerare l'in-
ceppamento dei pedaggi senza buscarsi il nome
di codino? Eppure per viaggiare la Carnia convien
pagarne due, uno sul Fella, e uno sul Degano:
vidtant camuies . . .
Entro nel distretto di Ampezzo, che comincia
di li del fiume. Anche questi volta proseguo il
cammino accompagnato da una donna che porta
il gerlo:, è la Nene, una bella ragazza di Villa.
Essa mi dice che la sua famiglia è benestante,
avendo prati e pascoli sulla montagna, e campi
sulla pianura, lanto da non comprare nè grano
nè vino, nè altre cose indispensabili al vitto.
— E con tutto ct6 t' hanno avvezzata a por-
tare il gerlo?
— Che vuole? È una dura necessita per noi-
Chi porterebbe ìa farina alle malghe? chi le legna
in paese, se non lo facessero le donne? Perciò
siamo sempre in gambe da mane a sera, e sem-
pre col gerlo.
— Hai ragione: é una dura necessità.
— D'altra prrte, continuò la Nene, è tanto
invalso l' uso del gerlo per le donne della Carnia,
Che se una non lo portasse sarebbe mostrala a
dito, e *1 direbbe, o che ella é maiala, o che
- 212 -
disprezza i nostri costumi. E, a dire il vero, io
non vorrei diventare la favola del paese, anche
se potessi vivermene tranquilla a casa mia.
La fanciulla che cosi parlava non aveva che
dicLsette annil
A mezza via tra Villa e Socchieve c' è la
nella borgata di Enemonzo, sede di Comune, che
non ha fama pari alla sua importanza. (1) Botte-
ghe, osterie, caffè, negozi in buon numero e fre-
quentati, la segnalano come assai commerciale.
Infatti dalle vicinanze, e specialmente dal comune
di Raveo che le giace di due migliaia a setten-
trione, vi calano gli avventori a provvedersi delie
cose più necessarie alla vita.
il) Egemonio, comune composto dalle finzioni ili
Egemonio, Colia, Estmon di sotto, Majaso, Tortini!,
Guinis, e Fresis. con \<Wk 1W) scolari. — Gli emi-
granti di tutto il distretto di \mpeziO arrivano pressi,
a 2000.
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XXXIX.
I gozzi.
Quel di entravano e uscivano per le porte
dei mereiai molte donne, alcune delle quali anche
belline ; ma per la maggior parie avevano il gozzo.
— Che peccato! dissi io, additandone una
delle più avvenenti al padrone di un negozio.
— Che vuole? risposerai, sono quasi tutte
così in questo comune, e in quello di Raveo.
— C'è qualche cava di scagliuola nei d' in-
torni ? gli chiesi.
— Si ; ce n' è una di ricchissima presso a
Raveo , rispose, e se ne fa da qualche anno un
commercio assai vivo. Fu pure scoperta una mi-
niera di carbon fossile nel monle sopra quel
paesello, continuava; ma finora nonsen'e lratto
alcun utile.
La risposta del negoziante mi conformò in una
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- 214 —
mìa opinione, che è pur quella di molti medici,
ed è che i gonzi sono generali, più che da altro,
dalla natura delle acque. Infatti ho sempre osser-
vato che dove sono acque grosse per deposili di
«tagliuola, o di calce, la gente ha in generale la
gola viziala, o sfigurata da strania. Così in Val
d' Aosla, a S. Gregorio del Feltrino, presso ad
Agordo nel Bellunese, e altrove.
La teoria del dottor Moro di Suttrio. a pro-
posito del gerlo, ritengo esatta rispetto alla sfor-
matone delle anche nella donna cantica, non
però rispetto alla produzione dei gozzo. Questo,
secondo me. potrebbe benissimo venir ingrossato
dagl'ingenti sforzi che fa fa donna nel portar
pesi, ma non esserne generato. In effetti sulle
montagne di Lauco, e in altri luoghi dove c'è
acqua pur» e leggera, le donne, non son per
nulla gozzute, anche se portino maggiori pesi che
quelle di Raveo.
È stata sempre opinione, almeno da tre secoli
in qua, che ì carnìeili, sieno generalmente affetti
di strania.
Quintiliano ErmacOra fino del 1500 ribatte le
asserzioni dello storico Giovanni Candido il quale
pretendeva che i popoli della Carnia avessero gozzi
grandi come mammelle • Grafo che quell'urna
• dottissimo, egli dice, e come scrittore di storia
• diligentitsìmo . . . possa facilmente esser caduto
• in errore per la non esatta conoscenza dei Ivo-
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— 215 —
«gfti; perciocché pochi sono in questa provincia
• gli affetti da questo morbo. •
Io stesso ho udito raccontare un aneddoto
assai curioso intorno i gozzi, e che si riferiva
alla Carnia.
Un forestiero venuto in un villaggio alpestri!
e solitario dove erano lutti gozzuti, fu fatto og-
getto di compassione. Un fanciullo vedendolo di
collo cosi spigliato e ritto, si rivolse sommessa-
mente, con segni di profonda pietà alla madre e le
disse, accennandolo : Mamma, qneW uomo non ha...
— Taci, taci, rispose con precauzione la madre,
e ringrazia Dio che ha dato a te tutti i tuoi membri.
Per queste, e altro frottole udite, io pensava
che in Carnia s' intoppassero gli strumosi a ogni
pie sospinto: ma devo dichiarare a onor della
verità l'essere stalo indotto in errore. Di tutti i
luoghi delia Carnia, non c' è che qualche frazione
del comune di Enemonzo e una di quello di Ra-
veo che dienn un buon contingente di colli grossi.
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K Socchieve.
Socchieve è un grosso borgo posto, quasi in
linea reità sulla vìa di Tolroezzo. É Capoluogo
di comune e di Pieve (1). Dove sorge la chiesa
della Pieve era I' antico castello di Roberto fallo
morire dal patriarca Nicolò, e mezz' ora più adden-
tro quello di Nonta.
A sinistra di chi giunge a Socchieve, il Ta-
gliamelo fa una gran zanca dopo aver girato
un colle. E poco sotlo quella zanca in vista del
villaggio, sia la chiesa del pitcolo comune di
Preòne, sulla destra del fiume (2).
Non ho voluto passare per Socchieve senza
(1) Comune ili 2121 sbitauti von 101 allievi. — fi
[■(imposta dalle fm'ìoni di Sir-i'iueve, Dilignidis, l'el-
iruiii'. Mirtiis, rinata, rriusif. Vì:ìso, Lungis.
;i« Comunelle di 7S2 .mime, con 40 scolari.
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— 217 —
Tare una visita al bravo maestro De Lena the ha
dato in molli anni d' insegnamento elementare un
numero straordinario di ottimi aìlievi. Limitandosi a
insegnare il ligure, lo scrivere correlile mente, e
il far di conto è riuscito e riuscirà sempre utile
a' suoi compatrioti. I giovanetti che eseono dalla
sua terza classe, hanno campasi» per lo meno
riferiscono al commercio, o ad altre oose di uso
comune nella vita del paesano. Egli non dà, in
•somma, in astrazioni che nuocono più che non
giovino a chi le accarezza, e le segue.
V. per questo che chi entra, anche per la pri-
ma volta, a Socehieve, comprende subito dal tratto
degli abitanti che f istruzione vi è davvero curala.
Ma se avessi a toccare del compenso assegnato
dal Comune a sì valente maestro, farei salire il
rossore alle guancia dei consiglieri, del sindaco,
■e di eli! presiede alla cosa pub-Mica ; quindi è
.meglio tacerne ... Ho fiducia però dhe i maestri
in breve saranno tolti da quell' abbietta condizione
■che I-i moverebbe oggidì a invidiar ia paga ordi-
naria deh" ultimo dei facchini, se non sapessero
rispettarsi. ■()) La jaaga media dei maestri, nel
(1) il Provvedili n-u iisli -studi -ipior cav. M. Frisa
■scrive a questo proposito : « che si può pretendere da
■olii non trajipi del «no lnvors iilmnnn di rte sfamare
« Ij aia fiimiglia ì . . . Non contate .siili' eroismo a
stomaco 'vuoto ... Ter «ducare conviene a-vere aiimn
•ferenti * ealmrr» (Snll" btraùfue primaria ecc.)
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— 218 —
Friuli, è di lire 415, delle maestre, di 378, degli
insegnanti nelle scuole miste, di 355! -Nessun fac-
chino, in media, guadagna meno di 600 (ire l' anno.
— Andiamo! disse la Nene sotto voce, toc-
candomi un po' de! «ornilo; è tardi, e io devo
fare ancora un nel giro.
— Hai ragione, risposi: parliamo.
Cammin facendo la ragazza mi domando quale
de' due signori che m' aveano condotto a vedere le
pitture del Tolmezzino, fosse il maestro De I.ena.
— Quel grasso, risposi, quello là che ha i
capelli lunghi di color misto.
— Quello che ha il cappello ad ali larghe,
alla calabrese?
— Appunto.
— Che originale 1 osservò.
— Vuol dire, eh' egli pensa col suo cervello,
!e dissi. Per me ho più fede negli originali che
nelle copie.
Ed è vero. Tutto ciò che non è originale,
> non ha almeno qualche cosa di originale,
■ni pare indivìduo d' una monotona fantasma-
goria di scimiotti. Ed io odio i setmìotti per-
chè m' hanno l' aria dì essere la ridicola parodia
■ lei!' uomo.
La Nene che non potè comprendere il mio
lagionamento, m' avrà forse creduto un sonnam-
bulo, e perciò non rispose.
Intanto eravamo giunti per buona via sopra
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— 219 —
NuHlà (lielra a Socchieve. Quel villaggio, non con-
serva più traccie dei suo vecchio castello: ma è
assai bello a vedersi. É più bella ancor;< è la
plaga, per cui serpeggia la strada che noi per-
correvamo. A desi™, a sinistra, e davanti, macchie
di querele e di castagni i-tie ombreggiarlo pascoli
e prati ridenti, e t' invitano a riposare.
Sembra che l'arte ci abbia avolo mano; ma
non è ehe l'opera della natura.
Dopo un'ora di cammino ci trovammo sul ponte
del Lumièi.
— Che acqua verde! diesi alla mia guida.
— Acqua cattiva, maligna, mi rispose; verde
o gialla è sempre la stessa.
— Fa male? le chiesi.
— Malissimo, soggiunse. A chi ne beve fa
venire la febbre, o dolori di ventre. E se taluno
ha male alle gambe, gliele infistolisce. Benedetta
l'acqua del Ta gli amen lo !
— Perchè?
— Perchè è leggera, e medicinale, e guarisce
facilmente le ammaccature e le piaghe. Eppure,
veda : i due fiumi s' incontrano a pochi passi di
qui. giù sotto il paesello di Nonta.
Tre quarti d' ora dopo eravamo giunti ad Am-
pezzo, avendo pigliato una scorciatoia pei prati.
Tutta la gente era sparsa pei campi o pei prati
a fare la raccolta. Alcuni con lunghe aste sbattac-
chiavano dall' allo dei rami le noci.
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- 220 —
È questo il luogo opportuno di dire a' mici
lettori non friulani, che la Carnia d.i delle nnci
e dei fagiuoli meritamente famosi; onde accade
spesso che SÌ vendano pressoché il doppio dì
quelli di altri paesi, Noto queste specialità affin-
chè, conoscendole, a un bisogno possano le mie
lettrici farne provvista.
Anche Ampezzo (0 giace sopra uno di quegli
altipiani di frese» verdura, nei quali una volta
entrati non si saprebbe più come uscirne, come
scrive la signora Anna Stratilini. Sede di Com-
missariato e di Comune, in situazione favorevo'e
e amena, ha I" aspetto d' una graziosa borgata:
ma considerala d' appresso non ha nulla di no-
bile, se eccettui il paJsjao.De Nigris e poche
altre case civili. Buoni alberghi non ve ne sono.
Entrai in un'osteria e vi chiesi da pranzo e
una camera per la notte. Unico avventore stabile
di queir osteria era il Commissario distrettuale,
con cui mi trovai a pranzo e passai parte della
giornata, che mi sarebbe altrimenti parsa noiosa.
La sera la passammo in casa dell' avvocato signor
lieorcbia-De Nigris, ricco proprietario di questo
paese, sopranominato il Duca di Ampezzo. Quivi
ho saputo per filo e per segno la storia di Ga-
briella, essendo ella siala la prima istilulrice delle
■i; romice :i<'i ^h^m;. ,.,,„ 155 ertovi e 5 rj
iillfeve, TOB>posto dalle fctikini di Gltris e Ywìtois.
Dig-itizetf by Go(
_ 221 —
Gf>lio MV avvocato. E un'altra storia ho rapiti",
quella di Zucca.
Ln sera prima ch'io partissi per !a Gamia h.i
salinaio a Udine la signora Slraulfni.
— Dove andate? mi chiese.
— In Gamia, risposi.
— So giungerete in Ampezzo, salutatomi
Zacca. riprese.
E glielo promisi.
Infatti ho voluto informarmi di questo giovane
elle servi di soggolo n un bellissimo racconto di
quella valente scrittrice: tìd ecco ciò che ne seppi.
Ai tempi di Gabriella, cinque o sei anni fa, vi-
veva in Ampezzo una giovane signorina, beila,
vispa ed eterea che si chiamava Annetta. Que-
sta 1 s' era collocai» presso un» famiglia signo-
rile vennta a stabilirsi temporaneamente in quei
paesi, come semplice istitulrice. Ha la sua grazia
e la stia bellezza facevano girar la testa a tulli i
giovani dei dintorni. Conscia del suo potere sr>
vrano, ella si compiaeeva di vederseli girare at-
torno, e mirava, più che altro, ad ingentilirne
t'animo. Zacca giovanotto ruvido e sgraziato di
appena tre lustri resió ammaliato dai vezzi della
vaca fanciulla, o non poteva staccarsene. Si sa-
rebbe gettalo nel fuoco per lei. È curioso il mu-
lamento in esso avvenuto dopo che l'ebbe cono-'
sciuta, e se ne fanno ancora le maraviglie lassù:
giacché di rozzo, tristanzuolo e inerte che era.
Tf l pZ ' a rEy Google
egli divenne eoli' avvicinarla, trattabile, buono, e
servizievole. Xé si trova per que' monti un bal-
lerino abile come lui.
La maga che operava siffatti prodigi era ì' a-
mica intrinseca di Gabriella, la stessa Anna
Stradini 1
Zacca è presentemente un bravo boscaiuolo,
e della sua maestra si ricorda come d' un essere
sovrumano. La signora Straulini ha dato a Zacca
3nehe una sorella; ma questa creatura non ha
nulla che faro eolla sorella vera che il giovane
montanaro ha. È un tipo ideato secondo verisi-
miplianza. non descritto secondo verità dalla no-
La sorella vera di Zacca. che io aveva sosti-
tuito alla Nene nell'ufficio di guida, é tutt' altro
che seducente. Ella mi si fece avanti a passo lento,
lavorando uno scarpòz(ì), e lenendo gli occhi
fissi nel suo lavoro.
Sebbene fosse quella la prima volta ch'io ve-
deva lavorare in questa specie di ciabatte, pure
la manifattura non m' era nuova. Chi ha veduto
earnielle ha veduto necessariamente anche scarpai,
il) Là scurpàs è una pappucein fatta (Writafilì ili
[mi™ vecchio, per lo più nero e forte. Ih cui suola
"pure rìi panno, ■vien cucita c ì iriii'ib. e addoppiata e
impunta in morto, che possa n lunco resistere senza in-
cornisi. Ogni nonni carnirn deve sapersi fare i suoi
scarpài ; e qualcheduna ne lavora di alaggi "tini mi.
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perchè nessuna donna di Carnia ad eccezione
delle signore, sia nel proprio paese, sia fuori, va
sprovveduta di tal calzatura.
Il signor Beorchia mi additò la sommità d'un
colle, dov' era il castello di Ampezzo. É a circa
un miglio dal villaggio e chiamasi tuttavia il
Cia-'tdlar..
Mi disse poi die nei dintorni, cioè nella valle
del ragliamento, vi sono due piccole valli rimar-
chevoli per alcune particolarità: il Rio di Donna,
e il Rio Negro, Il letto de! primo è tutto sparso
di marmi screziali a vari colori, e perfino di
grossi blocchi onde si potrebbero fare dei lavori
in grande. Nel secondo casca l'acqua del così
detto Fonlanom , la quale a certe epoche pre-
senta dei fenomeni curiosissimi. Si afferma, per
esempio, che quando è burrasca in mare il Fon-
tanone non solo cresce ma getta anche fuori
arena e conchiglie. Se la fama è appoggiata alla
verità sarebbe cosa ben degna di essere studiata I
Ampezzo cfìiiminviisi :m li nolente con parola
cimbra Ampox (Incudine) e nel 7fi2 è nominato
latinamente in ima carta di donazione, in cui è
scritto che i figli d' un Duca del Friuli regalarono
ai Monasteri di Sesto e di Salto: msas in Carnia
in irà) Ampitio.
Ih qua dal Lnmiei, fra settentrione e levante,
pendono da un' erta i duo villaggi di Yullois, e
— 224 —
Oltris, frazioni che appartengono ad Ampezzo. Di
Oltris è fallii parola nell'investitura di un marnati)
data dal patriarca Gregorio di Moutelongo a Gio-
vila di Ampezzo.
ta sorella di Zaeca si accinse all' impresa di
condurmi a Sauris.
Non c' é luogo più montagnoso di questo, in
Gamia, né più lontano dall' umano consorzio. Sia
che ci si vada da Sappada, da Mione, da Ampezzo,
o da Forni, tra i quali paesi è compreso, non ci
si arriva in meno di quattro ore. Noi seguiamo
per tre quarti di strada la valle del Lumiei, die
lasciammo a sinistra quasi in faccia a Bio Storto,
presso la frazione di Maina.
La Saurìa giace propriamente fra i monti Sol-
vette e Morglmndleit che la stringono da mezzo-
giorno e settentrione, il secondo de' quali è cu-
rioso pei laghi, end" è bagnata la sua sommità.
— Sapete parlar tedesco? ini chiese ia mia
guida.
— Diserei a mente, risposi: perché?
— Perchè a Sauris lutti parlano questa lingua,
perfino i hamhini di due anni.
— Che meraviglie! Ma intendono anche l'i-
taliano?
— L' italiano di Gamia, si, continuò la donna,
ma l' italiano di Venezia nò.
(1) Un manso risponde a 25 campi di terra.
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— «5 —
— Ebbene, parleremo tedesco, replicai.
Intanto giungemmo a Sauris (Ij ili sotto, ù\t&
dista appena di mera' ora da quello di sopri,
dov' è I' antica parrocchia. Nella ehiesa del primo
c' é la reliquia di Sani' Osvaldo Re di Nortum-
hertandia, per cai la diitisa strusa é ^venuta uh
celebre santuario, mota di lunghi e frequenti pel-
legrinaggi.
La reliquia consiste iteli' osso d' un dito pollice
del santo, ed è fama che sia stata portata in
Tamia da un soldato che l'ebbe da S. Angilberto.
aitate di Cernala, sul finire del 700. al quale
era stata consonala dal patriarca S. Paolino.
(1 fatto sta che la falange di questo dito ac-
quisto subito gran credito nei dintorni, e che
vennero poi sempre a visitarla i devoti, anche di
lontani paesi, come s'é detto.
Si sottintende poi che per virtù di quella re-
liquia s' operarono molti e grandi miracoli.
Daniele de Rubeis, vescovo di Caorle e Tirano
generale del patriarca di Aquileja, essendosi con -.
vinto co' suoi occhi che S. Osvaldo nella ehie sa
di Sauris ■ opura cotiiiianarnhit" in*ffi'>ili miracoli
a prò di t'itli q-f.lli elfi ftìr h forti infermità a
lui ricorrono divatammte, • (sono sne parole), con-
fi) Comune tto ili fi pìri'oli; trazi.nii 'Saarls di sotti),
ili sopra, Utós. Veld, La Maina, Mail., o.m smini.
47 scolari, 16 allieva.
"bigilized by Googk
w
— 227 —
D' onde è venuta in Sauna questa colonia di
Teutoni ? Nessuno lo sa ; si sospetta però comu-
nemente, e non saprei dire con quanta ragione,
che abbia avuto la sua origine da qualche fami-
glia di minatori. Per me non sono che Cimbri i
quali si dispersero per le Alpi, dopo una grande
sconfitta, come suppongo sia avvenuto a quelli di
Asiago e di Sappada.
La Sauria nel I.HS apparteneva a Folchero
di Savorgnano, il quale il il agosto di queir anno
stesso la diede in feudo a Mattiiisso di Moimacco,
come apparisce da un documento del Bianchi <{).
Uscito di Sauris superiore e rientrato nella
valle del Lumiei presso !' imboccatura del torrente
Telempechte. seguii il corso del fiume sino a!
Rio Pìscaitda. Quivi con arditezza da montanaro
presi la risoluzione di scavalcare una catena di
montagne, quasi inaccessibile, che ha il suo apo-
geo sulla vetta di Cìapummn. Isasso de! sapone!
e di venire a Forni senza rifare alcun (ratto deila
strada già percorsa. Infatti tirando sempre a mez-
zogiorno, e lasciandomi a destra quella vetta, per
boschi, prati, e fratte, venni a Forni di sotto con
fi] Vorrai richiamare V «ttnnrinne M sia. Ministro
iteli' Jstni7ii>nr PitiiUifii stsi p'i'/.k'^i lìnirintfili rumi] li
<hl Bianchi . ?on(i I.XV11I grossi volumi marnisi" ritti
dm pnr bnona siri/' si rrmnrno niirm-n presso In fnmi-
irlio RmnHii. a Pnitroipo fi iln sperare ohe rinri pren-
dano la via di Vienna come si va già bucinando.
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— 228 —
Granile stupore (iella mia guida clic fra il monte
Priva e il llancolin, drive il sentiero strettissimi)
rasenta l'orlo d'un precipizio, si teneva proprio
perduta.
Questo punto che fece venire la pelle d' oca
alla sorella di Zaeca, si denomina il brut Piiss.
Dio ce ne guardi !
I due Forni (I) sono bei paeselli, e quali non
si spererebbe di poter vedere in luoghi fuori del
inondo, a siffatta allega. Tra Sauris di sopra e
Forni di sotto, però c'è una gran differenza di
livello, trovandosi quella » 1254 metri, questo
a 771. Forni di sopra è 148 metri più in su.
donati, o ceduti, sia dai duchi che dai patriarchi,
ora a conventi, ora 1 a feudatari; ma la famiglia
dei Savorgnani n' ebbe pili a lungo di altri ii
possesso. Perciò acquistarono l' aggiunto di Sa-
vnrgmni.
Dell'antichità loro fanno fedo' pubblici docu-
menti, uno dei quali del 778, che è flna carta
di Masselione duca del Friuli, per cui egli Io
donava alla chiesa della badia di Sesto.
Nel 1254 il patriarca Gregorio di Montelongo
investi a feudo retto e legale il suo portinaio
(1) Forni di sopri cnmuno Hi ISSO abitanti ma 1111
scolari. — Ila due frulloni, Olla e Ami r:i7i:i. — 1[
Comune rii Forni di vdU, colle fi-azioni di freddi» e
Vico, ha 1844 anime e 9? scolari.
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Buggeri di sette munsi e mezzo, posti nel terri-
torio di Forni (.1)
E cosi li vediamo passare di proprietario in
gidi sembrano per lo meno strani. Onde, sebbene
posti entro i coofini della Carnia questi due co-
raoni furono a lungo considerali come possessi
di famiglie feudali.
Non fu che alla caduta della Repubblica Ve-
Due ore di cammino sopra Fornì, e precisa-
niente sol monte Maura nasce il Tagli a mento. II
qua! Mauria è lo sparti-acqua tra la valle carnica
*■ quella del Piate. È appunto per la Manria, ap-
piè del moute, die si passa per buona strada
della provincia del Friuli a quella di Belluno.
(1) La tradij-inno impoliii-f dei Selle ÌUasisli /Mnn-
sìslij è tuttora viva a fami di sotto. Credesi ani eh*
il villaggio sin «ti i to fornli't» da loro.
I v
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Il Ritorno.
Ripostomi in via da Forni di soli» per tor-
narmene ad Ampezzo venni per Freddo alla Chiusa.
Questo è un punto orridissimo, nel quale dalla
strada, dominata a settentrione da scoscesa rupe,
si vede appiombo sotto un altro precipizio il letto
del Tagli a mento.
— Che orrore disse la mia guida a un le-
gnaiuolo seduto sai m u ricci uolo ; e non c'è peri-
colo di cascare?
— Sicuro che c'è, rispose il Fornese, per que-
sto lo chiamano il Passo della morte.
— Brutto nome! gli dissi io.
— Brutto; ma ben applicato, continuò il con-
tadino. Anche del 48 vi morirono parecchi Au-
striaci!
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— 231 —
— Come? T avete forse difeso contro gli
Austriaci?
— Si; e in che mòrto! Gli Austriaci che ce
nìrnnn dalla Carrtia li) furono tenuti per lungo
tempo di là della Chiusa, e non poterono supe-
rarla che a tradimento. Noi però avevamo por
ausiliari i Ca donni.
— Me ne consolo! gli feci. E lo Lisciammo
che gongolata ancora di gioia.
Ad Ampezzo non ci fermammo che pochi
istanti, tanto per riprender fiato.
Prima di ripassare il ponte del Lnmiei. predai
la mia scorta di nominarmi a dito i villaggi sparsi
sulla costa di là dal fiume in faccia a noi.
— Il primo sopra di noi, a sinistra, è Luneis,
mi disse, questo più sii a destra è Dìlignidis,
l'altro un no piti sii ali' altezza, e quasi di ri-
scontro ad Ampezzo, é Feftronc.
— Feltronet
— Si: nerchè se ne maraviglia?
— Perchè conosco, ed ho visitato, un Monte-
feltro, sono quasi nativo da un Feltro: non mi
mancava che di vedere un Feltrone.
— Dicono che Feltrone sia molto antico se-
guito la donna. Infatti i nostri vecchi affermano
che c'era un bel castello, lassù.
(lì Quelli Hi Forni non ri tenonno per mrnielli: e
quando passano la Chiusa dicono di andare in Curnia.
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— 232 —
— Ed ora?
— Ora non vi son più che le rovine.
Seppi dappoi che un Gerardo. Signor di Fel-
trale, si trovava nel seguilo dell' Imperatore Carlo
IV, quando questi, nel 1334, con sua moglie o
«ol fratello Patriarca, si recò ad Udine.
Giurili sopra Nonta chiesi alla mia guida clip
paeselli fossero quelli che ci slavano sopra, alla
nostra sinistra.
— Viano, mi rispose e più sii, Frtris e Tor-
timi; ma queste due sono [razioni di Enemonzo.
— Midm, Liimjis, Diligmdis, Pr.fStó, Tonimi !
Quanto sono curiosi e poco ilaljani codesli
nomi]
Entrato nell' osteria di Soccliieve ci trovai il
signor M maestro privato di (grazio e di un
suo cugino. Quanlo è diffìcile incontrar dei gio-
vani hene istituiti nei diversi rami dell' insegna-
nienti, liceale come i due .cugini R .. ., lauto è più
raro ancora l' imbattersi in nn maestro enciclopedico,
profondo conoscitore delle lingue classiche, e «Ielle
scienze, come i! M In quest' uomo non c' è
nò belletto, uè vernice. Non è uscito infarinato
di polvere « scintillante di lustrini. da un'Acca-
demia, nella quale in due o tre anni si ha la
prelesa d'infondere negli allievi la quintessenza
di lutto lo scibile umano. Egli non ha studiato le
Brgue iwip.ar;i(e «1 nuovo metodo, ne ennasm
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— 233 —
guari sanscrito. Ha fatto studi modesti, sa, e
scrive bene il greto, il Ialino, l'italiano, filologo
accuratissimo; e gli riesce facile togliersi dalla
vita rachitica del presente, trasportarsi coli' anima
in Atene od in Roma, e vivere, come il Leopardi,
la vita degli antichi, sentendo e parlando confessi.
Rispetto alle scienze fisiche e naturali però, egli
respira il presente, e della filosofia insegna sol-
tanto quello, di cui è certo; non volendo erig-
ere a scienza I" impostura, né scambiarla colla
teologia.
In conclusione il M . . . . è un uomo intiero,
colle sue virtù e co' suoi difetti, amico dì Mi-
nerva e forse anche di Bacco, senza fumo e senza
ipocrisie, un vero originale.
1 suoi scolari però hanno di lui grandissima
stima, perchè si accorgono che Sorretti dalla sua
mano vanno sicuri alla conquista delle piò pre-
ziose agnizioni.
Ghi è quel signore di mezza età coi ca-
pelli a zazzera e col «olio un po' grosso? mi
chiese la sorella di Zacca, additandomelo.
— È un oravo maestro, risposi.
— Sarà anche buono, replicò ; ma io non sa-
prei proprio che farne.
-*• £ chiese licenza di andarsene.
Lo diedi la mancia e I' arrivederci.
Non so se la sorella di Zacca abbia la pre-
sunzione di esser bella, so però die esserlo
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- 234 —
stiit» quasi (lue giorni con me, non m' è mai ca-
duto in pensiero eh' ella potesse esser donna.
Salutati il De Lena e il 31.... posi lt mia
valigia e me sovra un carro e mi feci trascinare
per Enemonzo a Villa Santina.
Dall' alto del carro ho potuto considerare a
mio beli' agio la costa meridionale della catena
dei colli e dei monti della sponda sinistra del
Tagliamento, e stupirmi della noncuranza agricola
dei socchievesi, i quali tutte quelle rive potreb-
bero porre a vigneti e le lasciano invece a pa-
scoli e a fratte.
Alcuni con mal consiglio coltivano delle viti
lungo la via, troppo alte da terra, e in sito
non soleggiato; e n' hanno poco frutto, e scorag-
giamento per sé e per altri.
A Villa ebbi la notizia del disastro diSèdan,
e della prigionia dell' Imperatore. È strana ]' im-
pressione prodotta in me da quella notizia. Dapprima
non la potevo comprendere, poscia il fatto mi parve
una viltà, o un tradimento. Chi sapeva allora che
i cannoni Krup dei Prussiani tiravano da cinque-
cento a mille metri più che quelli dei Francesi,
e che intorno a Sèdan ve n'era un migliaio?
Chi credeva i generali della gran Nazione tanto
incauti, o tanto ignoranti? Ma nel fondo del
mio cuore ebbi a provare un sentimento d' io-
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— 235 —
finila pietà, non pei Francesi, come francesi, che
avevano stoltamenle essi stessi provocalo la lotta;
ma per t' umanità che in loro e nei Germani an-
dava orribilmente soffrendo. Avrei voluto che a
questo punto i Tedeschi, ormai sicuri delta loro
incontrastata unificazione nazionale, avessero ri-
sparmiate altre vittime, altre spese, altre inevita-
bili calamita. Nel saper vincere, e non stravin-
cere, parmi che sia il segreto della sapienza po-
litica, che rende durevoli i benefici delle vittorie.
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\\\\t!
Eravamo hi stessa compagnia del di che si
venne in Cam ia, e ne uscivamo a piedi per ve-
dere il lago di Gavazzo.
Di sotto di Tolmezzo seguimmo un sentiero
che passa rasento la Fabbrica dei Linussio, per
la quale nel principio di questo libro abbiamo
udito perorar con tanto calore il nostro vecchio
cicerone; e scenilt miin: per un ciglione bronchioso
sulle ghiaie larghissime del 'ragliamento.
Arrivati presso il fiume, ci convenne aspet-
tare la barca e il commodo del passatore; giac-
chi ponte non ce n' è. Infatti il nostro Tarmile
nini veline cho do]>o motti fischi, e se^ni lele-
(.'■■afici, e lungb^ chiamale, e altre ronucosc di-
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must razioni d' impazienza falle da noi. 0 da^i
Domìni c!ie s'erano adunali sulla stessa riva |»-r
attendere il passaggio.
in»
gnis le rovine d'un castello, che nel 1323 appa
teneva ad un Zuito, signor di questo paese.
Oltrepassato il letto asciutto del torrente Fae
o ritiratili;! sull'eminenza di Pjseolle, ci rivi
gemmo indietro per dar I* ultima occhiata, e I* i
Pietro; e alla nostra destra, appoggiato alle falde
della Mariana, il paesello di Amaro, comune ili
968 abitanti situato fra Toiniezzo e il ponte del
(1) Ha 60 scolari, 191 emigranti.
(2) Villa, Cliiairis, Clnuuli?, Intisatis, ron 104 sco-
lari, e 172 emigranti.
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— 238 —
Fella(l); presso ii qua) villaggio c'è pure un
monte denominalo Feltro ne (2). A sinistra avevamo
tutta la valle del Tagliamento. già da noi percorsa.
Anche veduta da questo lato la Gamia pro-
senta un panorama d'una bellezza indescrivibile,
tuttoché rotta dalla larga striscia argentea e sab-
biosa del Taglìamento e del suo letto.
Le montagne che serrano da mezzogiorno fa
Carnia e la dividono dal resto del Friuli, venivano
alla nostra sinistra in questo ordine: presso a
noi Monle Very.egnis. più in la Monte Valcalda,
e di seguito. Monte Resto, Monte Majarda, Vetta
Fnrnecia, e Monte Premaggiore che è quasi at
confine del bellunese, rimpetto a Forni di sopra.
Noi continuammo il cammino, e ci togliemmo
dal versante settentrionale di quella catena, elio
al sud di Cavazzo si perde in piccoli colli di
ossatura calcarea: e dopo un'ora di strada si
venne a Cesclans, ultimo comune meridionale
della Carnia (3).
'tr) I™ luminello senni frazioni. Ha bS scolari e 154
ili ossomi-inno. Vi sono, vorln>l'MÌa, (Ine torrenti Or-
tegliizio, duo monti Durone, due Vafcnlde, molte Forche,
due P-ii Yiiiniliìi, (ine paeselli Viltà, due Feltrone ecc.
(3} Colmino ni 725 iinime fornnln iWle frosoni di
Osrhns Somplsgo e Mena, con 45 scolari, e 135
emigranti.
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— 130 —
É il villaggio di Cesia»* sul picco d'una rupe,
a sctlentnone d' un bel lago, che, dal punto in
cui si trova la chiesa, si scorge tutto per fa lun-
ghezza di tre chilometri, fino appiè d' Interneppo,
adorno dalle horgatiiie di Somplago e Mena. É
un delizioso colpo d' occhio quello di questo lago,
e non so ancora darmi pace, perchè, dominato
eom' è da Cesclans, e appartenente in parte a
codesto comune, in parte a quello di Bordano,
ohe è molto più sotto, nel distretto di Gemona,
s'abbia a chiamare Lago dì Cavazzo; tanto pili
che Cavazzo, come ho sopra notato, appartiene a
un altro versante.
Eppure la ragione di siffatta metonimia ci sarà,
e sarebbe forse pregio rìell' opera investigarla.
Ma noi non possiamo occuparcene, che le
signore avendo fatti i loro mazzetti di garofani
selvatici, raccolti tra le fessure delle rupi, ci fanno
cenno di metterci in viaggio; perchè il sole è
molto alto e il cammino che ci resta a fare, as-
sai lungo.
Scesi nella valle tra cespugli e massi enormi
costeggiamo il lago dalla riva sinistra per una
via ingombra di grosse pietre, e prima di arri-
vare in faccia ad Alesso, ci mettiamo a salire per
una rupe verso Interneppo.
Ed eccoci fuori della Carnin, dopo averla per-
corsa dal Fella a Forni di sopra, che è la sub
XX XX IH.
Cria strana predizione.
inlerneppo è un meschino paesuccio die non
merita l'onore di venir visitato da chi che sia.
È come un passo di transizione, e nulla più. Per
questo non vi ci terminimi) punto, e conti-
nuammo il cammino verso Bordano colla speranza
di trovarvi un po' di refrigerio. Ma salita la riva
che è al di quà di Interncppo, e pervenuti ad
un piccolo piano, ombreggiato da molti alberi, il
sole, la stanchezza, e il fresco del luogo, ci mos-
sero invito a riposarci.
Le signore si sdraiarono sulla fresca erbetta,
Giovannino ed io ci diemruo ad esplorar i din-
torni.
la avevo fatto alcuni passi verso una bella
pianta di noce, quando vedendovi sotto due gio-
vanetto che raccoglievano delle noci :
— 2i2 —
— Volete vendermene alquante? dissi toro.
— Non sono nostre, rispose una delle ra-
gazze ; ma potete pigliacene ; non è vero, zio ?
— Chi vuol noci? rispose unii voce dall'alto
dell'albero.
— Sono io, dissi, volgendo la parola e lo
sguardo al nuovo interlocutore.
Pigliatecene quante volete, continuò !a voce,
ma i denari teneteveli : io non ho bisogno del
sangue de' miei sudditi.
— Che sudditi ? ossemi.
— É pazzo ; secondatelo mi sussurò la fan-
ciulla.
— Di dove siete ? Replicò il pazzo, squa-
drandomi.
— Di Roma, risposi, cosi per burla.
— È mia anche Roma, mormorò; ma. non
mi ci hanno ancora chiamalo. Bisogna andarvi.
— E quando vi andrete ? gli domandò il mio
compagno.
— Ai venti di questo mose, rispose, purchù
ini vengano a prendere.
(Notate che eravamo alla prima metà di set-
tembre del 1870!)
■ — E «e non vi vengono a prendere 1
— Ci andranno da soli : ma già è lo stesso,
continuò.
— E il Papa ?
— 243 —
— Il papa son io, disse.-
— E il Re ?
— lo sono pure il re dei re, replicò. Tntte
le grandi Potenze della terra si accordarono per
farmi Sovrano universale.
Nel pronunciare queste panile il pazzo s'era
acceso in volto, e gettava dagli occhi lampi di
cali, con in mano l' asta con cui aveva sbarac-
chiate le noci, con una corona di foglie in testa,
somigliantissimo pel viso, per la barba, pel ciuffo,
aìl' idea che ci si dà di S. Pietro, quell'uomo ci
parvo un essere ben strano !
— E che diceno di me a Roma 1 ci domandò.
— Grandi cose, gli risposi,
— Si eh? Tutti i giornali parlano delle mie
ricchezze, e della mia potenza, proseguì ; tutte le
città mi stanno aspettando.
Noi ci guardavamo in faccia stupiti, non sa-
pendo che cosa rispondergli,
— Siete voi nuovi da queste parti? continuò,
i quali non sappiate chi sia Candida Piazze,?
— Che nome è questo? chiesi alia fanciulla.
— È il suo, mi rispose, qneìlo di min zio.
—■E non c' e pericolo ch'egli cada dall'al-
bero, o faccia qualche altra stramberia?
— No, no, replico. Egli non È pazzo che nel-
l' idea di esser re: in tutto il resto ha regola
e senno.
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— 241 —
— Non mi pare, ossemi. Noq vedi com'è
vestito ?
— Quanto a! vestilo, avete ragione, egli ha
un' altra idea fissa, rispose. Io credo che da
quarant anni in qua non ahhia mai mutato calzoni.
— E perchè non gli vuol mutare?
— Perchè le bestie non rimutano mai te loro
vesti, ed egli vuole imitarle.
— E quando le ha logore?
— Se le rattoppa da sé, giacendo nel suo
canile. É per questo che il suo vestito, mille
volte rappezzato, somiglia a una pelle d' orso
velloso.
— È povero affatto?
— Che dite mai? È il più ricco proprietario
<ieì dintorni.
— Davvero! E perchè gli lasciano 1' ammini-
strazione ile' suoi beni?
— Perchè non c' è ragione di dovergliela
torre. Egli non getta via i denari, paga regolar-
- mente le imposte, e non è molesto ad alcuno.
Da parecchi anni si crede Tle e Papa, e ne è
bealo. È questo un male?
— Infatti, osservò qui Giovannino, perchè si
dovrebbe fargliene un carico, se il suo regno è
tanto pacifico, e sopra tutto incruento?
Il Re d'Inlerneppo voleva caricarci di noci;
poi. vedendoci partire ci gridò dietro: Ai 20 a
Roma!
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Se noi fossimo superstiziosi quanto sarebbe
lecito esserlo in questa circostanza, crederemmo
venìmento dell' ingrassa (Iti nostri a Roma ebbe
luogo nel di preuisainenle accennalo da Candido
Piazza.
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INDICE
Dc.lìea Eag. 3
Proemio » "i
I. Tcltucizu • 8
II, In pi di corografia .... » 22
IU. Uuu Santi. » 25
IV. Znplio » 28
V. Arte » 86
VI. Lis ViUottia ....... • 4.1
Vili. l,e mie coi " 104: cp ili liaDpn • f'2
IX Palma t il suo famaesta - • » W
K. Dn t'alai!» « l.igosullo ... » 63
XI. I.ifrnsullo « fa hìetln jnt ... » 67
XII. Paula™ e l'eremo del tii. Kami • 71
SUL Storia di una strada . . «76
XIV II Durone e Paolo il Cramaro . » 79
W. U Re di Pleken » 87
XYL Mjcuicioce » V'J
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— 248 —
XVII
Il Re di l'leken
Vii" "ù
XVIII
I <-"ljtr;iliitll(li
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XX
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I.p. Pinta
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» 135
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XXVIII
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» 155
XXIX
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XXX
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• Ulti
XXXII
Tu BeCOlo vivente
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XXXIII
I.a Mini.™ o le Vipere . . .
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XXXIV
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XXXV
UViLI-.i ■■: (..!;, 11(1 ini,,, ....
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XXXVII
Villa Sani™ Guliriella. e il Se-
» 505
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